E già il veronese Girolamo Fracastoro (1553), ponendo mente alla giacitura delle conchiglie fossili e delle impronte organiche del monte Bolca, aveva indotto non potessero essere d’un’età medesima. Pensavano con lui Leonardo da Vinci e il Cardano, in opposizione al Mattioli ed al Falloppio: Majolo supponevale lanciate da vulcani, come poi sosteneva Lazzaro Moro: Fabio Colonna già distingueva le fluviatili dalle marine. Agostino Scilla messinese (1639-1700), pittore della scuola di Andrea Sacco e studioso delle medaglie, osservando nella Calabria que’ grandiosi letti di testacei in parte già pietrificati, trovolli identici colle conchiglie viventi ne’ mari vicini alla Sicilia. Le sue indagini espose nella Vana speculazione disingannata dal senso, con ventotto tavole che rappresentano i principali fossili della Sicilia e di Malta, coralli, madreperle, ostriche, serpule, vertebre, denti, ravvicinandoli alle specie vive. Non esperto naturalista, «So poco (dic’egli), conosco di valer poco, ma di non voler vivere a caso; mi son messo in capo che il dubitar delle cose è il miglior mezzo di conoscerle con più probabilità». Il Vallisnieri, lo Stelluto, il gesuita Cesi e molti si occuparono dei «corpi marini che sui monti si trovano»; non posando però teoriche soddisfacenti.
Qui venne a studiare geologia il tedesco Kircher, che si fece anche calare nel cratere del Vesuvio[289]; uno di quei talenti universali, che han bisogno di cogliere idee complesse, quali furono l’unità delle nazioni, la scrittura universale, la stenografia; ma i suoi libri sparse di ciancie e fantasie. Estesa largamente la sua fama, i principi anche protestanti gli mandavano denari per esperienze, e rarità pel museo del Collegio Romano. La svedese Stenon, fattosi cattolico, più scientifico spirito volse alla struttura de’ terreni toscani, e primo avvertendo la stratificazione[290], stabilì siano depositi orizzontali del fluido, che l’accensione di vapori sotterranei, o scoscendimento dei letti superiori, sollevò in montagne ed in variate inclinazioni: riscontra che il terreno toscano, due volte fu piano e secco, due aspro e montuoso, e due coperto dalle acque. Così fondava la geologia e la cristallografia.
Bernardino Ramazzini da Carpi (1633-1714) nelle Effemeridi barometriche sosteneva l’influsso de’ cambiamenti atmosferici sopra la sanità; parlando delle fontane modenesi, dà come antichissimi i pozzi artesiani, ove forando la terra con un’ingente trivella «ad un tratto l’acqua erompe con impeto portando sassi ed arena, e quasi in un istante si riempie di acqua il pozzo intero, e in siffatto modo si conserva costantemente»; avverte la temperatura elevata di queste scaturigini, e suppone derivino dal mare per istrati di terre, spiegandone il sollevamento colle leggi ordinarie dell’idraulica[291].
Filippo Bonanni fece una raccolta di testacei, scrisse sulle chiocciole e le loro uova, e sostiene la generazione equivoca, come faceasi generalmente dietro agli antichi. La confutò Francesco Redi aretino (1626-94), che applicò agl’insetti una savia incredulità; e così poi fecero e Swammerdam ed i più fino ai giorni nostri, quando la teoria impugnata tenta risorgere con corredo di scienza e di osservazioni, ristretta però agl’infusorj.
Esso Redi scoprì la sede del veleno della vipera: e più che le verità, è notevole il suo metodo d’indagarle, e il dimostrarle con accuratezza, buona fede e temperata polemica; negli sperimenti non traviato dai pregiudizj fra cui era cresciuto, eppur rispettando chi opinava diverso. Accerta che i vermi sviluppatisi nella carne esposta all’aria son deposti da insetti; ma s’accontenta di dire parergli verisimile che le carni putride non offrissero un luogo opportuno alla schiusa delle uova, e un pascolo ai nuovi esseri. Nè crede superfluo il confutare l’opinione che dalle viscere d’un toro nascano le api: non l’avevano asserito i Greci? non l’avea cantato mirabilmente Virgilio? era dunque una verità per quei molti, per cui la scienza riduceasi a una serie d’atti di fede. Alle sue induzioni ne opponevano altre i dotti, alcuni pretendendo anche appoggiarsi all’esperienza. Il Kircher asseriva d’aver fatto egli stesso questa sperienza: prendasi polvere di serpenti, si semini in terreno grasso e umido, si annaffii alquanto con acqua pluviale, si esponga al sole di primavera; e fra otto giorni si vedranno formicolarvi verminetti, che nudriti con acqua e latte diverranno serpentini perfetti, capaci di perpetuare la specie. Il Redi non mette in canzone l’avversario; solo asserisce che più volte ritentò l’esperienza, e non gli è mai riuscita.
