Galileo stesso racconta press’a poco: — Avevo finita la filosofia quando qui venne da Rostok un tal Cristiano Wurstizio, discepolo di Copernico, che ne diede alquante lezioni in un’accademia a numeroso uditorio. Io pensai che i più cedessero al fascino della novità, e convinto che tal sistema fosse d’un pazzo avido di celebrità, non volli tampoco assistervi. Interrogai alcuni uditori, e tutti mi dissero v’andavano per pigliarsene gabbo. Un solo mi assicurò che la non era cosa ridicola; e poichè io il conosceva uom calmo e riservato, m’increbbe di avere negletto le lezioni di Cristiano; e qualvolta incontrassi un partitante di Copernico, io lo richiedeva se sempre fosse stato di tal opinione. Ognuno m’assicurava d’avere lungo tempo tenuto la contraria, e che soltanto la forza degli argomenti ne lo aveva smosso. Feci a ciascuno le objezioni della parte avversa, e alle loro risposte mi convinsi non aveano adottato quel sentimento per ignoranza nè leggerezza. D’altro lato, s’io chiedeva a Peripatetici e Tolomeisti se avessero letto Copernico, m’accorsi del no, o che non l’aveano compreso. Pertanto cominciai a credere che, se un uomo ripudia un’opinione succhiata col latte e comune colla pluralità, per accorne una di pochi proseliti, anatemizzata dalle scuole, avuta per paradosso, egli dovette esservi spinto e quasi violentato da argomenti irresistibili; e mi infervorai di conoscer il fondo della quistione»[321]. Anche dopo convinto del sistema vero, Galileo non osava professarlo alla scoperta, per tema delle beffe colle quali, allora come adesso, la vulgarità persegue chiunque ad essa sorvola.
Non si dissimuli che Galileo erasi fatto una folla di nemici, parte per la instintiva malevolenza del bel mondo contro gl’ingegni segnalati, parte perchè egli stesso, dimenticando che lo sbaglio è talvolta via alla verità, e che chi sostiene un errore antico non sempre è stupido e vile, atteso la forza d’inerzia insita agli spiriti come alla materia, flagellò gli Aristotelici inesorabilmente, gli attacchi ripulsò con sarcasmo spietato, assalì alcune volte senza rispetto all’ingegno e alle sventure. I rettili poi, che ormeggiano ogni uomo illustre, per ferirlo obliquamente, cominciarono a sbigottir la coscienza contro il sistema fin allora reputato innocuo; insulsi predicatori lo tacciarono d’ereticale[322]. Roma che, in tempi di contenziosa novità, non potea tenersi indecisa nella proclamazione del vero, dovea prender ombra d’un filosofo che alle operazioni dell’intelletto accettava per unica norma le leggi di natura; sovvertite le quali, restava a temere anche per le verità metafisiche e morali.
Finchè il moto della terra rimaneva ipotesi, non vedea necessità di acconciarla ai passi scritturali, come quando la dimostrazione fosse data per certa. Galileo stesso pretese insegnare in qual senso fossero a intendere, e appoggiò a passi dei Padri teoremi che richiedevano dimostrazione dal calcolo e dall’esperienza. Egli diceva che «nella Scrittura si trovano proposizioni false quanto al nudo senso delle parole; che nelle dispute naturali essa dovrebb’essere riserbata nell’ultimo luogo; che per solo rispetto d’accomodarsi all’incapacità del popolo, non s’è astenuta la Scrittura di pervertire i principalissimi dogmi; che nelle cose naturali prevale l’argomento filosofico al sacro». Da qui nacque la persecuzione tanto ricantata dal secol nostro, quasi esso non abbia mai visto perseguitati gli alti ingegni.
Cotesto compromettere le sacre carte in quistioni scientifiche spiacque, e Galileo fu denunziato al Sant’Uffizio. Gl’Inquisitori soleano rimettere l’esame del fatto a qualificatori, specie di giurati che pronunziavano su materie a loro note. Come gli astronomi spagnuoli aveano disdetto Colombo, come gli accademici di Napoleone vilipesero i battelli a vapore, così questi qualificatori dichiararono falsa e contraria alle divine scritture la mobilità della terra. La risposta che Clavio e tre altri Gesuiti diedero al cardinale Bellarmino, attesta che con rispetto accettavano le nuove osservazioni: pure trovavasi arrogante il darla, non soltanto per opinione ipotetica, ma per verità assoluta; e gl’Inquisitori pretesero sopra informazioni altrui condannar opinioni, ch’eransi già proclamate all’ombra del papato.
A Galileo dunque, senza verun castigo o penitenza (1616), dalla Congregazione dell’Indice fu intimato non parlasse più del sistema copernicano[323]. Pure egli continua a discuterne, e mettere in ridicolo gli oppositori in Roma stessa. Paolo V l’assicurò che, vivo lui, mai non sarebbe molestato. I Lincei stampando il suo Saggiatore (1629), lo dedicarono ad Urbano VIII, che già da cardinale avea lodato in versi il Galilei, e che lo raccomandò caldamente al granduca, e assegnò una pensione a lui ed a suo figlio[324]. Nel 1632, con approvazione del maestro del sacro palazzo, se non carpita, sottratta con quegli artifizj che conosce chi ha a fare colla censura, Galileo pubblicò il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolomaico e copernicano, ove di quest’ultimo dà spiegazioni false o manche, attribuisce al moto della terra il flusso e riflusso[325], e non sa dissiparne le assurde conseguenze, talchè molti e valenti il confutarono.
