Giambattista Montano e Marsilio Cognati veronese (-1572) restaurarono cogli scritti e colla pratica la scuola d’Ippocrate. Giovanni Argentieri chierese contraddisse a Galeno e agli ammiratori degli antichi[297], sbandendo le ragioni sofistiche, e i tanti spiriti cui la scuola ricorreva per ispiegare le funzioni; sottrasse alla volontà dell’anima la forza medicatrice per attribuirla a leggi naturali; discorse ragionevolmente del sonno; negò che le vene nascano dal fegato, e contraddisse Corrado Ghirardelli[298] il quale aveva prevenuto Gall sostenendo la localizzazione delle facoltà intellettuali, e la corrispondenza degli organi loro colle protuberanze del cranio.

Anche Girolamo Capodivacca, professando a Padova, combattè Galeno, ma senza sapersene sempre strigare. Fortunato Fedele svertò molti errori correnti, stabilì canoni di filosofia medica, e raccomandò si pensasse a conservare o restituire la sanità, lasciando il resto alla filosofia astratta; parsimonia dei farmachi, non badare alle pretese facoltà naturali de’ rimedj, e tanto meno ai murmuri e agli amuleti. Perocchè i barbassori, disapprovando questi novatori irriverenti alla sapienza di Galeno e degli Arabi, negavano le verità nuove perchè repugnanti alle osservazioni vecchie[299], e perseveravano nelle prescrizioni antiche. A Gregorio XIV fu dato a bere per quindicimila scudi d’oro potabile. In una grotta vicin di Bracciano s’introduceva l’infermo di malattie cutanee dopo averlo purgato, e disteso e nudo sul terreno s’addormentava mediante soporiferi; le biscie tratte dall’alito del sudore, a centinaja attorcigliavansegli al corpo, leccandolo innocuamente; in capo di tre o quattro ore si traeva dalla caverna, e così seguitavasi sino alla tarda guarigione[300].

Più consueto era l’accoppiare alla medicina ricerche ed osservazioni astrologiche. Luca Guarico napoletano vescovo scrisse di questa scienza, e troppi altri rassodarono alla loro pratica; l’illustre Fracastoro assegna ad influssi di stelle le simpatie e antipatie; Lodovico Settala Milanese mette in relazione coi pianeti gli organi tutti, e fin le linee facciali e le rughe e i nêi, e vuol che il sole operi sulla forza vitale, la luna sulla vegetativa, mercurio sull’immaginativa, venere sull’appetitiva, marte sulla repulsiva, giove sulla naturale, saturno sulla retentiva[301]. Non ripeteremo la lunghissima serie dei secretisti ed alchimisti, fra cui Pietro De Platea di Trapani, cerco anche fuori d’Italia, dava i suoi secreti senza interesse. Girolamo Chiaramonti (-1640), autore della Fenice della medicina, inventò la polvere di Baida, specifico per cui guadagnò molto, dopochè il duca d’Ossuna la fece provare sopra dodici malati, scelti a caso nell’ospedale dell’Annunziata e che tutti guarirono. Principe de’ rimedj nuovi era la china-china, allora portata dal Perù, e qui diffusa dal cardinale di Lugo e da altri Gesuiti. La difesero i nostri pratici, più attenti a valersi dell’effetto che ad esplorarne la natura: e dopo Sebastiano Bado genovese, Francesco Torti di Modena adoperolla anche nelle febbri perniciose, poi fu estesa ad altre malattie, massime di languore.

Perchè i medici francesi repugnavano dal salasso, Leone Botalli d’Asti insegnò che, come in una sorgente più acqua cattiva s’estrae, più ne viene di buona, come nelle mammelle più latte si succhia, di migliore se ne separa, così avviene del sangue; onde i suoi salassavano per ogni male e per corruzioni d’umori. Altri aspettavano miracoli dalle acque minerali, di cui si migliorò l’uso, e da’ bagni, sui quali si stampò una famosa raccolta a Venezia il 1553. A Napoli, in Sicilia, a Malta vennero di moda le cure per mezzo dell’acqua diaccia[302].

D’inferior condizione tenevasi ancora il chirurgo, e faceva pratica sotto ai barbieri, scopando la bottega, pettinando, svellendo i calli. Fin dal 1400 in Sicilia conosceasi l’innesto di nasi e labbra, ridestato da Gaspare Tagliacozzi[303]. L’uso delle armi da fuoco portò a nuove indagini; e capitale è l’opera di Alfonso Ferri napoletano (De sclopetorum vulneribus. Lione 1554). Un segreto per guarirle Ambrogio Parè insigne pratico comprò da un medico torinese, facendone stima più in proporzione del prezzo che del valore effettivo. Cesare Magatti da Scandiano attese a semplificare la chirurgia. Girolamo Mercuri (-1615), autore della Comare e degli Errori popolari in Italia, uscì di domenicano perchè il vulgo ne rideva, e col nome di Scipione girò tutta Europa, finchè vecchio tornò al suo Ordine.

