«È un nascer morti il cominciare con un deficit nelle finanze: e noi siamo in quel caso...
«S’è più volte notato che la mia condotta fu più conciliante che imperiosa, più dolce che forte. Confesso che la mia maggior fatica fu diretta a non dover ricorrere alla forza, perchè non ne avevo il sentimento. Bisogna aver il piede assicurato per batter forte; ed io non sono in questo caso. Quando avrò i mezzi di chetare i clamori de’ sofferenti, di alleviare i pubblici carichi, di sostenere spese straordinarie, allora solo il Governo potrà prender un altro tono...
«Io non trovo altri spedienti d’assicurare radicalmente la tranquillità, conquistare la volontà generale in favor del sistema, e sottrarne così la repubblica ai mali onde l’Italia è minacciata, che migliorare dal fondo la sorte de’ suoi abitanti». E suggerisce la diminuzione d’imposte, e la attenzione di quel genio paterno, che è la prima come l’ultima speranza della patria.
[66]. Nelle Memorie del conte Miot, che fu poi ministro del re Giuseppe a Napoli e in Ispagna, esso Giuseppe si lagnava della nessuna libertà che il fratello gli lasciava già da quando era console. «È vero ch’egli mi ha offerto il posto di presidente della repubblica italiana, posto tanto da me desiderato: ma voleva mettermivi in catene, e ridurmi alla parte che ora vi fa il Melzi: ond’io, che conosco a fondo mio fratello, e che so quanto il suo giogo sia pesante, e che preferii sempre un’oscura esistenza a quella di fantoccio politico, dovetti ricusare. Io esigevo che il Piemonte fosse riunito alla repubblica italiana, che mi si lasciasse ripristinare le principali fortezze, che si ritirassero dal territorio italiano le truppe francesi. Ottenendo tali condizioni, sarei stato vero padrone. Dipendevo dalla Francia pel gabinetto, per le relazioni politiche, ma non materialmente. Mio fratello, d’ambizione smisurata, non volle consentire a tali patti, e si fece nominare presidente».
Quanto poi si trattò di mutare quella repubblica in regno, non avendo potuto farne accettar la corona a Giuseppe, Napoleone voleva darla al figlio di suo fratello Luigi, fanciulletto sul cui conto la cronaca aveva a che dire; Luigi governerebbe fin alla maggior età di esso. Ma Luigi ricusò risoluto: «Finchè vivo, non consentirò nè all’adozione di mio figlio prima dell’età assegnata dal senatoconsulto, nè ad altra disposizione, che a scapito mio collocandolo sul trono d’Italia, resusciterebbe le voci sparse sul conto suo. Se volete, andrò in Italia, ma a patto di condur meco mia moglie e i figli». L’imperatore montò sulle furie a segno, che afferrò Luigi alla vita, e con violenza lo spinse fuori del suo appartamento. Mém. du comte Miot, tom. II. p. 257.
[67]. Entusiasmo s’intende de’ soliti ciurmadori e ciurmati, e di quella plebaglia che vuol feste e dimostrazioni. La consulta di Stato dirigeva al ministro Marescalchi una memoria sullo stato dell’opinione pubblica, dove diceva: «In genere i dipartimenti, e viepiù la città di Milano verso il nuovo ordine di cose non mostra che apatia profonda: colla differenza che i dipartimenti potrebbero essere scossi e riscaldati al minimo vantaggio che loro si proponesse, mentre Milano, i cui abitanti sono dabbene ma alquanto inerti, e hanno prevenzioni cattive più che altrove, è sempre difficile a muovere ed eccitare». Rapporto del 15 aprile 1805. Esso Marescalchi scriveva a Napoleone, che erasi fermato a Stupinigi: «Ne’ tre giorni dacchè son a Milano, non perdetti un istante per far conoscere V. M. e le sue intenzioni. Devo confessarle che v’è molti ostacoli. Trovo le porte dei gran signori chiuse; gli spiriti preoccupati da prevenzioni funeste e ridicole... Sol la presenza di V. M. può operar il miracolo di convincerli e acquistarli. Spero riuscire a far organizzare una guardia d’onore. Se l’ottengo, chiedo a V. M. di presentarle a Stupinigi una deputazione de’ principali proprietarj per pregarlo a voler accettarla, ecc. ecc.»
Così questi codardi cortigiani mentono l’opinione pubblica. E M. Thiers dice che il regno d’Italia fu sempre l’objet de toutes les prédilections de Napoleon (Histoire du consulat, t. V. p. 372.)
[68]. Le spese annuali erano di nove milioni e mezzo, cioè quasi il doppio di quel che costava la repubblica aristocratica; e le entrate non toccavano i cinque milioni. Vedi Annali della repubblica Ligure dal 1797 al 1805. Genova 1853.
[69]. Dispaccio 11 agosto 1805 da Boulogne.
[70]. Mazzarosa, Storia di Lucca.