Stabilita la municipalità democratica, cominciano le solite gazzarre popolane contro tutti i resti dell’antico dominio; si rilasciano i condannati in galera, si distribuiscono al popolo quattordicimila ducati; il dì della Pentecoste piantasi l’albero parodiando il Veni Creator, e si manda a sperpero e saccheggio il palazzo ducale, testimonio di tanta sapienza politica, tanta virtù patriotica, tanti omaggi di re, tante devozioni di ministri; e i tributi di tutto il mondo, e le rarità di cui da secoli i viaggiatori faceano patriotica offerta, e i doni dei sultani di Bagdad, d’Egitto, di Costantinopoli, vanno preda del popolo sovrano e degli speculatori; stracciansi le bandiere, monumenti d’insigni vittorie; si pone il fuoco al seggio ducale, e il libro d’oro è arso con ischiamazzante solennità[26]. Poi vennero le consuete depredazioni delle casse, fra cui ducentomila zecchini depositati dal duca di Modena, poi dei capi d’arte nelle chiese e ne’ musei, il Giove Egioco della biblioteca, il san Pietro martire, la Fede del doge Grimani, il Martirio di san Lorenzo del Tiziano, lo schiavo liberato e la sant’Agnese del Tintoretto, il ratto d’Europa, una Madonna, il convito in casa di Levi di Paolo Veronese, una Madonna di Gian Bellino ed altri dipinti, e ducento preziosi codici. Dal tesoro di San Marco si trassero le gemme de’ reliquarj, e l’oro si mandava alle zecche: delle armi bellissime e storiche conservate presso il consiglio dei Dieci, fecero preda gli uffiziali: saccheggiato l’arsenale che aveva quarantasette cale, nove tettoje acquatiche, trentatre cantieri pel legname, una corderia unica al mondo, arricchita dai boschi di Montello, di Cansiglio, dell’Istria, dal rame d’Agordo, dalla canapa ferrarese e bolognese; il bucintoro e i peatoni, di cui la ricchezza e gl’intagli destavano meraviglia nelle feste del doge, andarono arsi o sconquassati; affondaronsi alcune navi. Non bastando il denaro, Haller e Serrurier facevano darsi per ducencinquantamila franchi in catrame, il doppio in sartiame, altrettanto in àncore e ferraglie, trecencinquantamila in sevo e ragia, quattrocentomila in tela da vele, settecentomila in canapa; e si tentò spegnerne fin le ultime industrie veneziane[27]. Altrettanti segni di rapacità lascia Massena a Padova; e vuolsi valutare a cinquanta milioni di ducati lo spoglio pubblico. Fin dalle gallerie private si tolsero quadri e medaglie e cammei, e per ultimo insulto il leone della Piazzetta, e i cavalli che diconsi di Lisippo. A Lallemant, capo del sistematico ladroneccio, furono regalati sette cammei. Il vulgo, vedendo i Francesi rubare, rubare i municipalisti, si buttò a rubare anch’esso; altri Veneziani, e non tutti ebrei, compravano il rubato dai Francesi e dal vulgo. Il municipale Dandolo ordinava una nota di tutti i benestanti per confiscare quel che avessero d’oro, argento, contanti, gioje di là del necessario: e solo l’accidente impedì d’attuare un insano decreto della municipalità, che traeva al fisco le sostanze eccedenti la rendita di cinquemila ducati.

Intanto un avviso esortava gli artisti: — Orsù, incisori, dateci l’effigie di quel grande che beneficò l’umanità col sublime trattato Dei delitti e delle pene; sia quella effigie incoronata dalla filosofia; le stia presso in atto riconoscente Italia, cinta degli emblemi della libertà; l’immortalità dall’altro canto tenga in mano il maraviglioso sapiente dettato». Le procuratìe nuove e le vecchie doveano nominarsi galleria della libertà e dell’eguaglianza: sul libro del leone si scrisse, Diritti e doveri dell’uomo e del cittadino; e tutti a leggere giornali, tutti accorrere ai teatri, sonanti d’insulti ai re, ai nobili, ai preti, ai magistrati; i cittadini indossavano la carmagnola degli operaj; le donne procedeano seminude in tuniche all’ateniese aperte sul fianco, in farsetti all’umanità, cappellini alla Pamela, chioma raccorcia alla ghigliottina; e satire e caricature scompisciavano il lacero manto e le glorie di sedici secoli. Vero è che non mancavano insulti all’albero della libertà, ed alla figura di questa surrogavansi in più luoghi le aquile e Viva l’Austria e l’arciduca Carlo; il che causò qualche supplizio. I Dalmati infuriati trucidarono alcune truppe giacobine a Sebenico, e il console di Francia e la moglie; apersero le prigioni, s’impossessarono delle artiglierie dicendo voler adoprarle contro i democratici di Venezia: così a Trau, a Spalatro, a Zara, dove la gente di campagna accorse distruggendo quanto sapesse di rivoluzionario, uccidendo chi in fama di democratico, deliberata piuttosto a darsi a Casa d’Austria.

