Della scoperta della staffa dell’orecchio, Falloppio cede il merito a Gianfilippo Ingrassia siciliano, che restaurò questa scienza nell’Università di Napoli, si segnalò nella peste del 1575, e primo stabilì Consigli di pubblica sanità. Asselio di Cremona indicò i vasi lattei. Bartolomeo Eustachio da Sanseverino (1510-74), professore nella Sapienza di Roma, studiò sui reni, la vena azygos e la struttura dell’orecchio e dei denti; seguì l’andamento d’alcuni nervi in prima arcano, e vide l’origine del gran simpatico. Quarantasei grandi tavole, per mancanza di mezzi, lasciò inedite: quando Clemente XI le fece pubblicare dal Lancisi nel 1714, si vide prevenuta la gloria di Bartolini, di Bellini, di Pequeto, di Lavater e d’altri.
Dallo studio anatomico delle parti si passò al fisiologico dell’uso e delle relazioni di esse, dove ottennero lode Redi, Liceti, Baglivi, Pacchioni, De Marchettis. Giambattista Carcano Leone, professore a Padova dal 1573 al 1600, meritò un elogio dallo Scarpa. Col microscopio e colle injezioni si conobbe l’anastomosi delle estremità vascolari, il passaggio del sangue dalle arterie nelle vene, l’azione dell’aria su di esso, l’assorbimento chilifero, la digestione, la generazione ed altri fenomeni, spiegati diversamente dagli jatrochimici e dagli jatromeccanici.
Giulio Cesare Aranzi bolognese sottilizzò sul feto e sugl’involucri suoi, avvisando a quell’organogenia, che nacque ai giorni nostri: e profittando delle scoperte di Realdo Colombo intorno alla circolazione, fece passare il sangue non più pei pori del setto, ma per la vena arteriosa ne’ polmoni: sebbene poi anch’esso, come Colombo, si arrestasse all’opinione generale che il fegato fosse organo della sanguificazione.
Girolamo Fabrizio d’Acquapendente (1537-1619) continuò Vesalio nel generalizzare le osservazioni anatomiche col paragonarle ad altri animali, e dalle somiglianze e diversità fra le specie derivare conseguenze. I suoi trattati, che sono frammenti d’un Totius animalis fabricæ theatrum, divide ciascuno in tre parti: descrizione dell’organo, sua azione, suo uso. Particolare cura pose alle vene, ed osservò le valvole essere dirette verso il cuore, sicchè a lui pare dovuta questa scoperta, piuttosto che al Sarpi, il quale dicono notasse la contrazione e dilatazione dell’uvea. Ricusando mercede dai grandi che assisteva ebbe ricchissimi regali, che dispose in un gabinetto col motto Lucri neglecti lucrum. Le ricchezze da lui guadagnate faceano gola ai parenti; e allorchè di ottantadue anni esso ammalò poi guarì, non dissimularono il dispiacere; onde il gran vecchio ne restò amareggiato, ricadde, e protestò essere stato avvelenato.
Sotto di lui studiò in Padova fino al 1602 l’inglese Harvey, al quale si dà merito d’avere scoperto la grande circolazione, benchè essa indubbiamente fosse già conosciuta in Italia, ed egli abbia imparato le vere funzioni del sistema vascolare da Eustachio e Rudio[296], cui senza citare copiò. Se non che, giovandosi dei progressi dell’anatomia sperimentale, rimosse le frasi viziose de’ predecessori, assegnò più chiaramente il meccanismo generale della circolazione, ed espose con quella precisione d’idee e di parole che era mancata ai nostri.
Il sistema d’Harvey fu favorito anche dalla trasfusione del sangue, già accennata da Marsilio Ficino e dal Cardano, e, prima che a Londra, praticata dal Fracassati, dal Montanari, dal Manfredi, e con più rumore da Francesco Poppi che riuscì a farsene credere inventore. Poi nel 1661 Malpighi accertò col microscopio la circolazione ne’ piccoli vasi e le anastomosi delle arterie e delle vene, meglio analizzò il sangue, scoprì la struttura del polmone e del fegato, vide la lingua e tutta la cute sparsa di papille, animate da fili nervei; rivelò la sostanza del cervello e le minute sue circonvoluzioni, la struttura glandulare dei visceri, e quella del nervo ottico in molti pesci, col che sovvertiva la teorica di Cartesio sopra il passare de’ raggi luminosi per esso nervo al cervello; svolse le spire del cuore, che il Borelli (sei anni prima dello Stenon) aveva dimostrato essere di struttura muscolare; e ben prima d’Albino indicò che il colore dei Negri non risiede nella epidermide, ma nella secrezione del tessuto mucoso fra essa e la pelle. Con mirabile longanimità seguitò l’incubazione dell’ovo, ma si tenne fermo sulle preesistenze e sullo sviluppo centrifugo, benchè cercasse un primitivo tessuto, di cui gli organismi non fossero che modificazioni; e tali giudicasse gli acini o follicoli glandulosi nella loro intima struttura. Gli avversarj, fra cui lo Sbaraglia, ribattè scrivendo la propria vita; le sue osservazioni possono dirsi scoperte; finchè da Innocenzo XII fu chiamato archiatro.
