[62]. Motu proprio, 11 marzo 1801.

[63]. Tal era a Milano Petiel, dove la commissione componeasi di Melzi, Aldini, Sommariva, Paradisi, Ruga, Arauco, Birago, Visconti, Bargnani: nella consulta de’ quaranta entravano Moscati, Luosi, Testi, Opizzoni, Serbelloni, Maniscalchi.

[64]. Furono Diego Guicciardi segretario di Stato, Spanocchi grangiudice, Felici ministro dell’interno, Bovara del culto, Prina delle finanze, Veneri del tesoro, Pino della guerra, Maniscalchi degli affari esteri.

* Capo della commissione legislativa era l’avvocato Sommariva, che meglio degli altri profittò dei mezzi di guadagno offerti dal disordine. Nel rimettere il potere in mano del vicepresidente, al 16 piovoso anno I della repubblica italiana, diceva: «Non dissimuleremo che la moltiplicità degli obblighi contratti, e i pesi straordinarj ci determinarono a provvedimenti spiacevoli ma necessarj. Per sostenere l’economia pubblica abbiamo dovuto colpire la privata; ferire i cittadini nel vivo, e riaprire piaghe vicine a rimarginarsi. Ma de’ mali passati ci consola l’idea che i nostri successori, animati da fervido zelo, e secondati da circostanze migliori, potranno coronare i voti di un popolo che, stanco di tante vicende, ha diritto di finalmente godere la felicità a cui aspirava».

[65]. Il bilancio del 1803 stava su novanta milioni di lire milanesi (sessantotto milioni di franchi); di cui cinquantadue al ministero della guerra: cioè venticinque e mezzo per l’esercito francese, ventidue e mezzo pel nazionale, quattro per le fortificazioni.

Il conte Sclopis, in un bel libro pubblicato dopo il nostro, diè fuori due preziosi rapporti del vice presidente Melzi a Napoleone sopra lo stato della Repubblica. Il Melzi si diffonde sulla propria incapacità. «Sì, cittadino presidente; senza la vostra grand’ombra che ci protegge, non saremmo che caos e sventura. L’Europa n’è convinta: ogni passo nostro n’è novella prova... Troppo grandi ragioni e troppo ben giustificate dall’esperienza vollero che il capo del nostro Governo fosse a Parigi, anzichè a Milano. Guaj a noi se fosse altrimenti!

«Più avanziamo, la strada non sembra allargarsi che per offrirci nuove difficoltà. I Giacobini e i ladri sono collegati; e le loro speranze, nudrite da intriganti lor pari, che son a Parigi, van sino al generale sovvertimento: e poichè sembra che ogni nostra forza è in voi, non vi risparmiamo punto... La nazione è contenta, poichè essa gode il riposo ch’era il suo primo bisogno. La confidenza nel Governo è ristabilita perchè si spera: ma tante speranze io non le trovo nè in me nè attorno a me. La mancanza d’uomini è grande più che non l’avrei pensato».

E dipingendo i varj ministeri e i varj corpi dello Stato, sovente ritorna sull’apatia pubblica a fronte de’ Giacobini, come sempre chiama gli antichi repubblicani. «I legislatori che mostrarono sempre buone intenzioni, son troppo pochi: tutto il resto ostentò una leggerezza, una trascuranza che troppo contribuì ad avvilire quel corpo nell’opinione generale. Più volte mi sentii afflitto, umiliato udendo che legislatori, in assenza di stranieri che ci spiano, nelle assemblee, al ridotto, ne’ palchetti sfogavansi a coprir di ridicolo e d’odio le stesse leggi ch’essi aveano fatte il giorno prima. E ciò non per vedute determinate, ma ben peggio, per mancanza totale di sentimento e interesse per la cosa, non dissimulando nè la loro diffidenza sul destino della repubblica, nè la persuasione che i nostri sagrifizj non andrebbero a profitto di essa, fino a guardar il Governo come trastullo o complice... Per evitare il grande sconcio della discussione pubblica si stabilì nella Costituzione la discussione privata fra gli oratori e i consiglieri, e non se n’ebbe che meglio... Voi conoscete tutte le persone che le circostanze fecero entrare nel consiglio legislativo. Certo v’è del merito, e cognizione, e zelo, ma anche troppi interessi e vedute personali, mancanza assoluta delle abitudini richieste dalle loro funzioni: non contegno, non segreto, non sentimento di far parte del Governo; tendenza evidente a separarsene per far più liberamente gli interessi de’ dipartimenti, e compiere intenti affatto personali.... Il maggiore imbarazzo de’ ministri non consiste tanto nella farragine degli affari, quanto nella mala volontà de’ loro dipendenti. L’antico Governo (della Cisalpina) aveva creato un’immensa falange d’impiegati, diffusi in tutti gli uffizj, che divennero una fazione numerosa quanto pericolosa pel nuovo Governo di cui erano i nemici naturali...

«Uno de’ maggiori impacci ch’io incontrai fu di trovare impiegati capaci di buon lavoro. Stiamo abbastanza bene quanto alla ragioneria; malissimo nel resto. Gli antichi secretarj sono morti, o via: i nuovi sono mediocri e mal educati, lavorano poco e non bene. Se trattasi di cosa che dovrebb’essere scritta in modo distinto per la forza della logica o per l’accuratezza dello stile, non si sa come fare. Quei che sanno scrivere non han la minima idea d’affari: quei che lavorano negli affari non sanno scrivere.

«I dipartimenti ci offrono uno stato morale affliggente. Quei dell’antica Lombardia recansi in pazienza, per effetto dell’abitudine, la dipendenza dalla centrale; gli altri vi ripugnano più o meno, e s’ingegnano sottrarvisi in ogni modo, tendendo ad assoluto federalismo. L’idea che bisogna accentrar tutto per esser forti non entra nelle teste, giacchè nessuno attacca importanza a questa. La forza nazionale, ch’è in contrasto con tutte le idee e le abitudini ricevute... L’esercito essendo il grande oggetto della spesa annuale, è la causa che allontana i più; e può dirsi che per l’esercito italiano non v’è altri voti che quei dell’esercito. Tutto il resto gli è contrario, più o meno apertamente; prova dell’assenza completa di spirito nazionale, e il massimo ostacolo a crearlo. Nobili, clero, campagne, popoletto delle città, salvo poche eccezioni, non sono per la repubblica, se anche non le son contro. Il resto, che si chiamano patrioti di molte gradazioni e fazioni, non è per essa, giacchè ognuno la vorrebbe per sè, e ognuno in maniera diversa... Fra gli elementi discordi, la fazione del Governo anteriore, cioè quello dei ladri, ha il miglior giuoco; diffonde le idee più opportune a screditare il sistema, e seminare l’inquietudine e lo sgomento...