A tal modo trattavasi una repubblica, addossandole poi tante accuse quante si suole a chi vuolsi sagrificare, e ritessendo con essa i turpi maneggi, praticati dianzi dai re colla Polonia. Singolarmente vi si mantenevano emissarj «per promuovere lo spirito pubblico, sviluppare l’energia, consolidare la libertà»; cioè fomentare gli odj e le fazioni. I nobili esclusi dal libro d’oro macchinavano contro l’oligarchia, i poveri contro i ricchi, i gentiluomini della terraferma contro quei della dominante. In Milano un comitato espresso attendeva a rivoltare la terraferma veneta, capi il Porro milanese, i bresciani Lechi, Gámbara, Beccalosi, i bergamaschi Alessandri, Caleppio, Adelasio. In fatto il 12 marzo si solleva Bergamo, ai 18 Brescia, poi Crema, cacciando i magistrati veneti. La Serenissima mandò a querelarsene; e Buonaparte le esibì di venire colle armi a sottometter egli stesso le città ribelli; la repubblica nol consentì ma doveva aspettar inerme il proprio sfasciamento, e intanto mantenere con un milione al mese le truppe francesi: le quali non solo volevano i viveri, ma toglievano i bovi e i cavalli occorrenti all’agricoltura, disperdeano il vino nelle cantine, tagliavano gli alberi fruttiferi, batteano, violavano, uccideano, mentre gli abbondanzieri impinguavano della miseria de’ soldati e degli abitanti. Perchè gl’imperiali avrebbero operato più moralmente che i Repubblicani? e chi n’andava di mezzo era la neutra Venezia, era il popolo innocente. I paesani domandavano armi per difendersi; ma la Signoria calmava, assopiva, esortava a pazienza; chiunque mostrasse sdegno o compassione veniva in grido d’aristocratico ed austriacante.

Ma i montanari delle valli Camonica, Trompia, Sabbia insorsero (1797 marzo) armati contro le novità, capitanati dal conte Fioravanti: Salò respinse i repubblicani, comandati da Lechi, e lui fecero prigioniero. Verona, ridotta a puzzolenta caserma, facea schifo agli stessi cittadini; e se non bastavano le violenze a’ privati, furono rotte le porte delle fortificazioni, tolte le chiavi della città, le artiglierie dalle mura, le munizioni dai magazzini, i ponti. La gente indignata afferrò le armi, e trucidò da quattrocento Francesi in cinque giornate. Il fatto deplorabile grida vendetta: accorrono Francesi e Lombardi con Lahoz e Buonaparte, che affrettatosi a soscrivere l’armistizio di Leoben, punì ferocemente Verona, e le impose taglie così esorbitanti, che Augereau stesso dovette mostrargliele impossibili.

Buonaparte attribuiva ogni colpa al senato, mentre i democratici nella capitale urlavano contro il patrio Governo, come contro i re e il papa. Secondo soleasi nei frangenti, Venezia aveva intimato che nessuna nave estera penetrasse nell’estuario. Un legno francese di corso, inseguito dagli Austriaci, ricoverò sotto il cannone di Lido, e fu fulminato e preso dagl’indignati Schiavoni (1797 17 aprile). Crebbe allora lo scalpore, e Buonaparte ai deputati spediti a scagionarsi rispondeva: — Quando avevo a fronte il nemico, offersi l’alleanza di Francia e fu ricusata: ora che dispongo di ottantamila uomini non voglio udire condizioni, ma dettarle. Io sarò un altro Attila per Venezia; più inquisitori, più libro d’oro, rimasugli della barbarie; il vostro Governo è decrepito»; e dopo minaccie, promesse, lungagne le indíce guerra, senza brigarsi che questo diritto era riservato ai Cinquecento.

Anche dopo perduto il continente, Venezia potea reggersi, ove le fosse bastato costanza quanto al tempo della lega di Cambrai, o quanto poi nel 1848. Essa contava ventidue vascelli dai settanta ai cinquantacinque cannoni, quindici fregate, ventitre galere e molti legni minori, e un ricchissimo arredo di bocche da fuoco e d’ogni occorrente per allestire la flotta e le fortezze. Per munire le lagune e provvedere al passaggio delle truppe straniere impose il dieci per cento sulle pigioni, una tassa sulle gondole e i servi, una taglia sulle arti; ma appena ricavò seicensessantaduemila ducati, mentre i doni spontanei salsero a novecentomila: fece prestiti, levò i pegni ai Monti di pietà, le argenterie alle chiese e alle confraternite, ricchi e grandiosi corpi, i quali per la patria non ricusavano verun sagrifizio[20]. Se avesse adoprato tutti i suoi mezzi, chi potea valutare quanto tempo costerebbe ai Francesi l’impresa? e per poco che durasse (riflette Buonaparte)[21] qual effetto la resistenza produrrebbe sul resto d’Italia?

