Buonaparte, a dieci valentuomini, tra cui il padre Gregorio Fontana, commise di preparare una costituzione per la Cisalpina; ma il Direttorio ordinò vi si applicasse la francese (1797 8 luglio). Dopo le consuete dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino, essa portava la repubblica una e indivisibile, distribuita in dipartimenti, distretti, Comuni. Al 21 marzo gli abitanti di ciascun distretto si uniscono per nominare i giudici di pace e gli elettori del dipartimento, uno ogni ducento teste. Le assemblee elettorali al 9 aprile nominano i membri del corpo legislativo e del tribunale di cassazione, i giurati, gli amministratori de’ dipartimenti, i giudici e presidenti de’ tribunali, l’accusatore pubblico. Il corpo legislativo consta di quaranta in sessanta seniori; di ottanta in cenventi membri il granconsiglio: questo propone le leggi, quello le approva o rigetta, insieme stabiliscono l’annua imposta. L’esecuzione è commessa a cinque direttori nominati dal corpo legislativo, i quali scelgono i ministri responsali; un’amministrazione centrale in ogni dipartimento, una municipale in ogni distretto; un’altra corte di giustizia pondera le accuse contro il Direttorio o i legislatori. Libero a tutti di scrivere, parlare, stampare; l’esercito è per essenza obbediente.

Allora si abolirono maggioraschi e fedecommessi; si posero all’asta le commende maltesi; i beni e debiti delle provincie e de’ Comuni si riconobbero nazionali. La repubblica fu dichiarata libera; ma l’esercito cisalpino era comandato dal côrso Fiorella; truppe francesi per tutto il territorio e nelle fortezze; molti Francesi in uffizi principali; e per un anno sospesa la libera stampa. Così a noi, che già godevamo una forma di libertà municipale, era tolta per imporci la costituzione d’un paese che non l’aveva; e Buonaparte nominò egli stesso per la prima volta i direttori, i consigli legislativi, e quattro congregazioni, di costituzione, di giurisprudenza, di finanza, di guerra. La libertà molti l’aveano sulle labbra, alcuni nella testa, pochi nel cuore; gli uni la simulavano per farsi perdonare l’antica servilità; gli uni per impinguarsi mercanteggiandone, o per brogliare contro le leggi e la giustizia; molti, sinceramente scambiando la conquista per emancipazione, esultavano di vederci dati un nome, una bandiera, un esercito; speravano che il governo militare finirebbe, e ce ne rimarrebbero i frutti; lasciavansi ingenuamente lusingare a quelle apparenze di governo popolare, ed all’indestruttibile fiducia dell’indipendenza. Buonaparte li conosceva, gli accarezzava, e ne rideva; trattava superbamente i deputati e le dignità che venivano a inchinarlo nella villa di Montebello, che già chiamavasi sua reggia, le api del manto imperiale trasparendo dalla tracolla repubblicana[31]; ma pure veniva ripetendoci le triste conseguenze delle nostre scissure, il bisogno d’acquistare il sentimento della propria dignità e d’avvezzarci alle armi; «proponete (raccomandava) le persone meglio conosciute per attitudine, onestà, civismo, non i terroristi e i patrioti intemperanti e ringhiosi, amici del sangue e della guerra, che in ogni cosa trascendono, e non sanno che diffamar il Governo».

La Cisalpina non era soltanto una conquista, sì bene un inoculamento della rivoluzione in Italia, e bisognava estenderla per conservarla. Avea vicina la Svizzera, repubblica all’antica, divisa in Cantoni formanti una confederazione debole e viziata di feudalità. Nell’interno, le classi godeano i diritti in differente grado, e molte servivano di sgabello alle privilegiate; alcuni paesi giaceano sudditi di altri, che liberi dentro, erano tiranni fuori. Di qua dai monti avevano signoria il Cantone di Uri sulla Leventina: Uri, Schwitz e Unterwald sulla Riviera e Bellinzona; i dodici Cantoni insieme su Lugano, Locarno e Valmaggia; sulla Valtellina i Grigioni. Paesi, lasciati in balìa di magistrati ignoranti, che comprata la carica di governatore o di giudice, pensavano a rifarsene con usura. Le più volte il balio non faceva che venir di qua per rivendere la carica a qualche suddito, e dopo un buon pranzo tornava indietro col titolo e coi quattrini. Quindi giustizia vendereccia, prepotenze tollerate; che più? vendute impunità in bianco per delitti da commettersi[32].

Nella val Leventina gli abitanti viveano de’ pingui pascoli e dei trasporti pel Sangotardo, riconoscendo i loro padroni con lievi pedaggi e scarsa imposta. Avendo gli Urani negato dar il soldo ai Leventini che aveano militato, questi fecero turba, cacciarono il balio (1713), nè si quetarono finchè i cinque Cantoni cattolici non decretarono dovuti i soldi. La giustizia ripristinò la pace, e furono detti cari e fedeli alleati: ma più tardi vennero portati ai padroni lamenti (1755) contro tutori che malversavano le sostanze de’ pupilli; e gl’imputati pensarono coprire colla sommossa le colpe, e levatisi in armi imprigionarono il balio. Uscirono gli Urani a domarli; Orso di Rossura ed altri capi furono decollati davanti a tremila popolani, che a testa scoperta e a ginocchio piegato dovettero sentir proferita l’abolizione di tutte le franchigie e garanzie, e giurare la servitù.