Venuto in un tempo che ad ogni viscere s’attribuiva un rimedio proprio, ad ogni sintomo uno specifico, e la moltiplicità di questi portava complicatissime ricette, non assicurandosi quali rimedj fossero buoni, egli quasi non ne adoprò veruno, e — Godo (scriveva al Lenzoni) ch’ella sia nel numero de’ professori, che non inquietano i poveri malati con tanti e varj rimedj, sapendo che la natura gode del poco e buono, e si solleva coi semplici rimedj e con la dieta ben regolata; dove, per lo contrario, s’aggrava di molto con quei tanti sciroppi, pillole, elettuarj ed altri galenici composti, inventati, cred’io, non per altro che per ingrassare l’ingordigia degli speziali».
L’onorarono gli scolari suoi Bonomo, Castoni, Sangallo, Del Papa e Lorenzini, il quale diè la prima esatta descrizione della torpedine, notando l’organo eccitatore. Intanto col microscopio, consistente però solo in una lente, il Malpighi, Leuwenhoek ed altri avanzavano la conoscenza degli animali infusorj, che pareano sottrarre ai sensi il mistero del loro organismo.
Gianandrea Della Croce veneziano (-1575) nella Chirurgia universale espose le scoperte fatte sin allora nell’anatomia. Ad Alessandro Benedetti da Legnago, che come medico in capo degli eserciti veneti, descrisse le battaglie contro Carlo VIII, è dovuta la prima istituzione d’un teatro anatomico, e il primo cenno della notomia patologica e della litotripsia[292]. Benivieni da Firenze eseguì ben prima del Paré la legatura dei vasi, ed operazioni di gran difficoltà, prudenti e felici; notomizzò patologicamente uno scirro allo stomaco, l’ulcerazione dell’omento, i polipi sanguigni, i calcoli biliari[293]. Eppure l’anatomia era sì poco avanzata, che fin contusioni e lussazioni curavansi con droghe e sciloppi: il Guicciardini (lib. VII) narra sul serio che a Giulio d’Este «erano stati tratti gli occhi, ma riposti senza perdita del lume nel luogo loro, per presta e diligente cura dei medici». All’opera del Mondino bolognese, per tre secoli unico testo, aggiungeansi man mano le scoperte in forma di commento. Jacopo di Berengario da Carpi professore a Bologna, raccomanda agli scolari di non acchetarsi al detto altrui ma osservare da sè; egli stesso potè dissecare centinaja di cadaveri, audacia allora senz’esempio fuor d’Italia; e fece molte scoperte, e nominatamente della membrana anteposta alla retina[294].
Andrea Vesalio di Brusselle (1514-64), notomizzando qualunque animale gli capitasse, poi uomini nelle scuole e nei cimiteri, indicò gli sbagli degli antichi, e che le osservazioni di Galeno erano fatte sopra scimie; professò a Pavia, a Bologna, a Pisa; pubblicò tavole anatomiche a Venezia, che levarono rumore quasi d’un nuovo mondo: ma le sue operazioni parvero assassinj, e bandito di patria passò a Venezia, e come medico militare imbarcatosi con Giovanni Malatesta da Rimini per Cipro e Gerusalemme, nel ritorno naufragò sulle coste di Zante, e morì di fame.
Gabriele Falloppio modenese (1623-62), pur rispettandolo, il convinse di errori, massime intorno ai muscoli addominali; con sagacia delicatissima distinse lo squisito sistema acustico e la testura delle fosse nasali, della mascella, dello sterno, del sacro; e lasciò il suo nome alle trombe collaterali all’utero. Credette con Galeno che i nervi derivassero dal cuore, e le arterie conducessero gli spiriti vitali da questo a tutto il corpo; ma lo corresse in quanto al cieco ed alla fibra muscolare, da cui escluse i nervi, e mostrò che cessa d’operare se taglinsi le fibre per traverso, no se s’incidano per lungo. Esattamente descrisse l’epiploon ed il piloro, e fece conoscere il mediastino, la pleura e la glandula lacrimale. Di sei o sette cadaveri all’anno potea disporre, e il duca di Toscana tratto tratto gli offriva un condannato a morte, quem interficimus modo nostro et anatomizamus. Il medico ridotto a carnefice![295].