L’Austria, non che lamentarsi che i Giacobini scorressero a nuovi acquisti, pensò trarne profitto, ed occupò l’Istria e la Dalmazia, possessi veneti, «volendo l’imperatore preservare la tranquillità de’ suoi sudditi dallo spirito di vertigine delle vicine provincie»; e si stese fin a Cattaro, facendosi giurar fede da quello strano misto di razze, di culti, di lingue. Venezia chiedeva a Buonaparte snidasse quegl’invasori; ed egli le permise d’allestire una spedizione pel Levante. Era una nuova perfidia di Buonaparte per trarre la flotta fuori del porto, e così sguarnire la capitale. Veleggiò essa in fatto a Corfù, ma con insegne francesi, e da Francesi fu preso il governo anche delle Jonie[28].

Buonaparte facea far feste a Venezia, e vi mandò la propria moglie, che fu caricata di doni nella speranza che ammanserebbe il liberticida, come l’avea sperato Pio VI nell’offrirle statue e una collana di cammei: egli intanto a Campoformio (1797 16 8bre) conchiudeva il mercato[29]. Il Direttorio aveagli imposto l’emancipazione dell’intera Italia; ma egli dissobbedisce e assegna l’Adige e Mantova alla riconosciuta Cisalpina, Magonza e l’isole Jonie alla Francia; obbliga l’imperatore a dare la Brisgovia in compenso al duca di Modena; a Casa d’Austria abbandona la lungamente agognata Venezia col Friuli, l’Istria, la Dalmazia, le Bocche di Cattaro. Sì bene il ministro Cobentzel avea saputo carezzare l’indovinata ambizione di Buonaparte, che tutto il profitto toccò all’Austria; la quale, colla perseveranza che si ammira anche in causa che si disapprova, dopo tante sconfitte si rifacea della perdita de’ Paesi Bassi aquistando il mare e l’immediata congiunzione delle provincie italiane colle sue slave, toccando anche alla Turchia ond’essere pronta a partecipare al più o men vicino ma inevitabile spartimento di quella. Quanto alla Cisalpina essa confidava ricuperarsela. I Parigini mostrarono tanta esultanza della conchiusa pace, che il Direttorio non osò palesarsi scontento dell’operato di Buonaparte.

Trattavasi di metter le catene a quella Venezia, che aveano suscitato a rivoluzione col pretesto di liberarla. Già le si era tolta la flotta, e distrutto quanto potesse servire all’imperatore per crearne una nuova. Il Villetard, fanatico se non colpevole stromento di quella tradigione, dovette annunziare alla donna dell’Adriatico la sorte destinatale (1798 gennajo), promettendo ricovero e patria in Francia o nella Cisalpina a chi volesse. Come un compenso, ai magistrati suggerì d’arricchirsi colle spoglie della patria; ma dovette rescrivere al Buonaparte: — Trovai ne’ municipali animo troppo alto sicchè volessero cooperare a quanto per me proponeste: Cercheremo libera terra, risposero, preferendo all’infamia la libertà». Buonaparte rispondeva insultando: — E che? la repubblica francese spargerà il suo prezioso sangue per altri popoli? I Veneziani sono ciarlieri dissennati e codardi, che non sanno se non fuggire. Se rifiutano arricchirsi delle prede pubbliche, non è probità, non altezza d’animo». Ma quando ai loro lamenti egli replicò, — Ebbene difendetevi», il veronese De Angeli proruppe: — Traditore, rendici quell’armi che ci hai rapite».