Mentre però ed esso e i dotti ne faceano materia di utile discussione, gl’invidiosi insusurravano Urbano VIII, perchè Galileo, dopo sì ben trattato, non solo mancasse alla promessa, ma in quel dialogo lo avesse adombrato nel grossolano Simplicio. Urbano mandò da esaminar il fatto ad una congregazione di cardinali, e questi lo rimisero all’Inquisizione. Galileo aveva avuto l’intimazione e la violò[326]; il tribunale procedette coi modi proprj del tempo.
Citato (1633), fu sostenuto «con insolita larghezza e comodità, assegnategli tre camere con libera ed ampia facoltà di passeggiare per spazj ampli, data facoltà di tener il servitore, e di godere dello squisito governo della cortesissima casa del signor ambasciadore e della signora ambasciadrice»[327] di Firenze Niccolini; poteva andar in ville lontane e far passeggiate a piedi; poi fu messo nella casa propria d’esso ambasciadore. Lasciamo ai sofisti il supporre fin la brutalità di sevizie personali[328]: abbastanza avrà patito quel grande nel vedersi obbligato a dimostrare le sue opinioni a gente incapace d’intenderlo. La persecuzione ebbe i soliti effetti immorali, que’ giudici disonorandosi colla presunzione, disonorandosi Galileo coll’abjurare opinioni di cui era convinto, e colla propria disdetta facendo credere ragionevole la persecuzione. E fu «condannato alla prigione per quanto tempo piacesse»; ma Urbano gliela commutò subito in relegazione nel giardino dei Medici sul delizioso Pincio. Vi si aggiungeva l’obbligo di recitar una volta la settimana i salmi penitenziali; ma questo se lo assunse sua figlia suor Maria Celeste, le cui lettere, scrittegli dal convento di San Matteo in Arcetri, piene d’affetto e di pietà, sono come un riposo soavissimo fra le tempeste di quel tempo e le sue. Roma sapeva dunque rispettare un grande, di cui credea dover disapprovare gl’insegnamenti; mentre l’età nostra ha dato ben diversi esempj in casi dove la persecuzione non era tampoco giustificata dalla persuasione del pubblico vantaggio. Presto fu trasferito a Siena nel palazzo dell’arcivescovo suo amicissimo, e appena a Firenze cessò la peste, fu reso alla sua villa d’Arcetri, ove proseguì i lavori fin quando perdette la vista[329].
Il granduca, che non l’avea saputo schermire dalle vessazioni, prestava al Galileo la venerazione onde lo circondavano vicini e lontani. Frattanto se ne diffondevano le dottrine e, che più cale, il metodo; e Roma tra le prime chiamava a insegnarlo Benedetto Castelli suo scolaro. Questi col calcolo e coll’esperienza appoggiò alcune, altre chiarì od applicò delle verità scoperte dal maestro: notò l’irradiazione delle stelle e l’attrazione del magnete; prima d’Evelio mostrò l’opportunità dei diafragmi negli stromenti ottici; conobbe che i corpi al sole diversamente riscaldansi secondo il loro colore; e creò la scienza del movimento delle acque. Soprattutto animava i giovani alla geometria, e vi determinò il Cavalieri, Michele Ricci, il Nardi, il Maggiotti, il Torricelli, che a Roma spingeano innanzi la filosofia sperimentale. Di questi ultimi, che chiamava il mio triumvirato, e del Peri, dell’Aggiunti, del Soldani si compiaceva l’annoso Galileo, che spirando (1642) fra le braccia del Torricelli e del Viviani, li lasciò eredi della dottrina e della missione sua.
Intanto l’astronomia ampliavasi; e quasi per allettare a studiarla, natura sfoggiava insoliti spettacoli. Il gesuita Grossi (De tribus cometis, 1619) pel primo studiò le comete quali pianeti descriventi vastissima ellissi attorno al sole. Ignazio Danti già detto, uno de’ riformatori del calendario, scoprì (Trattato dell’astrolabio, 1568) il variare dell’inclinazione dell’eclittica, quattro anni prima che fosse pubblicato il De nova stella di Tycho Brahe, cui n’è dato il merito. Gian Alfonso Borelli messinese (1613-79), che incontrammo fra i medici, e che ridusse gli elementi dell’antica geometria a ducento proposizioni (Euclides restitutus), indicava già che i pianeti attorno al sole e i satelliti attorno ai pianeti si muovono con una legge generale[330], e che tal virtù, cui sorgente è il sole, li collega in modo, che non possono scostarsi dal loro centro di azione. Sottopose a calcolo l’apparenza e i movimenti delle comete, ritenuti come anomali; e al padre Stefano De Angeli, lettore di matematica a Padova, sopra quella del dicembre 1664 scriveva non potersene il movimento rappresentare nè col sistema di Tycho nè con quello di Tolomeo, ma soltanto col pitagorico; aver dal calcolo compreso che descrivono attorno al sole una parabola, e chi potesse a lungo osservarla, riconoscerebbe un’orbita ellittica[331].
Non abbiamo le dimostrazioni ch’egli promette, ma intanto è qui prevenuto Newton di tre lustri, e dato chiaro ciò che confuso appariva a Dörfel. Nella Teoria de’ pianeti medicei s’abbandonò alle ipotesi; ma paragonando i satelliti alla luna, pel primo usò il canone della reciproca attrazione, il più fecondo che potesse applicarsi all’astronomia. Peccato che la gloria sua offuscasse coll’invida malignità! Sbandito per la sollevazione di Messina del 1676, ricoverò a Roma, ove la protezione di Cristina di Svezia nol salvò di patir la fame, sinchè trovò ricovero nelle Scuole Pie.