In questo campo primeggia Giambattista Vico napoletano (1688-1744), autore di libri ove si legge assai più di quel che è scritto, ma dei quali tutti parlano con ammirazione, pochissimi con cognizione. Nato poveramente, educato al modo di allora, a sedici anni arringa in difesa di suo padre, e fa stupire collo sfoggio di cognizioni: ritiratosi dal fôro, va insegnar giurisprudenza ai nipoti del vescovo d’Ischia nel romito castello di Vatolla, ove passa nove anni della più florida gioventù meditando su pochi libri; si stomaca «della maniera di poetare moderna», ma poco riesce nella geometria e nella fisica, e s’addentra nelle quistioni sociali, applicate all’antichità; «benedisse il non aver avuto maestro, e ringraziò quelle selve, fra le quali, dal suo buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso de’ suoi studj senza niuno affetto di sêtte, anzichè nella città, nella quale, come moda di vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lettere». E appunto egli si ostina a ritroso del suo tempo: questo trascura la buona prosa latina, ed egli la coltiva assiduo; ogni attenzione volgesi alla Francia, ed egli neppur la lingua volle saperne; laonde si trovò «come forestiero nella sua patria, e non solo vi era ricevuto come straniero, ma anche sconosciuto». Chiese di esser secretario municipale, e fu posposto; una cattedra di retorica con cento scudi di provvisione tenne quarant’anni, poi a settanta ebbe il titolo di storico del Regno. Qui faceva versi per occasioni, panegirici ai suoi vicerè, diatribe contro gl’insorgenti oppressi; intanto elevavasi alle più sublimi concezioni, non con un proposito stabilito ma a tentone, posandosi problemi, da ognun de’ quali gliene rampollavano di nuovi, che traevanlo a nuovi modi di risolverli, e a dilatare, tutto solitario, la sfera delle proprie cognizioni e il metodo, non coll’avventurosa inventiva d’altri suoi paesani, ma prendendo le mosse dalla devota erudizione.
S’approfonda ne’ classici antichi; da Platone impara le astrazioni generali e le aspirazioni del sentimento, l’uomo filosofico; da Tacito i concreti e il riflettere sopra questi; da Erodoto un passo d’oro, che gli fa balenare agli occhi una storia ideale con tre età; ammira Dante, Leibniz, Newton e il tre volte massimo Bacone: ma le idee loro non adotta pienamente, bensì le rimpasta colle proprie, sempre inteso a congiungere il certo della filologia col vero della filosofia. Sopra Grozio e Cartesio, venerati allora restauratori della filosofia e della giurisprudenza, volge principalmente l’acume; e al primo, che spiega la storia coll’individuo e indaga un diritto universale per mezzo dei fatti particolari e del linguaggio, appone di aver raccozzato astrazioni sconnesse dai fatti, giureconsulto de’ filosofi ma non della storia. Cartesio, svolgendo l’intera serie delle umane cognizioni dal fenomeno della coscienza, trascura anch’egli il passato per concentrarsi nella superba evidenza del metodo matematico; e il Vico lo accusa di aver mutilato storia, lingue, erudizione, riducendole a linee geometriche; e col disprezzo dell’erudizione inducendo disprezzo degli uomini, e repudiando i mezzi e gli ajuti che al pensiero offrono le tradizioni delle età passate, pretese evidenza matematica in verità che non ne sono capaci; laonde il metodo suo può produrre dei critici ma nissuna grande scoperta[277].
