[32]. Di que’ Governi esponemmo i disordini nella Storia della città e diocesi di Como, lib. IX.
[33]. Quelle pazzie venivano così riferite dal cittadino Poggi alla Società di pubblica istruzione di Milano: — Il popolo tutto ondeggiava nelle dolcezze, ai puri repubblicani serbate, se il truce oligarca si tragga, che in segreto angolo appiattato mordeva forse la polvere, vedova rimasta del mal seminato oro fatale; quando improvvisa fama annunzia clamorosa, che nel quartiere di Prè, creduto per influsso molesto il men democratico, si è innalzato il primo albero di libertà per mano del popolo esultante. Fu questa una voce creatrice: in un istante comparvero alberi su d’ogni piazza, entro poche ore parve Genova un bosco, e, meraviglia ai presenti ed ai lontani popoli, più di cento ne sursero lo stesso giorno! I sermoni dettati dall’eloquenza repubblicana si udivano per le vie tutte e appiè degli alberi, e varj d’abito e di colore i ministri del culto peroravano collo zelo maggiore la causa del popolo; ben diversi da quegli impostori, che non bramando esser utili, anzi cercando di nuocere alla pubblica cosa, protestano di non volersi immischiare in oggetti politici.
«I pranzi repubblicani, tanto opportuni per nodrire il piacere dell’eguaglianza, e per stringere i nodi della fraternità, erano pubblici, e senza numero moltiplicati: i suoni di numerose bande, gl’inni ed i balli patriotici e marziali, che allumarono in Francia il fuoco della libertà, e scossero i debellatori dei re, condivano le mense di non mai gustate dolcezze: i saporosi brindisi alla morte de’ tiranni, alla salute della patria, alla libertà dell’Italia, alla memoria del liberatore de’ popoli Buonaparte, si rispondevano all’unissono da mille canti.
«L’ora s’accostava intanto, in cui il popolo ligure dovea dar prova dell’odio profondo che nodrir denno i figli di Bruto contro ogni ombra di tirannia: quindi abbattutosi egli nelle due statue colossali dei tiranni Doria, animato dal genio siracusano, a cui l’immortale Timoleone fu padre, le diroccò, le stritolò, le teste e le braccia ne appese all’albero della salute, e alcuni pezzi del busto ne destinò a formar patere e vasi per la Dea Cloacina.
«Sul declinare del giorno il popolo sovrano richiese l’esecrabile libro d’oro: si tentò d’ingannarne l’ordine assoluto colla esibizione di altri libri: era già pronta la pubblica vendetta, se i veri originali in cinque volumi non venivano immediatamente consegnati. Un decreto del nuovo Governo consolò il popolo, e que’ libri, che come in Roma i sibillini, si tenevano in venerazione, furono con universale esecrazione lacerati ed arsi solennemente all’Acquaverde in presenza di venti e più mila cittadini. Ma chi descriverà colle tinte della natura la brillante energia, i vivi trasporti e la nobile fierezza, onde fu accompagnata la gloriosa impresa? Le ceneri furono consegnate ai venti, che le recarono sul mar Tirreno, onde confonderle con quelle del libro d’oro pochi dì prima abbrugiato sulle adriatiche Lagune, che sull’ale di altri venti si trasportavano alla cumea voragine d’Acheronte.
«Popolo lombardo che belle lezioni repubblicane!
«Nuovi canti, nuovi balli, nuove grida di tripudio chiusero quest’illustre giornata, che viverà eterna nella memoria de’ liberi nipoti».
[34]. Moniteur, anno VI, nº 167.
[35]. Per le incertezze che accompagnano ogni minaccia di guerra, il debito pubblico di Roma era ingrossato sotto Pio VI, che fece cavare da Castel Sant’Angelo scudi cinquecento mila del fondo di riserva, che diceasi tesoro di Sisto V; fece prestiti, levò per venti milioni sui beni ecclesiastici, impose tasse; chiese la volontaria consegna degli ori e argenti, che salirono, per parte de’ privati, a scudi 560,438; del monte di Pietà a 962,102; della casa di Loreto a 179,517. Per l’armistizio di Bologna si dovette dare ai Francesi quindici milioni in denaro, e quasi sei in merci e animali, onde si fecero pegni e debiti e si vendettero molte proprietà: undici milioni si ebbero da gioje del tesoro pontifizio: sicchè in quattro mesi lo Stato papale pagò trentadue milioni di franchi: e al 1797 avea il debito di settantadue milioni di scudi, non compresi i debiti delle comunità, mentre era ridotto a soli 1,700,000 abitanti. Dal solo tesoro di Sisto V (che allora fu vuotato) si mandarono alla zecca 3155 libbre d’oro: i cardinali dovettero dare le mazze d’argento dorato, da cui si faceano precedere nelle funzioni, e dove il lavoro superava la materia. La succeduta repubblica mandò tutto a sconquasso.
Oltre i libri levati alla Biblioteca Vaticana e i quadri e le statue, si tolse un ricchissimo medagliere di numismi antichi e moderni, spesso donati dai regnanti, o comprati da diversi papi, fra’ quali il medagliere Albani con 323 medaglioni d’imperatori di gran modulo, quel dei Carpegna con 175 medaglioni; quel di Clemente XIV colla serie degl’imperatori e delle famiglie romane in numero di 1261 in argento, e 1989 di altri popoli e città in argento e bronzo; altre 737 da Giulio Cesare a Probo; e la serie dei papi: 200 stupendi cammei, insignemente legati in oro, una croce pettorale gemmata, un prezioso vaso d’oro, 105 cammei della regina Cristina illustrati da Sante Bartoli; un ricchissimo forziere regalato da Maria Teresa colle sue medaglie in oro.