Trouvé, giovane ingegnoso e caldo, redattore del Moniteur, mandato a Milano perchè modificasse la costituzione, per quanto gli uffiziali protestassero vedervi uno smacco a Buonaparte, coi moderati sormonta (1798 1 7bre); dimezza i consigli, designando quali persone conservare; sulla sistemata imposizione fonda il diritto elettorale, e pone al direttorio Adelasio, Alessandri, Luosi e l’avvocato e poeta Sopransi. Ma un nuovo intrigo del Direttorio sostituisce a Trouvé l’esagerato Fouché, manutengolo di Barras, che tutto sovverte; le bajonette del generale Brune collocano direttori Brunetti, Seletti, Smancini; quand’ecco il Direttorio di Francia gli manda lo scambio, e Joubert surrogatogli ripristina la costituzione di Trouvé.
Questi mensili avvicendamenti toglievano ogni fiducia di durata, ed esaurivano le finanze in modo, che dopo gli accatti e le tolte, si dovette por mano anche ai beni dei capitoli, dei vescovi, delle confraternite. Ne conseguiva una malavoglia universale, e il ricordo di quei tempi fa molti aborrire anche adesso dalla libertà repubblicana, non volendo accorgersi che quel che mancava era appunto la libertà. Nulla al certo è più detestabile che il despotismo militare; ma almeno allora si avea speranza che fosse precario, e avvierebbe ai beni di cui siamo più sitibondi, la libertà e l’indipendenza.
E a questi mirando, formossi allora un partito nazionale; e Pino, Lahoz, Teulié, Birago, altri militari legaronsi nella società de’ Raggi che aspirava all’indipendenza, favoriva i Francesi come barriera contro i Tedeschi, ma sperando potere poi anche quelli escludere con forze italiane. Fu la prima manifestazione del voto Italia farà da sè: ma per effettuarlo occorreva anzitutto un buon esercito; poteva la Cisalpina formarselo, costretta a mantenere venticinquemila soldati forestieri?
Quella libertà alla francese continuava a distruggere le libertà italiane. Sebbene il Direttorio raccomandasse di non fomentare le insurrezioni, la casa di ciascun diplomatico francese era un focolajo, dove scaldavansi quelli che febbricitavano di repubblica. Roma, sfiancata dall’umiliazione, era aggredita da ogni parte, e più dai paesi statile tolti; preti e papi erano il comune bersaglio dei giornali e delle tribune; e sul teatro di Milano si sceneggiò il conclave. Pio VI era stato costretto a imitare i rivoluzionarj, pigliando gli ori delle chiese e i beni di manomorta, aggravezzando gli ecclesiastici, avendo smesse le spese e le pompe, con cui pareva fare rivivere il secolo dei Medici. Ne mormoravano i sudditi, già scandolezzati dall’arricchirsi del suo nipote Braschi; i nobili parlottavano di ristabilire un senato all’antica; i Giansenisti rigalleggiavano; pertutto non si discorreva che del rancidume pretesco, di superstizioni tarlate, di regno dei cieli staccato da quello della terra, di riformare, di secolarizzare. La creazione d’una carta moneta portò al colmo il disgusto contro il Governo di preti: un Ceracchi scultore s’arrischiò di piantare l’albero sul monte Pincio: gli allievi dell’Accademia di Francia tentarono levare rumore, nel qual fatto (1797 26 xbre) sventuratamente cadde ucciso il generale francese Duphot.
— Assassinio, violazione del diritto pubblico» si grida allora; Giuseppe Buonaparte ambasciadore abbassa lo stemma e se ne va; e il Direttorio, declamando contro «quella potenza che sembrava essere nata sotto il regno di Tiberio per appropriarsi i vizj del padre di Nerone, e della quale da mille quattrocentun anni l’umanità domandava la distruzione»[34], ciuffa molti milioni in diamanti del papa deposti a Genova[35], e ingiunge a Berthier di menare l’esercito contro la Babilonia, e «sbigottire il preteso gerarca della Chiesa universale colla sua tiara in capo». Berthier ai già volenterosi soldati porge nuovi eccitamenti a punire quel Governo, ma risparmiare il popolo innocente e i riti; e senza dare spiegazione nè trovare resistenza arriva a Roma (1798 15 febb.), vuole Castel Sant’Angelo, promettendo rispettare il culto, gli stabilimenti pubblici, le persone e le proprietà: ma subito la fa da padrone, congeda le truppe pontifizie, arresta e prende ostaggi; getta contribuzioni, sequestra i beni d’Inglesi, Russi, Portoghesi.