L’uomo non è pura macchina o cifra; nè storia, politica, morale, eloquenza si regolano a meri calcoli, ma abbisognano congetture, induzioni, somiglianze; il testimonio della coscienza, l’immediata percezione non basta a provar l’esistenza, e il penso dunque esisto riducesi ad una percezione che non colma l’abisso fra la coscienza e l’universo. Laonde il Vico, combattendo Cartesio per la ragione che Cicerone combatteva gli Stoici, abbandona il geometrico processo per gittarsi all’esperienza storica e alle libere induzioni; ripudia la superbia del senso individuale onde rimettere in onore la tradizione; e per contrapposto a quella noncuranza degli antichi, sublima la filologia rendendola la filosofia dell’autorità, l’ordine e la ragione dei fatti, che ravvicinando le idee lontane, le feconda; non abbracciando soltanto le lingue, ma i costumi e le azioni degli uomini; e con una critica ch’egli chiama architetta, s’accinge a ricomporre, supplire, ammendare, i rottami dell’antichità porre in luce, allogare. Pertanto indaga le vestigia della sapienza italica nella lingua[278], e attribuisce ai prischi Italiani la metafisica.
Qualche scolaro del Sigonio gli objettò, nel Giornale de’ letterati, che la sapienza italica sarebbe dovuta investigarsi nell’Etruria e nelle confraternite pitagoriche della Magna Grecia, piuttosto che fra i patrizj del Lazio, gente che colla violenza avea costituito un diritto feudale che la moltitudine soggiogava a pochi. Il Vico comprese la forza di tale objezione meglio del critico stesso, e vi applicò la distinzione che già avea notato fra l’uomo de’ filosofi e quello de’ politici, fra il senso comune dei popoli e le verità assolute delle scuole, fra la tirannide de’ patrizj e l’equità dei giureconsulti, dai quali derivò il moderno diritto delle genti, esposto da Grozio.
Fittosi dunque a indagare la storia di Roma nella successione delle sue leggi, e l’asserita sapienza degli Italiani repugnando alla ferocia delle XII Tavole, il Vico, per accordare l’autorità colla ragione, il diritto romano col razionale, ricorre ad un’armonia prestabilita in Dio fra la materia e lo spirito; da Dio emanano giustizia e virtù; la necessità e l’utilità, o, come diciam oggi, gl’interessi disviluppano dalla materia le idee di giustizia; sicchè, mentre gli uomini si acuiscono nel soddisfare i bisogni corporei, la Provvidenza li conduce ad attuare il tipo eterno della giustizia.
Concepita la storia umana come una progressiva conquista dell’equità, egli snoda i problemi e le objezioni dei predecessori, in maniera inusata conciliando il diritto ideale di Platone e il politico di Machiavelli. Ma poichè la storia non cominciò con Roma, dovette egli investigare come dallo stato ex lege nascessero le aristocrazie feudali; e immaginò che l’uomo, imbrutalito ne’ ducent’anni che succedettero al diluvio, sino a smarrir le tradizioni tutte e il linguaggio, fosse scosso dallo scoppio della folgore, e allora sospettasse dell’esistenza d’un Dio; dai boschi incendiati dal fuoco celeste toglie una favilla per i bisogni suoi, per le arti, e per bruciare i cadaveri; vergognando de’ promiscui connubj, rapisce una donna e la reca nelle caverne, origine delle famiglie, donde i rifugi, e l’agricoltura, e il pudore del cielo, dei vivi, dei defunti; i padri si confederano; il patriziato si stabilisce, conservando i privilegi della famiglia e dei riti[279]. I forti, chiesti protettori dai deboli, se li rendono famuli; ma poichè li tiranneggiano, questi si ammutinano onde strapparne il dominio bonitario de’ campi, lasciando a quelli il dominio ottimo, e gli auspizj che sono indispensabili a render legali gli atti. Intanto si ha la città eroica, composta di educabili patrizj e ineducabili plebei, i quali cominciano lotte interminabili per partecipare anch’essi al diritto civile: e questo trionfa, e ne viene l’età umana delle repubbliche libere, quando unico e supremo è il dominio della legge, commesso alle libere opinioni de’ giureconsulti, che in nome della ragione surrogansi all’arbitrio del privilegio e della forza. Così gli interessi dominanti nel Machiavelli e la ragione esaltata da Grozio vengono a conciliarsi nel fatto, che cancella l’antinomia e la filosofia.
