[47]. Il fatto è asserito comunemente, ma di tal lettera non c’è vestigio; la negano il Sacchinelli (Vita del Ruffo) e il barone d’Hervey, e che più monta, non la adducono gl’Inglesi, interessatissimi a discolpare Nelson.

Nelson scriveva al cardinale Ruffo. «Milord Nelson informa V. E. che egli disapprova affatto cotali capitolazioni, e che egli è risolutissimo di non restare neutrale, colla forza rispettabile che ha l’onore di comandare.... Milord spera che il cardinale Ruffo sarà del suo avviso e che allo spuntar del giorno di domani esso potrà agire d’accordo con S. E. I loro intenti non possono esser che gli stessi, cioè di ridurre il nemico comune, e di sottomettere alla clemenza di S. M. Siciliana i suoi sudditi ribelli».

Il Cacciatore nell’Esame della storia del Colletta (Napoli 1850), difende il Ruffo, e ne reca una lettera con cui il comandante del Castelnovo significava che «sebbene egli (Ruffo) e i rappresentanti degli Alleati tenessero per sacro e inviolabile il trattato, nulladimeno il contrammiraglio Nelson non voleva riconoscerlo; e siccome era in libertà delle guarnigioni di avvalersi dell’articolo 5º della capitolazione, come avevano fatto i repubblicani della collina di San Martino che erano tutti partiti per terra, così gli faceva questa partecipazione, affinchè, sulla considerazione che in mare comandavano gl’Inglesi, le guarnigioni potessero prendere quella risoluzione che meglio loro piacesse e che sicuri li rendesse»; lib. I, pag 145. Vedasi pure Memorie storiche sulla vita del cardinale Fabrizio Ruffo, scritte dall’abate Domenico Sacchinelli (Napoli 1836): e marchese Filippo Malaspina Occupazione de’ Francesi nel regno di Napoli dell’anno 1799; invasione del regno nel 1806, e l’impresa intrapresa dal cardinale F. Ruffo, ecc. Parigi 1846. Il Malaspina fu ajutante di campo del Ruffo, che per sospetto lo fe gettar in carcere. Il Sacchinelli, segretario del Ruffo, reca documenti irrefragabili.

[48]. La vita del Coco, inserita nella Biographie Universelle, racconta che egli viveva in intimità colla San Felice: un Bacher per rivalità minacciò di denunziarlo: ma la San Felice denunziò più prontamente il Bacher come reazionario, e fu mandato al patibolo. Cambiato vento, essa pure fu condannata. Il Coco divenne giornalista nella repubblica Cisalpina, poi nel regno d’Italia; fu impiegato sotto Murat, ma aspirava a esser capo dell’istruzione o ministro, e non ottenendolo, trescò contro i Napoleonidi. Di ciò gli fece merito Ferdinando IV, che lo conservò direttore del tesoro. Trovavasi così a una Corte che egli avea violentemente denigrata: e una volta il principe reale avendogli espresso il desiderio di leggere la sua Storia della rivoluzione di Napoli, egli ne prese tale sgomento, che divenne pazzo, e sopravvisse in tale infelicità fino al 1823.

[49]. Il Colletta dice furono parecchie centinaja: il parabolano Coco li porta a quattro mila: il marchese Gualterio a quaranta mila!! La lista che ne dà il Lomonaco è di cendiciannove, oltre la San Felice. Il Sacchetti riduce i giustiziati a novantanove.

[50]. Fra i detenuti era il famoso naturalista Dolomieu, che, partitosi dalla spedizione d’Egitto, fu spinto sulle coste napoletane il giugno 1799, e toltogli il portafoglio, fu gettato in un fondo di torre senza libri e penne; dove, fattosi inchiostro col fumo della lampada, sui margini di qualche volume sottratto alla vigilanza scrisse la Filosofia mineralogica. Fu liberato il 15 marzo 1801.

[51]. Motuproprio del 10 febbrajo 1800. In una circolare del 20 aprile successivo l’arcivescovo Martini di Firenze invitava i pievani della sua diocesi a dar una nota dei Giacobini, assicurandoli del massimo segreto; chiesti da qualche altra autorità d’informazioni simili, se ne disimpegnino come possono, giacchè il Governo non terrebbe conto se non della nota che trasmetterebbero mediante l’arcivescovo; e così concorrano «ad estirpare una cancrena che tanto male ha prodotto, ed è capace di produrre sino all’esterminio delle nazioni».

[52]. Lettera all’abate di Caluso, 27 luglio 1799.

* Il furore dell’Alfieri contro i Francesi appare, non solo dal Misogallo, ma dalla Vita e dalle lettere. Basti per tutte una del 5 agosto 1800 al famoso Lagrange. — La Grangia, sei tu francese o italiano? Se francese, non contaminerò la mia voce parlandoti, ma se italiano pur sei adempirò l’indispensabile sacro dovere d’indipendente e verace scrittore italiano col dirti; che non può nè deve un tuo pari menare i suoi giorni in Francia tra codesti schiavi malnati, e sotto una sì infame e stolta tirannide. Aggiungo che molto meno tu dei (e fosse pur anco a costo di una onorevole anzi gloriosa mendicità) ricevere tu il tuo pane dagli oppressori, assassini della desolata tua terra natale».

[53]. Lavergne, nella Vie de Souwaroff, racconta che Paolo di Russia interpellò uffizialmente l’Austria se volesse ripristinare il re di Sardegna e la repubblica di Venezia; in tal caso Suwaroff resterebbe, e sarebbegli mandato un altro esercito: l’Austria non volle promettere. Vedi anche Lettres et opuscules inédits di J. De Maistre. Parigi 1851, tom. I. p. 178.