Questa è dunque una scienza nuova dell’intera umanità. La Provvidenza, che erasi fin allora dimostrata dalla meravigliosa architettura del mondo naturale, il Vico vuol riconoscerla pure nel mondo delle nazioni, non fatto dagli uomini ma da Dio stesso; tutto riducendo all’unità d’una Provvidenza divina, che informa e dà vita al mondo delle nazioni.
Scoperta colla meditazione questa storia ideale eterna, egli vi assetta tutti i fatti umani; ne’ quali, eliminate le particolarità di luoghi e di personaggi, sempre appare un eterno consiglio, che ordina le cose massime e le minime. Perocchè nelle sue manifestazioni la natura umana procede per certi principj comuni: gli elenchi della vita morale, cioè religione, giustizia, utilità, bello, filosofia, si collegano per esprimersi in certe forme di rapporti ne’ diversi stadj dell’umanità. Laonde mito, etimologia, tradizione, linguaggio si soccorrono per ispiegare l’attuamento del diritto nelle storie, e per chiarire che in tutte ricorrono i fatti della romana. L’erudizione non possedendo ancora dati bastanti per ismentirlo, lasciavagli campo a divinare sopra la mitologia, espressione lirica della storia primitiva, sopra il vocabolario, deposito delle conquiste della verità e del diritto, fatte sotto l’impulso della necessità; sicchè colla poesia ch’è la favella eroica, e colle frasi espresse per via di fatti, rilesse in tutti i popoli la storia di Roma. Quest’ultima fu conservata dalle leggi; delle altre sussiste qualche frammento appena, ma potranno ricostruirsi sull’analogia di quella; nè v’è tradizione ch’egli non si proponga di ricondurre alla sua preordinata storia romana.
A questo procedimento di tutte le nazioni, operanti egualmente in circostanze eguali, nella famiglia, nella città, nella nazione, s’opporrebbe la narrazione biblica. Il Vico, non osando rimpastarla, la rimove, riconoscendo nel popolo ebreo un andamento particolare e indiscutibile. Omero pure vi contraddice, cantando costumi corrotti, lunghi viaggi, divinità avvilite che non hanno a fare col patriziato romano. E il Vico per offrirne spiegazione ingrandisce la propria scienza, e scopre un’età divina, una eroica ed una umana; i caratteri doppii, ed i poeti d’età depravata che fanno se medesimi norma dell’universo, e che ai lontani paesi attribuiscono i nomi de’ proprj, supponendo viaggi assolutamente impossibili a quella rozzezza.
Nella civiltà greca come nella romana da principio fu adorata la Provvidenza, poi fantasticato, poi ragionato. Da qui il succedersi dell’età divina, dell’eroica, e dell’umana; ciascuna dotata d’idee e di linguaggi proprj. Vi corrispondono tre specie di costumi; religiosi, violenti, officiosi: tre giurisprudenze; la mistica, la prudente, che ripone il valore nella forma materiale della legge a quella attaccandosi per difesa, e l’umana: tre specie di lingue, di caratteri, di costumi, d’autorità; tre tempi, i religiosi, i puntigliosi, i civili; tre governi, divino, eroico, popolare libero sia monarchia o repubblica, dove però i cittadini son tutti eguali.
Via dunque dalla storia il caso; via l’onnipotenza dei grandi uomini; tutto essendo provvidenziale e prestabilito, non solo pel nostro ma pei mondi infiniti possibili. Glien’è riprova la barbarie rinnovata del medioevo, dove rinascono i simboli, il linguaggio figurato, le clientele, e un Omero della seconda inciviltà, com’egli arditamente qualifica quel Dante, che al Gravina era parso l’Omero di una seconda civiltà. Il mondo, che ripigliò l’antico corso, ricadrà quandochessia nella barbarie.
Benchè egli facesse tutt’uno la scienza e la bellezza, ammirasse i classici e lo stile storico mezzo fra prosa e verso, e fosse dai contemporanei lodato come umanista, si rinvolse in una forma scabra e intralciata, che nocque assai all’intenderlo[280]; oltre che una storia, la quale trova riscontro nella letteratura, nel linguaggio, nella geografia, nell’astronomia, nella cosmogonia, se poteva abbracciarsi da un potentissimo intelletto, non doveva trovarsi accessibile alle intelligenze normali. Pertanto i contemporanei nol capirono; e fu inteso sol quando altri già erano arrivati dove lui, e più innanzi.
Però, non che fosse un isolato fenomeno in mezzo ad un mondo troppo inferiore, egli si erudì nella sapienza del suo tempo; non distratto dalla Corte e dalla moda come i Francesi, non dagl’interessi politici come gl’Inglesi, meditava que’ libri che altri scorrono; confutò riverentemente Cartesio e Grozio, da cui dedusse l’astratta giustizia; forse il Nuovo Organo di Bacone gli suggerì l’idea d’una scienza nuova; profittò del Gravina e del Sigonio, e sovrattutto del platonismo di Leibniz; e criticando il genio, genio si mostrò. Di que’ pochi ch’egli intitola passi d’oro, cioè verità quasi sfuggite agli antichi, sol una mente come la sua potette accorgersi, non che interpretarli e indurne leggi universali. Machiavelli, pensatore sì robusto, aveva accettato la storia di Livio come indubitabile e nel senso vulgare; il Boccalini, Annibale Scoti ed altri commentatori di Tacito non faceano che diluirne i potenti riflessi con languide parafrasi e spiegazioni che nulla insegnavano più dell’originale; Grozio, Sigonio, Gravina, non che i minori interpreti, nella legislazione romana vedeano meramente i fatti; mentre il Vico nella storia come nella giurisprudenza s’approfondisce da scopritore, nè altri mai radunò tante verità e principj nuovi, nè tanto valse nel convertire i fatti in idee senza smarrirsi in astrazioni.