Anche nella Valtellina poteasi redimere a contanti ogni delitto, salvo l’omicidio qualificato; e poichè i processi fruttavano denaro, i podestà erano attenti non solo a scoprire delitti, ma a farne commettere; tenevano sciagurate che seducessero, poi accusassero il correo, desiavano sommosse per toglierne pretesto a confische. L’immoralità de’ dominanti e le discordie invelenite fra i Planta fautori dell’Austria e i Salis inchini a Francia, incancrenivano i patimenti della Valtellina. Quante volte non aveva essa ricorso al duca di Milano per far osservare il capitolato che aveva ottenuto dopo il sacro macello del 1620, e di cui esso era garante!

Cessata la confidenza fra governanti e governati, cresceano le gozzaje; il giureconsulto Alberto Desimoni di Bormio, per avere scritto a difesa della costituzione della Valtellina, fu condannato a morte in contumacia: sommovimenti interni cominciarono prima de’ francesi, i quali gl’incalorirono. Ben presto tutta Svizzera ribolle contro le annose tirannidi (1797); a nome della libertà rovesciansi le repubbliche; i Francesi, invitati a sostenere i democratici insorgenti, s’impossessano delle casse, e dichiarano che le leggi e i decreti del Governo paesano non varranno se contrarj alla Francia. I repubblicani di Milano e di Como aveano tentato sollevare i baliaggi italiani, e alcune guardie nazionali penetrarono fino al lago di Lugano piantandovi l’albero. Furono respinti, e i commissarj svizzeri vennero a tenere in dovere il paese: ma una mano di patrioti si presenta a loro, e colla sicurezza che dava la vicinanza della Cisalpina, domanda i diritti dell’uomo; essi fuggono, e l’albero è piantato, non col berretto frigio, ma col cappello di Tell. Quando poi furono dichiarati liberi ed eguali tutti i sudditi della Svizzera, essi baliaggi divennero membri della repubblica Elvetica, destinata a ben altra vita che non l’effimera della Cisalpina, a cui ricusarono aggregarsi.

La Valtellina pensò ella pure novità; ma alcuni preferivano unirsi ai Grigioni come quarta lega in eguaglianza di diritti, altri attaccarsi alla Cisalpina; e intanto la plebe assaliva i signori, le chiese, principalmente le cantine, ballonzando e cantando secondo la moda, spezzavansi gli stemmi de’ vecchi pretori, pur non mancando chi mettesse fuoco agli alberi della libertà. Un conte Galliano Lechi, prepotente e dissoluto bresciano, fuggito a Bormio per sottrarsi ai castighi meritati in patria, e di nuovi meritandosene con braverie ed altro, eccitò l’ira del popolo, che lo uccise con due suoi bravacci. Le gazzette li presentarono come martiri della libertà; i comitati di Bergamo e Brescia inveivano contro le persecuzioni fatte in Valtellina ai patrioti; il generale Murat, scesovi da Edolo colla sua brigata, intimò amnistia e pace; e Buonaparte offertosi mediatore, chiamò a sè deputati grigioni e valtellinesi. Quelli non ascoltarono: questi sì, e chiesero d’unirsi alla Cisalpina; ma voleano riservare per unica religione la cattolica, immunità di fôro per gli ecclesiastici, non partecipare all’ingente debito della repubblica nè alle inesplebili contribuzioni; a tacere le meschinità da campanile, per cui Bormio voleva stare disgregato da Sondrio, e Chiavenna fare casa a parte.

Lunghissime anticamere dovettero durare i deputati al quartiere generale d’Udine: infine Buonaparte proferì (28 8bre) che, non essendo comparsi i Grigioni, ai Valtellinesi restava facoltà d’unirsi alla Cisalpina; andassero ad aspettarlo a Milano. V’andarono; e quivi seppero che «la loro sorte e felicità era ormai fissata stabilmente con quella dell’Italia libera»; e perchè rimostrarono che ciò trascendeva il loro mandato, Buonaparte li sbraveggiò come non fossero «compresi dal gran principio dell’unità e indivisibilità della repubblica, la quale deve formare una famiglia sola».

Così quella valle divenne parte della Cisalpina; confiscati i beni che i Grigioni vi possedevano; a Murat, per le gravi spese che diceva incontrate, si regalarono una ricca sciabola e mille luigi, estorti a forza dalla valle, dove fra le allegre spensieratezze si cominciò lo spoglio delle chiese, e l’altre novità religiose. Queste eccitavano maggior indignazione perchè rammentavano quelle del 1620; nessuno andava alle assemblee primarie che doveano accettare la costituzione; v’ebbe congiure e sommosse, domate colla fucilazione; e il tribunale istituito a Bergamo contro gli allarmisti esercitava tremenda azione anche nella valle.

Vedemmo come l’Emilia fosse eretta in repubblica Cispadana; e il congresso accolto a Modena aveva compilato una costituzione alla francese, e nominato direttori Magnani, Ricci, Guastavillani, persone moderate: ma Buonaparte ordinò che quella repubblica fosse unita alla Cisalpina. La quale così abbracciò l’antica Lombardia, Mantova, Modena con Massa e Carrara, le legazioni di Bologna, Ferrara, Romagna, oltre Bergamo, Brescia, Crema, Peschiera, cioè i paesi veneti sulla destra dell’Adige; più Campione e Macagno, feudi imperiali presso gli Svizzeri, la Valtellina e il ducato di Parma. Divisa in venti dipartimenti, contava tre milioni e ducentomila abitanti, coll’Adige, Mantova, Pizzighettone per difesa, e grandi elementi di prosperità. Nel lazzaretto di Milano solennizzossi la federazione italiana (1797 9 luglio), i deputati e le guardie nazionali sull’altare della patria giurando libertà ed eguaglianza: una di quelle feste, che fanno vivere un popolo intero d’una vita sola, e battere all’unissono migliaja di cuori; ma non dovea lasciare se non un mesto desiderio.