Tutti i fatti parziali sono dunque sottomessi a un ampio concetto; e qualunque rozzezza, qualunque iniquità trova spiegazione o posto in quest’ottimismo. Il semplice quanto sublime ordito ingombra egli di dissertazioni e divagamenti, ove profonde tesori di novità storiche, filosofiche, filologiche. La vulgata cronologia degli avvenimenti è dovuta alla boria delle nazioni e dei dotti. Egli primo riconobbe nella mitologia un senso recondito: e nella poesia, parto d’immaginazioni vivaci, la chiave della storia primiera. Le tradizioni popolari han pubblici motivi di vero: i parlari sono i testimonj più solenni delle prische usanze. Parallelo procede lo svolgersi dei popoli e quello delle umane facoltà, sicchè le une fan riscontro alla storia degli altri. È natura dei vulghi l’assomigliare a se stessi l’universo, imporre a tutte le genti la propria origine; e la mente umana dilettandosi nell’uniformità, ai primi cogniti riferisce i nuovi, e gli effetti particolari a cause comuni. Per mezzo di tali degnità viene a scoprirsi che all’incivilimento non presedettero i filosofi, come Grozio vorrebbe; ed Ercole, Teseo, Pitagora, Dracone, Solone, Esopo sono personificazioni de’ loro tempi, e nuclei attorno a cui la tradizione agglomera la vita e gli atti di molti; sono insomma la personificazione collettiva delle persone eminenti, giacchè il senso comune sta innanzi e sopra del senso individuale. Omero stesso, che dapprima egli avea accettato come un poeta cieco, le meditazioni successive lo strascinarono, lo violentarono a crederlo un mito; non un poeta ma la poesia; nè mai fu superato, perchè non si supera l’ispirazione spontanea di tutto un popolo. Anche i sette re di Roma dissolve in caratteri politici, a ciascuno de’ quali il popolo appropriò gli effetti di lente rivoluzioni, come alle XII Tavole attribuì anche leggi plebee, ottenute assai più tardi col trionfo della democrazia.
Se le genti sono selvaggie da principio, svanisce il concetto dell’antichissima sapienza degl’Italiani: svanisce allorchè sia stabilito che le lingue son fatte dal popolo, non dai filosofi, nè Roma fu governata in origine da un senato di sapienti; talchè il Vico progredendo demolì di sua mano quell’edifizio, nel quale molti nostri, senza conoscerlo, idolatrano ancora la boria nazionale.
Sempre vedendo riscontri e similarità, il Vico credeva che, al par de’ Romani, tutti i popoli fosser passati per tre governi: monarchia aristocratica fondata sull’autorità divina; repubblica aristocratica; repubblica popolare, la quale riesce in monarchia popolare; adunque dall’uno si va ai pochi, dai pochi ai molti, dai molti all’uno.
Amplia questi teoremi, e l’incivilimento non è opera della filosofia, anzi essa col tempo scaturisce da quello; la storia positiva non può raccontare i primordj del genere umano, perchè precedettero ogni scrittura e monumento: ma se tutte le nazioni dalla barbarie giunsero all’equità, v’è una storia ideale, eterna, comune a tutte esse nazioni, le quali non sono che manifestazioni particolari, mentre colla storia ideale si ricostruiscono le civiltà delle singole nazioni, si trovano i primordj alle storie che ne mancano, si assorbiscono in leggi immortali di ragione i particolari fenomeni di Roma, d’Atene, di Sparta, degli uomini, de’ luoghi, de’ tempi. In essa storia il diritto si realizza, cominciando dalla violenza, poi mascherandola nelle formole solenni, ingentilendosi nelle finzioni che eludono queste, poi diventando equo, sempre sotto l’impulso prestabilito delle necessità e delle utilità, delle passioni e degl’interessi, dalla grotta ove il selvaggio rifugge dal fulmine, sin al trono su cui il popolo colloca, suo rappresentante, l’imperatore che livella il diritto.