Ma ai consigli mancava la risolutezza che salva; l’occupazione de’ beni in terraferma desolava i patrizj; d’altra parte trapelava che a Leoben già si fosse patteggiata la vendita delle provincie venete. Dal terrore altrui prendeano spirito i democratici, cioè i fautori dei Francesi, i quali imitandone le arroganze, davano d’urto a tutto che sentisse d’italiano. Sperossi salvare il leone col torgli dalle branche il vangelo e mettergli i diritti dell’uomo, ma non bastò e veniva abbattuto da ogni parte: Padova minacciava interrompere i canali che avvicinano l’acqua dolce alla metropoli: molti agognavano d’essere i primi a disertare dalla patria per avere posti e guadagni nell’ordine nuovo.

Mentre i patrioti gridano Viva la libertà, il popolo grida Viva san Marco, e infuria contro di quelli; gli Schiavoni saccheggiano le case, i Dalmati, avversi sempre ai Francesi, e più dacchè questi aveano vilipesi i loro soldati a servizio della Serenissima, si ammutinano, trucidano i novatori, e bisogna domarli col cannone.

I Manini di Firenze, mutatisi per le patrie turbolenze a Udine, col soccorrere generosamente ai bisogni di Venezia v’ottennero il patriziato. Lodovico, discendente da quelli, come procuratore di Vicenza, di Verona, di Brescia, tanto ben meritò, che la Serenissima lo elesse procuratore di San Marco, poi doge il 1789, quantunque non venisse dalle antiche famiglie tribunizie. Splendidissimamente si solennizzavano queste elezioni[22], e in quella del Manin fu gittato denaro a profusione alla plebe nel giro consueto della piazza, diecimila ducati ai nobili poveri, pane e vino a chi ne volle: ma basta leggere la promissione ducale impostagli per tor molta ragione alle accuse che gli si danno di negligenza e debolezza, chè male può fasciarsi un uomo, poi dirgli cammina. In fatto egli non seppe che esibire di rinunziare la sua carica ai rivoltosi; pusillanimità applauditagli come eroismo; e l’unico lamento di lui sonò: — Non semo nemmanco sicuri sta notte nel nostro letto».

Mandasi a Parigi a trattare a qualunque siansi condizioni, e per averlo meno triste si profonde oro al venale direttore Barras[23]: poi il granconsiglio rinunzia all’ereditaria aristocrazia, riconosce la sovranità del popolo, e alla repubblica francese consente sei milioni, venti quadri e cinquecento manoscritti: per ordine di Francia si scarcerano i detenuti politici, cioè quelli che tramavano contro la repubblica, si puniscono gl’Inquisitori e il comandante di Lido, si licenzia la milizia schiavona.

Con tante bassezze speravasi salvar almeno l’indipendenza; ma dentro trescavano i demagoghi, e n’era centro Villetard segretario della legazione francese, e principale turcimanno il Battagia. I cospiratori spingono il granconsiglio (1797 12 maggio) a decretare sia introdotta guarnigione francese, e viene istituita una nuova municipalità. Coloro che aveano trionfato del demolire la Bastiglia, e trionfato al paro dello scannare migliaja d’ingiudicati all’Abadia e al Carmine, gemeano e fremeano sull’efferatezza delle carceri di Venezia; e dimenticando quanti patrioti giacessero in ben altro squallore nelle regie carceri sottomarine di Messina e nelle alpestri di Fenestrelle, vollero s’aprissero (16 maggio) gli orribili pozzi e i piombi ricantati, e vi trovarono... un prigioniero.

Buonaparte, lieto d’un’occasione che diminuiva infamia ai preliminari di Leoben, finse un accordo col granconsiglio: ma, secondo avea concertato, il Direttorio francese[24] ricusa le stipulazioni fatte con un corpo che avea cessato d’esistere; ricusa le riserve, pur tenendo saldi gli obblighi che v’erano convenuti; onde si decreta abolita l’aristocrazia, diano tre milioni in denaro, tre in munizioni navali, tre vascelli di guerra, due fregate[25].