Non dimentichiamo che, disapprovando le oziose disquisizioni, il Vico disse la filosofia esser data «per intendere il vero e il degno di quel che dee l’uomo in vita operare»; e, a differenza dei tanti, rivolti solo ad esagerare la degradazione, sostenne che «la filosofia, per giovare al genere umano, dee sollevare e reggere l’uomo caduto e debole, non convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua corruzione».

CAPITOLO CLIX. Scienze naturali e matematiche.

Meglio delle scienze morali furono coltivate le positive, il cui lustro redime dal decadimento delle lettere e del carattere nazionale.

L’intelletto umano non può raggiungere l’assoluto, le origini delle cose, eppure alla ricerca di quelle s’affatica l’attività sua, e, attesa la relativa sua impotenza, dà all’immaginazione grandissima efficacia nelle scienze che non si riducano a puro metodo come le matematiche. Nelle età precedenti aveano delirato le naturali; e invece di raffrontare i pronunziati de’ maestri col manoscritto originale di Dio, cioè il mondo e la natura; spingersi all’osservazione de’ fenomeni molecolari onde scoprire le cause immediate; coordinar le ricerche ad induzioni generali, e valutare l’azione de’ corpi nella loro massima divisione, soffogavano i fatti sotto le argomentazioni, fondavano l’autorità sopra analogie fantastiche: faceano sperienze, ma suggerite da opinioni derivate da un preordinamento di idee allora dominante. Leonardo Dandolo e Zaccaria Contarini, sulle traccie d’Averroe[281], numeravano quanti peli avesse il leone sul capo, quante penne l’avoltojo alla coda, e come sieno sorde le api e cieche le talpe. — A che serve ciò? è ciò vero?» Son domande che non si facevano, bastando si leggessero nelle compilazioni di Ateneo, Oppiano, Eliano, Plinio; dietro ai quali s’investigavano stranezze e mostruosità, anzichè le leggi comuni, quasi la natura fosse una successione di prodigi. I particolari non fanno scienza, diceano le scuole; e avrebbe creduto impicciolirsi il sapiente che studiasse la caduta d’un sasso, lo sbocciar d’un pisello, le metamorfosi d’una farfalla. Che de’ fenomeni straordinarj scopransi le cause dall’esame dei consueti; che leggi uniformi reggano il pianeta nostro e gli altri, la rotazione del sole e il pulsar dell’arteria, il saltellare d’un minuzzolo di carta incontro all’ambra e lo schianto del fulmine, chi l’avesse asserito sarebbe parso delirante.

In conseguenza prevaleano le scienze occulte, e le prime edizioni de’ libri di tal materia sono quasi introvabili, tanto si logoravano. Può essercene tipo la Magia naturale di Giambattista Della Porta napoletano (1540-1615), che nel I libro discorre a priori delle cause; nel II, delle operazioni, cioè del fare singolarità e prodigi, come scoprire colla calamita se una donna è casta, far una candela che mostra gli uomini colla testa di cavallo; nel III, tratta dell’alchimia, non senza buone osservazioni, massime sul raffinare metalli; nel IV, dell’ottica, ove descrive la camera oscura. Oltre racimolare negli antichi quanto aveano di meraviglioso, sperimentò egli stesso; poi dopo nuove letture e sperienze e viaggi, rifuse l’opera sua in venti libri, con maggior cura del vero: pure molte cose è ben certo ch’e’ non le avea verificate; d’altre gli si dà merito d’inventore mentre soltanto le compilò od avventurò: nè qualche buona osservazione basta a collocarlo tra i rinnovatori, benchè allora fosse ammirato e tradotto.

Eppure la magìa e la medicina taumaturgica, cercando il più recondito e strano delle bestie e delle piante, dall’errore stesso trovavansi obbligate all’analisi e all’osservazione: i musei dove si ostentavano rarità, e pei quali i ciurmadori fabbricavano animali fantastici, giovavano col mettere sott’occhio gli esemplari: tanti viaggi poi in terre inesplorate persuadevano che non tutto era stato detto. Di tal modo alla scienza fatta a priori o sui libri succedeva quella costituita sopra l’esperienza e l’osservazione; raccoglievansi fatti, anzichè compaginare ragionamenti; cominciavasi a dubitare delle asserzioni, a confessar le ignoranze, a non credere che sappia tutto chi di tutto favella, a sostituire il fenomeno evidente alla congettura arrischiata.

Alcuni nostri concentrarono l’attenzione su qualche punto speciale, vero metodo di avanzare. Fabio Colonna, erudito eppur osservatore, trattò delle conchiglie e della porpora; Pietro Olina da Orta degli uccelli, con particolarità interessantissime[282]; de’ pesci il Salviani da Civita di Castello. Fabrizio d’Aquapendente, con metodo scolastico, ma con qualche buona osservazione discorse se le bestie abbiano un linguaggio e quale, quanto differente da quel dell’uomo e delle altre specie, a che adoperato, come possa comprendersi, qual n’è l’organo[283]: se possano comunicare fra sè dei fatti specifici, e fin a qual punto associno idee al linguaggio dell’uomo sono problemi ch’e’ non toccò, e che i nostri filosofi non sciolsero finora.

