Il medico Fracastoro, uno de’ primi a surrogare alle cause occulte l’azione degli atomi, e che considerava i corpi come attraentisi un l’altro, ed assegnò un principio imponderabile ai fenomeni elettrici, magnetici e fisiologici, combattendo gli epicicli spianò la via al sistema copernicano, ed erasi pel primo valso di lenti astroscopiche[309]. L’invenzione rimase sterile, fin quando si udì che in Olanda erasi trovato un non sapeasi quale istrumento, che ingrossava alla vista gli oggetti lontani. Galileo studiò le leggi della refrazione, tanto che si chiarì potere ingrandirsi fin trenta volte il volume d’un objetto, e regalò uno strumento da ciò al senato veneto, che ricompensollo largamente. Quale smania prese allora tutti di mettere l’occhio a quello stromento, che poi da Denissiano fu detto telescopio! Il Sirtori, costruitone uno, andò sul campanile di San Marco per fare osservazioni, scevero dalla moltitudine: ma appena il riconobbero, ecco salir curiosi in folla, ed egli dovette per più ore lasciarli guardare; nè potè sottrarsi alle inchieste che fuggendo dalla città[310]. Subito Venezia si empì di fabbricanti di cannocchiali, cercatissimi dappertutto: ma Galileo gli applicava ad altro che a curiosità.
Il suo telescopio componeasi puramente d’un objettivo convesso e d’un oculare concavo, sicchè dava appena un’ampliazione lineare di trentadue volte, e angustissimo campo abbracciava, di che cresce la meraviglia come gli sia bastato a scoperte più magnifiche che mai non si facessero con raffinatissimi stromenti[311] e che pubblicò nel Nuntius sidereus (1610), appena dieci mesi dopo trovato quell’istromento. Della luna vide scabrosa la superficie e i contorni, e vi suppose montagne, anche più alte delle nostre, argomentandolo da’ varj tempi e gradi con cui riflettevano i raggi solari; e il color cenerognolo della sua parte oscura attribuì alla luce del sole ripercossa dalla terra. I pianeti gli parvero corpi rotondi come la luna, mentre le stelle fisse v’aveano solo sembianza di corpi scintillanti. Nelle plejadi conta non meno di quaranta stelle; e d’una infinità scorge composta la via lattea e la nebulosa di Orione. Notò le fasi di venere; avvertì che saturno pareva avesse ali, le quali poi si trovò essere l’anello. Il sole, che reputavasi fiamma purissima, e’ dichiarò corruttibile e roteante, inducendolo dalle sue macchie. Ravvisa attorno a giove quattro minori astri, che al domani han mutato posto, e gli accerta lune, scoprendo[312] così quel bel sistema, che offre il compendio del solare di cui fa parte, e in un sol tratto espone all’occhio parti che nel sistema planetario riuniamo soltanto col raziocinio.
Stupiva egli, stupiva il mondo di sì nuovi trovati, e indarno la grave invidia credeva screditarli dissimulandoli. Egli stesso non affrettavasi a pubblicarli, o gli annunziava mascherati; il che poi diede appiglio a dispute di priorità[313].
Ancor più delle invenzioni sono memorabili i raziocinj suoi, quel filo d’idee esposte con limpidezza, sebbene talvolta prolissa; e i metodi che insegnò, e gli errori di cui scaltrì. Non chetarsi all’autorità; negligere le ricerche intorno all’essenza delle cose, le dimostrazioni a priori, le astrazioni assunte come realità, le ipotesi adottate, come le teoriche; tenere il dubbio qual padre delle invenzioni e strada alla verità, e la verità sola volere, e riscontrarla coll’osservazione scrupolosa[314], col calcolo, collo scandaglio geometrico, anzichè affidarsi alla dialettica, la quale può bensì dimostrare il trovato, ma non trovare nulla; non opporre autorità ad autorità, bensì alle asserzioni de’ filosofi il gran libro della natura, la quale «opera molto con poco, e le sue operazioni sono tutte in pari grado meravigliose».