Venezia ch’era vissuta tredici secoli, con pochissime sommosse e neppur una guerra civile, finì spossata; eppure fra tante ruine di quel tempo destò vivo rammarico pei vilissimi artifizj, e lasciò un affettuoso desiderio in quegli stessi che erano compianti come suoi servi. Gli abitanti dell’Istria e della Dalmazia non sapeano darsene pace, e nel consegnare all’austriaco generale il vessillo di San Marco, versavano lacrime solenni al cospetto de’ nuovi padroni; alcuni ne mostravano tale accoramento, che fin i soldati austriaci commossi lasciavano che il conservassero. A Zara, lo stendardo si porta in duomo, il maresciallo Strático lo consegna al vicario generale monsignor Armani che intonato il De profundis e lasciatolo baciar con entusiasmo ai cittadini lo sepellisce: così a Pirano, così altrove; intanto che i vincitori e i venduti tentavano strappar a Venezia fin la pietà, ultimo diritto della sventura, diffamandola a guisa del giovinastro che espone alle risa la donna ch’egli contaminò.

CAPITOLO CLXXVII. La Cisalpina. Conquista di Roma, Napoli e Piemonte.

La repubblica francese toccava all’apogeo; estesa dai Pirenei al Reno, dall’Oceano al Po; sostenuta da generali prodi, non ancora disonorati da egoistica ambizione; rinnovato colla Spagna il patto di famiglia; l’Impero e l’Austria ridotti ad accettar la pace; Inghilterra non avea potuto impedirle di acquistare i Paesi Bassi e di predominare nell’Olanda, e mal reggeva da sola alla guerra, di cui era stata l’anima e la cassiera. Il mareggio che succede alla procella non era finito, ma la durata di quindici mesi già dava qualche consistenza al Direttorio, che venuto in credito per le vittorie di Buonaparte, potè reprimere violentemente e i Realisti, e i Terroristi, e circondatosi di altre repubbliche, pensava a sistemarle.

Primogenita di queste, la Cisalpina fin allora restava ad uno di que’ governi militari, che fanno schifo a chi abbia sentimento dell’ordine e del dovere. Buonaparte, uom di guerra e di disciplina, teneva altro linguaggio che il gonfio e iracondo de’ repubblicanti; non irritava i preti, blandiva i ricchi, e pensando che mal si costruisce sul popolo mobile e capriccioso, repudiava gli esuberanti per rannodarsi i moderati, e cingeasi coi nomi storici de’ Visconti, de’ Melzi, de’ Litta, de’ Serbelloni, de’ Contarini, de’ Morosini. Ergevasi anche protettore de’ dotti, e appena entrato in Milano scrisse all’astronomo Oriani: — Le scienze e le arti devono nelle repubbliche essere onorate, e chi vi primeggia nel sapere è francese, ovunque sia nato. So che a Milano i dotti non godono la considerazione che meritano; ritirati ne’ gabinetti o ne’ laboratorj, credonsi fortunati quando i re e i preti non li molestino. Oggi tutto mutò; il pensiero è libero in Italia; non più inquisizione, non intolleranze, non diverbj teologici. Invito i dotti a farmi conoscere come dare alle scienze e alle arti belle nuova vita ed essere nuovo. Chi di essi vorrà andare in Francia, sarà accolto con onore; il popolo francese stima più l’acquisto d’un matematico, d’un pittore, d’un erudito, che della città più ricca. Cittadino Oriani, spiegate voi questi sensi del popolo francese ai dotti di Lombardia».

Il nostro patriotismo suole andar in solluchero allorchè qualche straniero sparla di noi, consolazione che non ci si lascia scarseggiare. L’Oriani, più semplice e perciò più vero, rispondeva alla superba compassione del Buonaparte che «i letterati di Milano non erano stati negletti nè vilipesi dal Governo, anzi godeano oneste pensioni e stima proporzionata al merito; anche nella guerra presente n’erano stati puntuali gli assegni, i quali sol da poche settimane cessarono, a gran costernazione di poche famiglie; sicchè l’unico modo di farne cessare le calamità e d’affezionarli alla repubblica francese, sarebbe di rimetterne in corso i soldi». Soggiungeva volesse il generale attribuire tali parole all’amor suo per la verità e la giustizia: chè, quanto a lui, avea pochi bisogni, ed era sicuro di trovar da vivere in qualunque paese, ed anche allora stava in lui l’accettare una cattedra ben provveduta in una delle più celebri Università[30]. I democratici non avranno fatto mente al coraggio della semplicità, ma è tristo modo di rigenerare una nazione il cominciare dal deprimerla con insulti, col raffaccio iroso, colla servile imitazione forestiera.