Il suo scolaro Antonmaria Valsalva da Imola (-1723) notomizzò il cervello, il cuore, l’apparecchio respiratorio, e meglio l’orecchio, già sessant’anni prima studiato dal piacentino Giulio Casserio; migliorò gli spedali e gli stromenti chirurgici, e meritò essere encomiato e difeso dal Morgagni.
S’incominciò pure ad ammirare le analogie fra la struttura del corpo e le funzioni della vita animale, facendo appoggio alla teoria delle cause finali. Il napoletano Marcaurelio Sanseverino diede in barbaro stile il primo trattato di anatomia comparata, stabilendo che gli organi de’ diversi corpi differiscono solo nelle proporzioni fra le specie. Di tutto ciò veniva migliorata la medicina: e poichè si richiedeva coraggio a combattere errori di secoli, non vogliamo essere troppo severi a chi teneva alcuna zavorra di metodi scolastici, di qualità elementari; se preferivansi i casi strani; se contro i sintomi dirigevasi la cura; se eccessiva importanza attribuivasi alle orine e ai casi critici, intorno ai quali il Fracastoro diede una teoria ingegnosissima ma tutta speculativa.
Gl’incrementi della matematica eccitarono la pretensione di spiegare i fenomeni della vita colle leggi della statica e dell’idraulica, donde la scuola degli jatromatematici. Santorio Santori di Capodistria durò trent’anni si può dire continuo sulla bilancia per valutare la traspirazione cutanea. Gian Alfonso Borelli messinese (1608-79) trattò dei moti animali, sieno gli esterni volontarj, sieno (studio più sottile e meno certo) gl’interni spontanei, creando la parte più bella e rigogliosa della fisica animale. A forme algebriche sottoponeva non solo la contrazione muscolare, ma tutti i fenomeni della vita, pretendendo assimilare l’equilibrio delle leve coi misteri della fisiologia. Giammaria Lancisi romano (-1720), archiatro e oracolo del suo tempo, trattò del moto del cuore, dell’aneurisma, delle morti improvvise, che al cominciare del Settecento parvero farsi più frequenti; ma meglio attese all’osservazione pratica, e pe’ suoi alunni nell’archiginnasio patrio stese un buon compendio d’anatomia. Lorenzo Bellini fiorentino (-1704), di non venti anni pubblicava l’esercitazione anatomica sulla struttura dei reni, poi della lingua; col non dissimulare l’alto concetto che nutriva di sè, amareggiossi la vita.
Che i morbi dipendano soltanto da solidi viziati negò Giorgio Baglivi raguseo (-1706), propagatore della medicina osservatrice, massime nelle costituzioni epidemiche: e col sospettare una forza vitale avviò a congiungere la fisica col vitalismo. Certo il sistema jatrofisico introdotto da lui e dal Pacchioni di Reggio, è quel che conteneva maggior numero di verità. Della febbre petecchiale, che desolò l’Italia nel 1505, priamente descritta con esattezza da Gerolamo Cardano, molti trattarono, e principalmente il Fracastoro e Massa e Andrea Trevisio. Altri esaminarono la tosse convulsiva, il catarro epidemico, e lo scorbuto propagatosi: la rafania fu distinta per morbo particolare. Troppe ricorsero occasioni di osservare la peste bubonica; e le cause assegnatene farebbero ridere, se l’età nostra risuscitandole non ci avesse insegnato a compatire. Giuseppe Daciano di Tolmezzo (-1576) buon osservatore, trattò della peste e delle petecchie, con molte savie osservazioni sue proprie, e fu de’ primi a distinguere la peste bubonica dalle febbri contagiose con cui veniva confusa. I migliori prendevano a considerare le malattie non come enti astratti, ma come modi dell’organismo, perciò studiando le relazioni fra la macchina umana e gli agenti esterni, la cui potenza si deduceva non da teoriche prestabilite, ma dagli effetti; e convinceansi che alle leggi della vita sono inapplicabili quelle della materia inerte, e che unico vero sistema è l’esperimento.