Tale è il metodo di Galileo, col quale già metteva in pratica ciò che Bacone ridusse poi a teoriche. Meglio di questo[315] merita dunque il titolo d’instauratore della filosofia e della scienza, e comprendiamo quel che significasse allorchè dicea d’aver consumato più anni nella filosofia che mesi nella matematica, oltre che Bacone, se dà il programma delle scoperte future, nessuna ne fa, sprovveduto di spirito inventivo; possiede un metodo mirabile che descrive con precisione, celebra con entusiasmo, predica con eloquente apostolato, ma non ne fa alcun uso insigne. Eppure minor efficacia di Cartesio e di Bacone ebbe il nostro, perchè a convincere gli altri o spingerli alle ricerche badò meno che chiarir se stesso e ad applicare. In fatto l’isocronismo del pendolo usò a misurare le pulsazioni dell’arteria e il tempo; stabiliva le leggi della consonanza e dissonanza, e dei colori nel trattato perduto De visu et coloribus; sulle fortificazioni scrisse un’opera rimasta inedita fino ai giorni nostri; dai satelliti di giove conosce potran determinarsi le longitudini, ed offre quest’applicazione alla Spagna, che non ne indovina l’interesse[316].
Per comprendere la grandezza di lui vuolsi paragonarlo a’ suoi contraddittori. I Platonici credeano il cielo governato da forze speciali, che nulla avessero di comune colla terra; i Peripatetici eransi fabbricata un’astronomia a priori; il dottissimo gesuita Clavio quando udì la scoperta dei satelliti di giove, dicea che per vederli occorrerebbe primo un istromento per fabbricarli; Sizzi, astronomo di Firenze, negava potersi dare più di sette pianeti, perchè sette sono i rami del candelabro ebraico, e a sette mesi il feto è perfetto; rappresentavansi mascherate per celiare le lune di Giove; la Corte di Francia esibiva doni a Galileo se trovasse astri da chiamare borbonici, come medicei aveva intitolati quelli; e allorch’egli, lasciando cascare un grave dalla torre inclinata di Pisa, convinse d’erroneo il teorema d’Aristotele che proporzionava la celerità ai pesi, destò un tale vespajo, che dovette da quell’università passare a quella di Padova, sotto un Governo che nelle opinioni filosofiche consentiva la libertà negata nelle politiche[317].
Benché i più con Tolomeo tenessero l’immobilità della terra, e attorno ad essa roteare i pianeti, pure Nicolò da Cusa avea preconizzato il sistema pitagorico[318], che pone per centro immobile il sole, e fu fatto cardinale, e morto a Todi, venne sepolto in San Pietro in Vincoli a Roma. Nicolò Copernico polacco (1473-1545) da Thorn, allievo dell’Università bolognese e maestro della romana, appoggiato al metafisico argomento che la natura adopera sempre le vie più semplici, e che bellezza e semplicità appariscono meglio nel sistema pitagorico, sostenne che la terra, come gli altri pianeti, giri attorno al sole. Prelati insigni lo eccitavano a far pubblico questo sistema; nel dedicare le sue Rivoluzioni degli orbi celesti a Paolo III, tratta d’assurda la immobilità della terra, e — Se mai ciancieri, ignoranti di matematiche, pretendessero condannare il mio libro mediante qualche passo della Scrittura, male stirato al loro proposito, ne sprezzerò i vani attacchi... Lattanzio ha detto baje sulla forma della terra: e in soggetti matematici si scrive per matematici»; dai giudizj falsi e dalle calunnie chiede protezione al capo della Chiesa, tanto più che questa può trar vantaggio da tali ricerche sulla durata dell’anno e sui movimenti della luna. Appena usciva quell’opera, Copernico morì; ma l’anno stesso Celio Calcagnini aveva sostenuto quod cœlum stet, terra autem moveatur.