Appena si vedono drappellati i tre colori, una folla, di concerto con Cervoni e Murat, proclama il popolo libero, nomina consoli: Berthier trionfalmente s’insedia nel Quirinale; a Pio VI intima d’abdicare la sovranità temporale, atteso ch’egli ne sia soltanto il depositario; e perchè ricusa, gli ingiunge d’andarsene in Toscana. Il papa pregava che, vecchio e convalescente, lo lasciasse morire in pace col suo popolo, a’ suoi doveri; — Morire si può in qualsia luogo», gli fu risposto. E dovette andarsene (19 febb.) non prima d’avere subito le insultanti indagini di Haller, avidissimo fra gli avidi commissarj, che gli tolse fin il bastone, fin un anello di dito: e talmente erano sbigottiti gli animi, che nessuno protestò. Pio VI rifuggì in quella Toscana, donde erangli venuti tanti disgusti; e al ministro Manfredini diceva: — Queste disgrazie mi fanno sperare ch’io sia non indegno vicario di Gesù Cristo; mi rammentano i primi anni della Chiesa, e quelli furono gli anni del suo trionfo»[36].
I cardinali ed altri prelati sono mandati via; di quelli forestieri si spogliano i palazzi, e così le chiese; è soppressa la Propaganda «istituto affatto inutile», sperperandone la preziosa biblioteca e per poco anche gli archivj; da’ palazzi pontifizj si levano fino le porte e i gangheri; si predano i vasi sacri come quei di cucina, e bruciansi i paramenti per cavarne l’oro; grosse taglie sono imposte a privati, trecentomila scudi alla famiglia Chigi, dodicimila all’incisore Volpato, e spesso non erano se non minaccie affinchè a pronto prezzo se ne redimessero; vendute a vil costo le sculture degli Albani e del Busca che non fossero scelte pel museo nazionale.
Se n’impinguava la turba, che dietro all’esercito traeva, di commissarj per rubare, mediatori ed ebrei per comprare il rubato; intanto che nello scialacquo i militari giacevano sprovvisti di viveri e di paghe comuni. Protestarono essi contro quello sperpero; ma fu risposto che all’esercito era proibito deliberare. Ne nascevano scissure, e i soldati guardavano di mal occhio Massena che rubava e lasciava rubare: di che preso speranza, i Transteverini si sollevarono (2 marzo); «colla fiducia di potere sorprendere Castel Sant’Angelo, Monte, Transtevere, Borgo, si danno al diavolo; e con Cristi e Madonne gridando Viva Maria, si avventano contro i Francesi e contro i neonati repubblicani romani. Qualche centinajo tra morti e feriti; un altro centinajo arrestato da popolo barbaro; de’ fucilati alla piazza del Popolo ventidue; altri se ne fucileranno, e forse alquanti preti»[37].
Anche nelle altre città v’ebbe ammutinamenti e con esito eguale; le bande del prete Taliani d’Ascoli e la squadracela d’Imola si sostennero a lungo; sul Trasimeno, nella Campagna, nella Marittima le domò il terrore; al saccheggio furono abbandonati Ferentino, Frosinone, Terracina, e molti passati per le armi: ed è notevole come solo nel paese che dicesi governato peggio di tutti, incontrasse resistenza la Rivoluzione.
Allora Faypoult, Florent, Daunou, Monge, uomini famosi, compilano per Roma una tapina costituzione, notevole unicamente perchè nel centro del cattolicismo non facea motto della religione. Secondo il consueto, dovea giurarsi odio alla monarchia: ma Pio manda per enciclica, che il Cristiano non deve odiare nessun Governo; basta si giuri sommessione alla repubblica, e di non fare trame contro di essa. Queste temperanti parole furono bestemmiate dai patrioti, i quali, in piazza del Vaticano, celebrarono la festa della federazione, imitando quella di Milano, che aveva imitato quella di Parigi.