Quell’erudizione, meravigliosa pe’ suoi tempi, fu mostrata monca dalle posteriori scoperte. Se avesse saputo che fra’ selvaggi il Dio è complice dei delitti, è l’avversario d’una civiltà che incatena gl’istinti, non avrebbe derivato la religione dallo sgomento. Dinotò gli sviluppi dell’umanità nelle formole del diritto romano, ma non avvertì ch’era tradizionale, anzichè spontanea; evoluzione, anzichè passaggio da barbarie a civiltà, attesochè il gran popolo sorgea di mezzo alle città italiche. Attribuisce la potenza di Roma alla sua situazione, eppure confessa che i popoli hanno senno e voglie quali l’educazione li dà. Alle origini dell’improvvisata sua società trasporta le cognizioni delle società già costituite, i bisogni di proprietà, di famiglia, di religione, di schiavitù. Al giudizio individuale di Cartesio surrogando il comune, non s’accorge che spesso l’errore domina intere generazioni, e i miglioramenti nascono da ragione individuale che precede la generale; sicchè il senso comune è l’espressione di uno stadio sociale, anzichè della verità e della ragione.
L’erudizione, che lo avea portato a tanta sublimità, fu pure la sua pietra d’inciampo, ritorcendolo verso il passato, fin a rinnegare diciassette secoli di progresso, e l’indefettibilità del cristianesimo, e la non più disputabile emancipazione dello schiavo: l’ammirazione delle passate gli tolse l’intelligenza delle età moderne, e lo persuase che il ferreo mondo fosse in pieno decadimento: osservando declinare l’Italia dopo tanta floridezza, estese quest’esempio a tutta l’umanità, credendone inevitabile il precipitare dopo elevatasi, e le cause del deperimento universale cercò ne’ parziali eventi della nazione che dominava la sua. Il progresso delle scienze fisiche e la conoscenza maggiore del mondo vennero poi ad attestare che leggi dell’universo non sono quelle di Roma e di Grecia; le caute induzioni odierne provando la parentela delle favelle, negarono che le lingue nascessero spontanee ed isolate per uniforme conato della natura umana; le tante genti rimaste immobili nella primitiva selvatichezza, o moventi appena i primi passi nella via della civiltà, le nazioni stazionarie, fransero il circolo similare, entro cui egli avvolge inevitabilmente l’umanità, e chiarirono che il cattolicismo, l’affrancazione dell’uomo, le grandi scoperte impediscono di indietreggiare pei fatali ricorsi.
Eppure nel sublime sonnambulismo del genio, dominato da quella melanconìa che dà grandezza, fattosi interamente antico, ficcò la filosofia nelle favole, e i deserti antestorici popolò coi figli de’ suoi pensieri, signoreggiando il presente e l’avvenire; e, suo merito supremo, innovando il metodo delle ricerche storiche, fu il primo ad architettare la storia come soggetta a una legge certa, ad un’eccelsa moralità, indipendente da nazioni e da tempo, e la cercò. Poco prima Bossuet vescovo di Meaux, nel Discorso sulla storia universale avea dato una filosofia della storia, ponendole per centro il Calvario, quasi tutte le vicende del mondo fossero preordinate verso il Redentore venturo o venuto. Il Vico, che probabilmente non n’ebbe contezza, considerò le nazioni in sè, e i fatti come fasi della vita, sicchè ne coglieva soltanto ciò che valesse a mostrare la loro opportunità ai disegni di Dio. Trovò i tipi di ragione; enunciò le lingue far parte intima della storia civile; se in cercare nelle radici de’ vocaboli le radici dei pensieri errò sovente, aprì il calle a nobilissimi ardimenti, e divinò quel che altri poi scopersero; alla filologia ampio senso attribuì come meditazione della parola in quanto esprime il pensiero dei popoli, ed è interpretata dai fatti ben più che dai commentatori; avvertì la distinzione fra popolo e plebe: al famoso passo di Clemente Alessandrino sulla scrittura egizia diede l’interpretazione, di cui si gloriano i nostri contemporanei; sminuì le meraviglie cinesi, e presentì l’importanza delle genti scitiche; dettando alcuni canoni di ragione, mettendo in dubbio alcuni pregiudizj, posando molte quistioni e alcune snodando, scoprendo spesso, più spesso ponendo sulla via di scoprire, d’oltre un secolo prevenne gli ardimenti della critica e la creazione d’una storia ideale dell’umanità, dove i secoli passeggeri si contemplano nel lume dell’eterna Sapienza. La lotta dell’intelligenza colla necessità, dell’Oriente coll’Occidente, dell’uno col molteplice, l’objettivarsi dell’idea nella storia, la manifestazione dell’assoluto, le altre forme umanitarie di Schelling, di Hegel, di Fichte, di Cousin rientrano pur sempre nel concetto di Vico, liberato dall’umiliante corollario dell’inevitabile decadenza.