Inoltre da Roma si portarono via moltissimi reliquiarj preziosi, e principalmente da Santa Croce di Gerusalemme; e da Santa Maria Maggiore la lunga cassa d’argento, in cui Filippo IV avea fatto chiuder gran parte del presepio; dalla basilica lateranense due grandi busti d’argento giojellati.
Fu pure tolto un famoso ostensorio, che la casa Doria Pamfili possedeva e imprestava per le quarant’ore alla chiesa di Sant’Agnese in piazza Navona, e che si valutava da 174,000 scudi.
Poi nel 1807 fu dall’imperatore comprato il famoso museo Borghesi con 255 preziosi monumenti, contro voglia del proprietario e con protesta del Governo.
Al fine del III vol. della Correspondance de Napoleon I, che si pubblica ora da Napoleone III è il catalogo de’ capidarte spediti da Roma a Parigi da Buonaparte e da Berthier.
[36]. Tavanti, Fasti di Pio VI.
[37]. Lettera del Milizia, 2 marzo 1798, in De Potter, Vie de Ricci. A Tavoleto nell’Urbinate altre sollevazioni, dove accorso il generale Sahuguet, pose il fuoco al paese, bruciandovi vecchi, donne, fanciulli; e innocenti ben più che malfattori.
[38]. I tribuni fatti da Berthier erano i poeti Monti, Gagliuffi, Solari genovese e il medico Corona. L’editto 5 ottobre del senato di Bologna dice «d’ordine del comandante di piazza a cui siamo in dovere di obbedire».
[39]. Correspondance de Napoléon I, t. IV. p. 14.
[40]. Secondo la corrispondenza di Nelson, le sole gioje che la regina confidò a Emma Leona, passavano il valore di sessanta milioni di franchi.
* Si è molto detto ed esagerato sulle frodi usate da Ferdinando IV al Banco pubblico, ma vuolsi correggere coll’opera del barone Savarese Sulle carte dei Banchi di Napoli, emesse dal 1796 al 1799, e ritirate nel 1800. I Banchi, riordinati da Carlo III, rilasciavano fedi di credito, dinotanti la somma depositata, ed esigibili a vista; comodo impiego, pel quale eransi accumulati quindici milioni di ducati. Il Governo pensò profittare di questa fiducia con pagare le sue spese mediante fedi di banchi senza deposito precedente: niuno se n’accorgeva, sicchè non alteravasi il valore. Ove se ne fossero accorti, bastava a pagarli il patrimonio de’ banchi stessi in terre e capitali fruttiferi. Prima si andò con misura, ma imminendo la guerra, si attinse largamente a questa fonte; e allora il valore delle fedi scadde, stentaronsi i pagamenti, e più quando la Cassa di guerra si dotò con cedole siffatte di nuova emissione; e l’aggio fu sino di cinque sesti del valor nominale. I debitori pretendeano, come avanti, pagar in carta, e i creditori ricusavano, ma il Governo ordinò ai tribunali di tenerle buone. Ciò scompigliò non poco gli averi, e sopraggiunta la repubblica, si trovò ch’eransi emessi venti milioni di ducati senza deposito; talchè le carte scaddero al decimo del valor nominale. Ristabilito il Governo regio, e dirigendo le finanze l’abilissimo Giuseppe Zurlo, il Governo confessò il torto suo, giacchè ritirò i ventiquattro milioni di cedole, che costarono cinque milioni di ducati di beni dello Stato, e la rendita iscritta d’annui quattrocento mila ducati. L’operazione piacque al re, che volle premiarne lo Zurlo con sessanta mila ducati, ma esso ricusò dicendo non voler trarre un utile privato da una pubblica sventura.