A Genova, straziata come il debole in mezzo ai forti litiganti, osteggiavansi a morte aristocrati e democratici, e a questi ultimi erano stimolo i giornali ed emissarj milanesi; il commissario Faypoult facea colà quello che Bassville a Roma, e Villetard a Venezia, viepiù da che quest’ultima fu perita, e ai lamenti de’ nobili rispondendo, — I tridui e l’altre santocchierie non ritarderanno i lumi, e meglio fareste a dirigervi regolarmente verso là dove è inevitabile l’arrivare». In fatto i patrioti insorsero (maggio), ma il popolo ricordandosi del grido con cui avea cacciato i Tedeschi, ai tre colori oppone le effigie della Madonna; nella Polcevera e nel Bisagno si diffonde la sommossa non senza sangue; i patrioti soccombono; e Buonaparte manda querele pei Francesi trucidati, e rabbuffi contro l’aristocrazia; fa arrestare alcuni (14 giugno), esige soddisfazioni, modifica la costituzione sul taglio di moda, all’antico senato sostituendo i due consigli legislativi, ed un senato esecutivo preseduto dal doge; garantiti la religione cattolica, il banco di San Giorgio e il debito pubblico; cassati i privilegi; nei posti colloca persone moderate e delle varie classi, e scrive alla repubblica: — Non basta astenersi da ciò che contraria la religione; bisogna non inquietar neppure le più timorate coscienze... Illuminate le plebi, mettetevi d’accordo con l’arcivescovo per dare loro buoni curati, meritate l’affetto de’ vostri concittadini». Ma il popolo coi soliti impeti, brucia il libro d’oro (9bre); abbatte la statua d’Andrea Doria «il primo degli oligarchi»[33]; consacra alla ligure rigenerazione la casa dello speziale Morando, culla delle adunanze repubblicane. Il piccolo Genovesato, unitevi per forza Arquata, Ronco, Torreglia e i feudi imperiali, è diviso in quattro dipartimenti, e ordinato militarmente all’uopo di trarne soldati. Ai nobili spiaceva la prepotenza straniera, ai preti l’incameramento dei beni ecclesiastici e il distacco da Roma, al popolo gl’insoliti accatti; onde violentemente si ammutinarono le valli, e la forza e la forca bisognarono per domarli (7bre).

Buonaparte, che rappresentava la forza espansiva della rivoluzione, allorchè partì dalla Cisalpina lasciandovi Berthier con trentamila uomini, le diceva: — La libertà donatavi senza fazioni, senza morti, senza rivoluzioni, sappiate conservarla. Voi, dopo Francia, la più ricca e popolosa repubblica, siete chiamati a gran cose. Fate leggi con saviezza e moderazione, eseguitele con vigore, propagate le dottrine, rispettate la religione; riempite i vostri battaglioni, non di vagabondi ma di cittadini leali e caldi d’ardore repubblicano; sentite la forza e dignità vostra, quale richiedesi a liberi. Dopo tanti anni di tirannide, non avreste da voi potuto ricuperare la libertà, ma fra breve potrete da voi tutelarla. Io vado, ma ricomparirò fra voi non sì tosto un ordine del mio Governo o il pericolo vostro mi richiami. Anche lontano amerò sempre la felicità e la gloria della vostra repubblica».

Il suo ritorno in Francia (9 xbre) fu un continuo trionfo: all’esercito fu dal Direttorio presentata una bandiera, ove leggevasi in oro: «L’esercito d’Italia fe cencinquantamila prigioni, prese censettanta bandiere, cinquecentocinquantacinque pezzi d’assedio, seicento da campagna, cinque equipaggi da ponte, nove vascelli, dodici fregate, dodici corvette, diciotto galee. Armistizio coi re di Sardegna e di Napoli, col papa, coi duchi di Parma e di Modena. Preliminari di Leoben. Convenzione di Montebello colla repubblica di Genova. Pace di Tolentino e di Campoformio. Data libertà ai popoli di Bologna, Ferrara, Modena, Massa, Carrara, della Romagna, della Lombardia, di Brescia, Bergamo, Mantova, Cremona, parte del Veronese, Chiavenna, Bormio, la Valtellina; ai popoli di Genova, ai feudi imperiali, ai dipartimenti di Corcira, del mar Egeo e d’Itaca. Spedito a Parigi i capolavori di Michelangelo, Rafaello, Leonardo. Trionfato in diciotto battaglie ordinate: Montenotte, Millesimo, Mondovì, Lodi, Borghetto, Lonato, Castiglione, Roveredo, Bassano, San Giorgio, Fontanino, Caldiero, Arcole, Rivoli, la Favorita, il Tagliamento, Tarvis, Neumarckt. Dato settantasette combattimenti».

A quei vanti sarebbonsi potuti aggiungere almeno cinquanta milioni di lire, che Buonaparte mandò per servizio dello Stato: egli che in contribuzioni avea tirato venticinque milioni dalla Lombardia, ottocentomila lire da Mantova, ducentomila dai feudi imperiali, seicentomila da Massa e Carrara, dieci milioni da Modena, venti da Parma e Piacenza, trenta dal papa, sei da Venezia, otto dallo spoglio de’ magazzini inglesi. Le feste non finivano al giovane vincitore: i giornali ne riferivano ogni atto o gesto, come di re; il popolo cominciò a guardarlo come l’uomo suo, e stupiva che, in tanta gloria, avesse sì poca ambizione. Non avea di fatto quella piccola che esala in intrighi, e portando gli sguardi ben alto, meditava un’impresa che crescesse la sua gloria senza dar ombra a una rivoluzione, la quale aveva schiacciato chiunque avea voluto imbrigliarla.