I cataloghi di vegetali faceansi per alfabeto, a servizio de’ farmacisti, finchè il Maranta nel 1559 pubblicava un metodo di studiar le piante medicinali. Si ammirano nella biblioteca Marciana alquanti codici botanici, fra’ quali il Liber de simplicibus di Benedetto Rinio veneziano del 1415, con quattrocentrentadue piante mirabilmente ritratte da Andrea Amadìo, e coi nomi latini, greci, arabi, slavi, tedeschi; e una Storia generale delle piante di Pierantonio Michiel, in cinque volumi, con un migliajo di specie disegnate e colorite, i nomi in diverse lingue, e buone descrizioni, e una distribuzione sistematica in tre serie, dedotte dalla struttura delle radici, delle foglie, dei semi. Nel poema De viribus plantarum di Emilio Macro del 1480 furono inserite le prime tavole botaniche, poi nel 93 nell’opera di Pier Crescenzi.

Giorgio Valla, Marcello Virgilio, Ermolao Barbaro patrizio veneto, Fausto da Longiano, Nicolò Leoniceno, Giovanni Manardo si limitarono a tradurre o a commentare gli antichi botanici. Andrea Mattioli da Siena, che accarezzato e applaudito viaggiò assai come medico di principi, arricchì Dioscoride di moltissime osservazioni sue proprie, e notizie e disegni di nostrali e di Tedeschi; onde l’opera sua lodatissima fu cerca fin nei regni d’Oriente. Antonio Musa Brasavola (-1577), transizione fra i commentatori e gli osservatori, consigliò al duca di Ferrara un orto elegante, che fu detto il Belvedere, ma che a torto si reputa il primo, giacchè Venezia ne possedeva uno fin dal 1330, a Padova ne istituì un altro nel 1545[284], poi nel 1564 la prima cattedra pei semplici, anzi numerò nelle sue provincie tanti orti quanti in tutto il resto d’Italia. Luigi Anguillara, famoso per la composizione della triaca e direttore dell’orto di Padova, viaggiò e tenne relazioni coi dotti, ai quali dava risposte e descrizioni, che ne formarono la gloria per quanto male ne dicesse il Mattioli, indispettito di vedersi appuntato di qualche sbaglio. Un orto ebbe pure Firenze: quel di Pisa, donato da Luca Ghini bolognese, fu dal granduca Ferdinando arricchito con piante d’Asia e d’America, principalmente per opera di Michelangelo Tilli, buon osservatore e d’estesa corrispondenza, chiesto medico dal bey e dal granturco, e per sua cura vi fiorirono primamente l’aloe ed il caffè (pag. 303). Giambattista Trionfetti bolognese fondò l’orto di Roma, glorioso di possedere da seimila specie[285]. I botanici vi trovavano di belle rarità, massime ne’ giardini veneti; il Brasavola la malva arborea e la cassia in quello dei Cornaro a Murano; il pistacchio di Sorìa in quel del Morosini; il Bacchino nel suddetto dei Cornaro l’uva spina e l’iride fetida; il giacinto orientale, l’eritonio, il galanto in quel di Lorenzo Priuli, ove prima fiorì la scamonea d’Aleppo, ed ove s’aveano la carruba e il leucojo; in quel del Bembo il pisello americano, il cicorio spinoso, ecc.: l’Anguillara vedeva lo storace e l’amomo in quello de’ Michiel; la tuja, il pistacchio selvatico in quel dei Pasqualigo, e la lacrima di Giobbe; Prospero Alpino il laserpizio in quel dei Bembo; in quel de’ Contarini lo stramonio d’Egitto ch’egli denominò Contarenia; in quel del Rannusio il rabarbaro; in quel dei Moro la pianta del balsamo, ch’egli aveva recato dalla Mecca.

Que’ patrizj favorivano i cultori di questa scienza: i Calergi, signori del monte Ida a Creta, vi ospitavano gli studiosi di tali rarità; Marin Cavallo, nunzio a Costantinopoli, secondava i viaggi del Guilandino in Oriente; Girolamo Cappello, provveditore in Candia, mandava piante ed erbe ed ajutava le ricerche di Prospero Alpino e i viaggi di Giuseppe Benincasa; Giorgio Emo condusse al Cairo esso Alpino, la cui opera postuma delle piante esotiche fu fatta stampare da Nicolò Contarini; l’Alvise Corner e Giovanni Donà, consoli al Cairo, esploravano col Veslingio l’Egitto.