Anteriormente a tutti questi Gian Alberto Widmanstadt, trovandosi a Roma nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e d’illustri personaggi espose il sistema pitagorico, e n’ebbe in dono dal papa un bel codice dell’opera greca Del senso e del sensibile di Alessandro Afrodiseo, sul quale, ora conservata in Monaco, egli medesimo fece annotazione di questo accidente. Il padre Antonio Foscarini carmelitano da Napoli, partendo per predicare a Roma, scrisse al generale del suo Ordine, cercando appaciare il sistema de’ Pitagorici e di Copernico coi passi scritturali che sembrano repugnarvi; lettera lunga, non inelegante, e sgombra dalle sofisterie solite in chi toglie a difendere o condannare di proposito[319]. Mentisce dunque chi imputa la Chiesa di nimicizia originale contro una dottrina che non l’offendeva. Dicasi piuttosto che questa era contrariata nel vulgo dal testimonio dei sensi, e dai pregiudizj negli scienziati, cui rincresceva disimparare l’imparato, e rinnegar la fede in Tolomeo e in Aristotile.
Il Chiaramonti di Cesena, in un’opera del 1632 ne argomentava in modi siffatti: — Gli animali che si movono, hanno membri e flessure; la terra non ne ha, dunque non si move... I pianeti, il sole, le fisse, tutti sono d’un genere solo, che è quello di stelle; dunque o tutti si movono, o tutti stanno fermi... È un grave sconcio il mettere fra i corpi celesti così puri e divini la terra, ch’è una fogna di materie impurissime». Esperienza, esperienza, esclamavano altri: un sasso gittato in alto non ricadrebbe tante miglia lontano quante la terra ne girò in quell’istante? l’uccello spiccatosi dal suo nido, saprebbe più ritrovarlo se la terra si fosse roteata sotto di lui? Inoltre non è accertato che la luna gira attorno alla terra? perchè essa sola avrebbe tal proprietà? Alessandro Tassoni, pensatore così ingegnoso e indipendente, faceva questa objezione, che ridicola oggi, pure molti allora cattivò: — Stiasi uno nel mezzo d’una camera fermo, e miri il sole da una finestra prospiciente a mezzogiorno. Certo se il sole sta fermo nel centro e la finestra gira con tanta velocità, in un istante sparirà il sole da’ colui occhi»[320]. Il Vieta, perfezionatore dell’algebra, intelletto eminentemente filosofico, nell’Harmonicum cœleste che giace autografo alla Magliabechiana, sostiene che il sistema copernichiano deriva da una geometria fallace; Cartesio lo negò in alcun luogo; Gassendi non ardì proclamarlo; Bacone lo derise come ripugnante alla filosofia naturale; Claudio Berigardo francese, professore a Pisa e a Padova, e autore dei Circoli pisani, reputato fra i più arguti pensatori e novatori in filosofia, lo confutò nelle Dubitazioni per la immobilità della terra.
Non soli ignoranti dunque, non frati soli impugnavano una verità, annunziata imperfettamente, e non corredata di tante prove quante oggi. Gli è vero che le fasi di venere e di mercurio accertavano il girar di questi attorno al sole; la scoperta dei satelliti di giove e di saturno, l’assicurata rotazione di marte e giove traevano ad argomentare che altrettanto avvenisse della terra, giacchè ad un osservatore posto in quelli si offrirebbero i fenomeni stessi che a noi; ma troppi dubbj restavano quando non s’erano ancora poste in chiaro l’aberrazione, la depressione della terra ai poli, il gonfiarsi delle acque sotto l’equatore, il variar del pendolo col variare di latitudine. Gran difficoltà facea pure la distanza delle stelle fisse, incalcolabile, attesa la mancanza d’ogni parallassi annuale. Copernico credea necessariamente circolare l’orbita degli astri, onde, se spiegava l’alternar delle stagioni mediante il parallelismo che in tutto l’anno conserva l’asse della terra, era costretto attribuire siffatta conservazione ad un terzo movimento.