Orazio Monti (Del governare gli eserciti e i naviganti, 1627), e con maggiore pienezza Lucantonio Ponzio (De militum in castris sanitate tuenda, 1685), cercarono migliorare la sorte de’ soldati, che la società condanna a tanti patimenti incompassionati. Bernardino Ramazzini scrisse sulle malattie degli artefici, delle monache, dei principi.

Giambattista Selvatico lodigiano derise l’usare pietre fine per farmaco, e (Sullo scoprire coloro che fingono malattie, 1595) parla delle gravidanze simulate o nascoste, degli ossessi, della fascinazione, dell’impotenza, della finta verginità e d’altre finzioni, appoggiandole a storielle curiose. Il siciliano Fortunato Fedeli, profittando de’ lavori di esso e dell’Ingrassia, toccò tutti i punti della medicina legale[304], e alcuni speciali del tempo, come le malìe e la tortura. Con maggior dottrina e senso pratico ne ragionò il romano Paolo Zacchia (Quæstiones medico-legales, 1621).

Non si conosce forestiero illustre che non fosse allievo delle Università nostre. Paracelso studiò a Bologna, a Roma, a Padova; Solemandro a Roma, a Pisa, a Ferrara; Langio a Pisa prese la laurea, dopo seguìto le lezioni di Leoniceno e di Vigo; Eurnio studiò in Padova e in Pavia; Teodoro, Jacopo e Bonifazio Swinger all’Università di Padova e ad altre d’Italia; Linacro in Firenze e in Roma, come Bruceo; in Padova Struzio Dessinio, primo confutatore di Paracelso; come Erasto che fu poi in Bologna, dove Monavio, De Pratis, Serveto; Cornelio Agrippa qui militò per sette anni, e professò anche in Torino ed in Pavia; Volchero Coitee fu discepolo di Falloppio e di Eustachio; Joubert dell’Argentieri a Torino; Bahuin dell’Acquapendente; in Padova studiò anche suo fratello Giovanni; e Dodoneo che più volte tornò a visitare le scuole d’Italia; Amato Lusitano stette scolaro e professore in Bologna; Rodrigo de Fonzeca a Pisa ed a Padova; Guilandino, dal Falloppio salvato dalla schiavitù algerina, fu alunno e quindi maestro nell’Università di Padova, ove pure studiarono Giovanni Schenk, Spigel, Gaspare Hoffmann, Fyens discepolo di Mercuriale, d’Aranzi, d’Aldrovandi, di Tagliacozzi. Nè cessò col secolo l’affluenza degli stranieri; e la sola Università di Padova noverò fra’ suoi allievi Maurizio Hoffmann, Posthio Gaspare seniore, Tommaso e Gaspare giuniore, Bartolino, Meibomio, Rolfink, Sennert, Wepser, Giovan Giorgio Weslingio, altri ed altri.

La chimica, fantasticando a ricercare oro e longevità, era giunta a felici risultanze. I nostri preparavano molti farmachi, il sublimato corrosivo, i saponi medicinali: acque distillate e quintessenze erano prerogativa di Firenze, come di Venezia la teriaca. Alcuni si volsero alla chimica organica; il Servio di Spoleto sul latte, sul sangue il Barbato di Padova, il Baglivi, il Malpighi; e a tacer altri, fiorirono in Germania Angelo Sala (-1639) e in Inghilterra Giovan Francesco Vigani (-1683), vicentini. De’ quali il primo combattè le ciarlatanerie, i rimedj universali, la trasmutazione, e trattando dello zuccaro, del tartaro, della distillazione, dell’antimonio, mostrasi operatore diligente e osservatore arguto, confina colla scienza moderna quando definisce l’olio di vitriolo essere il «vapore solforoso che ha tolto qualche cosa all’aria, all’ambiente». Il Vigani comprese che un composto determinato (sale) risulta dalla combinazione di eguale quantità d’un medesimo acido con una calce metallica (ossido).

Quanto alle applicazioni, Antonio Neri, prete fiorentino, nell’Arte vitraria (1612) esibì eccellenti precetti sulla fabbrica degli smalti, de’ vetri colorati, delle pietre artifiziali e degli specchi metallici: Martino Poli di Lucca inventò un secreto per rendere mortalissime le battaglie, e Luigi XIV, cui lo presentò, il colmava d’elogi e di doni, ma gli faceva promettere di non mai propalarlo: Vincenzo Casciarolo di Bologna, studiando le pietre bianche che si trovano ne’ contorni della sua patria, e calcinandole col bianco di ovo e altre materie organiche, ottenne fin dal 1602 un prodotto nuovo che dava luce anche la notte, e ch’egli chiamò pietra solare, prevenendo di mezzo secolo la scoperta del fosforo di Brandt.