[26]. Credesi da molti fosse un prezioso documento di storia italiana; ma realmente era un almanacco della nobiltà che stampavasi ogni anno. Fra le mille prove del disprezzo in che si presero allora le cose patrie, racconterò che i dogi portavano un anello come distintivo di lor dignità, e il giorno dell’Ascensione lo buttavano in mare, ma legato a una cordicella con cui si ritirava. Quello del doge Manin aveva sul diritto l’impronta stessa dello zecchino, e sul rovescio lo stemma della casa. Al momento della caduta della repubblica l’aveva il cavaliere del doge, cioè il capo degli scudieri, e andò a venderlo a un orefice per censessanta lire venete. Trovossi chi lo ricomprò, e finì nel tesoro imperiale di Vienna. Il doge Manin lasciò centomila ducati da adoprarsi a mantenere pazzi e figliuoli abbandonati, pei quali dura col suo nome uno de’ meglio ordinati istituti.
De’ capi d’arte tolti a Venezia è il catalogo nel Mutinelli, Ultimi cinquant’anni, pag. 226. Dei preziosissimi ornati del famoso breviario Grimani la più parte andò perduta: il bassorilievo rappresentante le suovetaurilia è rimasto nel museo del Louvre. Nelle altre città si fece altrettanto; ma qui noi vogliamo notare soltanto gli undici preziosi manoscritti, tolti dalla biblioteca di San Daniele nel Friuli. Da Verona Buonaparte tolse la raccolta d’ittioliti del conte Gazzola.
[27]. Berthier scriveva al Direttorio: Je n’ai pu réussir, COMME VOUS M’EN AVIEZ CHARGÉ par votre lettre, à enlever à Venise la fabrique des marguerites.
[28]. Or ora il conte Ermanno Lanzi di Zacinto stampò la storia della dominazione veneta nelle isole Jonie, περὶ τῆς πολιτικῆς καταστάσεως τῆς Επτανῆσου ἐπὶ Ἐνετῶν. Atene 1856.
[29]. A Campoformio fu messa la statua della Pace, di Comolli, che poi fu trasferita sulla piazza Contarena di Udine.
[30]. Lettera del 5 messidoro anno IV.
Quando si pretendeva da tutti gl’impiegati il giuramento d’odiare i tiranni, esso astronomo scrisse al cittadino Baldironi commissario del Direttorio esecutivo della repubblica Cisalpina presso il dipartimento dell’Olona: — Barnaba Oriani stima e rispetta tutti i Governi ben ordinati, nè sa comprendere come, per osservare le stelle ed i pianeti, sia necessario di giurare odio eterno a questo o a quel Governo. Egli è stato in età di ventitre anni impiegato nella specola di Brera da un Governo monarchico, e si acquistò qualche nome in questa professione coi mezzi che gli vennero dal medesimo Governo accordati per vent’anni continui. Sarebbe dunque il più ingrato degli uomini se ora giurasse odio a chi non gli ha fatto che del bene. Pertanto egli dichiara che, non potendo giurar odio al Governo dei re, si sottomette alla legge che lo priva del suo impiego alla specola di Milano, e malgrado questo castigo, non cesserà mai di fare i più fervidi voti per la prosperità della sua patria».
Scarpa pure fu dimesso per lo stesso titolo: ma quando Buonaparte andò a visitare l’Università, chiese di lui, e udito il motivo della sua rimozione, — E che? le scienze son esse d’alcun partito? A qualunque appartengano, i grand’uomini devono essere onorati»
Dell’Oriani stesso si ha una lettera al Pioltini ministro di polizia, del 22 piovoso anno VII, ove, a nome suo, del Parini, del Reggio, del Brambilla, si lagna delle prepotenze che ai professori di Brera usava un uffiziale della guardia nazionale per obbligarli a montar la guardia, e a pagar doppia tassa come così detti preti.
[31]. Il 1º giugno 1797, cioè nel maggior parossismo repubblicano, Buonaparte, discorrendo con Melzi e col conte Miot de Melito, diceva: «Credete ch’io trionfi in Italia per la grandezza degli avvocati del Direttorio, dei Carnot, dei Barras? Credete sia per fondar una repubblica? che idea! una repubblica di trenta milioni d’uomini, coi costumi nostri e i nostri vizj! Possibil mai? È una chimera de’ Francesi, ma che passerà come tante altre. Essi han duopo di gloria, di soddisfare la vanità, ma della libertà non s’intendono un’acca. La nazione ha bisogno d’un capo: capo illustre per la gloria, non delle teoriche di governo, delle frasi, dei discorsi di ideologhi. Diansi loro dei balocchi, e basta: si spasseranno e lasceransi guidare, purchè si dissimuli la meta a cui sono incamminati». Mém. du comte Miot de Melito, tom. I. p. 163.