L’India non è il paese da cui l’Inghilterra trae tutta la potenza, e quelle droghe e quel cotone che le fanno tributario tutto il mondo? Se dunque si voglia spegnere quest’implacabile nemica della repubblica francese, bisogna ferirla in quel suo cuore; e via per giungervi non può essere che l’Egitto. Conquistato questo il Mediterraneo è reso un lago francese, e per l’istmo di Suez e pel mar Rosso è dominata la via diretta alle Indie. Le navi e le isole carpite a Venezia, tre milioni sottratti al tesoro di Berna, i suoi veterani d’Italia gli varranno ad un’impresa che più gli arride perchè straordinaria; e fatti in gran secreto i preparativi, salpa da Tolone (1798 19 maggio), con cinquecento vele, quarantamila uomini, diecimila marinaj e sommi capitani.

L’Ordine di Malta, ultima reliquia delle Crociate, da un secolo viveva in depravata oscurità, fra minuti litigi interni e dissipate congiure. Pingui commende in tutti i regni erano investite a cavalieri discoli e gaudenti, cadetti d’illustri famiglie, cui il voto di castità non serviva che a sacrilegio, e quello di povertà a lauti ozj. La marina, ond’essi avrebbero dovuto assicurare il Mediterraneo dai Barbareschi, conservava qualche galera appena per corse di piacere, nè tampoco impedendo agli Algerini di corseggiare le coste d’Italia. Dovea dunque perire; e prevedendo che l’Inghilterra alla prima occasione metterebbe le mani su quell’isola, Buonaparte vuole prevenirla; e di sorpresa sbarcato (12 giugno), l’ha dopo lieve ostacolo. Non veduto procede di mezzo alle crociere inglesi; là pure proclamando libertà (luglio), conquista Alessandria, vince al Cairo, e sottrae dai Mamelucchi il basso Egitto.

I trionfi d’Italia e d’Egitto erano la sola parte nobile negli avvenimenti d’allora. Il Direttorio di Francia, debole come tutti i Governi che sbocciano da una rivoluzione, parea volesse spingerla anzichè sistemarla allorquando tutti sentivano bisogno di riposo e di legalità; fuori menava intrighi politici, insultava papi e re; dentro accusava incessantemente i realisti e i preti, vantava legalità e la ledeva, era a continue baruffe in consiglio, mentre la calma rimetteasi nelle strade, usava violenze nel governare, mentre la gente era caduta nella noncuranza; a Buonaparte invidiava la gloria mentre vivea del riflesso di questa.

Di tale vanitosa debolezza risentivansi le nostre repubbliche. Oltrechè niun popolo ama una costituzione, che una volontà estranea gli diede e può togliere e mutare, il governare riusciva difficile dove la libertà e l’eguaglianza essendo intese nel senso più materiale, tutti credeansi in diritto di comandare e nessuno in dovere d’obbedire; le plebi si lagnavano dei Governi municipali, questi degli eserciti, eserciti e popolo dei commissarj di Francia: ed è in questi rammarichi che si logorano i nervi d’una nazione.

Quasi fosse fatale a tutte le nostre rivoluzioni di pensare meno a consolidare la nazione, che a scinderla in partiti, nella Cisalpina tutto andava in baruffe: aristocrati, democratici, preti, giacobini, agenti del Direttorio, emissarj dell’Austria, milanesi, novaresi, transpadani, veneti, formavano altrettante consorterie, che si contrariavano, rinterzavano gl’intrighi, e voleano ognuna trarre a vantaggio proprio la pubblica cosa. L’indipendenza non erasi ancora acquistata, e già sull’uso da farne vituperavansi a vicenda federalisti e unitarj; questi rinnegando tutta la storia per voler fondere i piccoli Stati in un unico potente, quelli risparmiare la soverchia scossa col lasciare a ciascuno la propria individualità; gli esagerati sorretti dagli uffiziali, otteneano predominio nei consigli e nella legione lombarda; e neppure i piccoli dissensi possono conciliarsi quando uno è appoggiato dalla forza esterna. Tutto poi era guasto dalla prepotenza militare: gli uffiziali come in paese di conquista comandavano a bacchetta, esigevano, tassavano senza dare ragione; coi commissarj di guerra si conchiudeano turpi baratti; la società degli abbondanzieri col quattro per cento sugli appalti comprava la connivenza dello stato maggiore; ne’ quadri appariva il doppio di soldati che in realtà, e lo Stato li pagava.

Non bastando tre secoli di sanguinosi eventi a mostrarle che il tenere serva una porzione d’Italia la obbliga a conflitti incessanti, la repubblica francese non si contentò d’essere protettrice della nostra, e la volle ausiliaria, obbligandola ad un trattato d’alleanza e uno di commercio, e a pagare diciotto milioni l’anno per un corpo francese da mantenervi. I nostri respingeano gagliardamente questi patti di servitù; ma il generale Brune, succeduto nel comando a Berthier, imprigionò i più caldi patrioti, fra cui Melchior Gioja; ai direttori Moscati e Paradisi sostituì Lamberti e Testi, gittò una contribuzione militare, e fece approvare i trattati.