[78]. Augusta di Baviera, della quale, col nome di Amalia, i Milanesi conservarono cara memoria, e che noi stessi, a Monaco, udimmo poi ricordare con desiderio gli anni qui passati, era tenuta per la più bella principessa di Germania. Alla pace di Presburgo, Napoleone la destinò sposa al Beauharnais, ma essa era invaghita e promessa al principe Carlo di Baden. Il padre le scriveva dunque il 25 dicembre 1805: «Se v’avesse lampo di speranza che mai poteste sposare Carlo, io non vi pregherei a ginocchio di rinunziarvi. Nè insisterei, mia cara e amata Augusta, perchè voi deste la mano al futuro re d’Italia, se questa corona non dovesse esser garantita da tutte le potenze alla conchiusione della pace... Pensate che voi farete la felicità non solo di vostro padre, ma de’ fratelli e della Baviera, che ardentemente desidera quest’unione.... M’è grave l’amareggiar il cuor vostro, ma io conto sulla vostra amicizia, sull’attaccamento che sempre mostraste a vostro padre; nè voi vorrete avvelenarne gli ultimi giorni. Pensate, cara Augusta, che un rifiuto renderebbe tanto nemico l’imperatore, quanto ora è amico della casa nostra. Risparmiateci il dolore d’una spiegazione, che potrebbe diroccare la mia trista salute. Rispondetemi per iscritto, o per mezzo di vostro fratello. Credete, cara amica, che mi costa infinitamente lo scrivervi così, ma le circostanze più che imperiose, e il mio dovere di badar agl’interessi del paese confidatomi dalla Provvidenza mi vi costringono...»

La principessa lottò, poi gli scriveva: «Mi obbligano a romper la fede data al principe Carlo. Io vi acconsento per quanto mi costi, se ne dipende il riposo d’un padre amato e la felicità d’un popolo. Ma non posso dar la mia mano al principe Eugenio se la pace non è fatta, e s’egli non è riconosciuto re d’Italia. Io rimetto la mia sorte nelle vostre mani: per quanto crudele deva essere, mi sarà addolcita dal sapere che mi sono sagrificata per mio padre, per la mia famiglia e la mia patria. In ginocchio vostra figlia domanda la vostra benedizione: essa m’ajuterà a soffrir con rassegnazione il tristo mio destino». V. Mémoires du prince Eugène, Parigi 1858, tom. II. p. 16.

Lo strano è che Eugenio non sapea nulla di quest’affare; e Napoleone, dopo tutto conchiuso, al 31 dicembre gli scriveva: «Son arrivato a Monaco. Ho combinato il vostro matrimonio colla principessa Augusta: fu già pubblicato. Essa è molto bella, ve ne mando il ritratto, ma la è molto migliore». E al 3 gennajo seguente: «Dodici ore al più dopo ricevuto la presente, partite in tutta diligenza per Monaco». Nella risposta di Eugenio non v’è motto del matrimonio. Arrivato che fu a Monaco, Napoleone cominciò a beffarlo de’ suoi mustacchi, e ch’erano troppo marziali per conquistar una fanciulla, e glieli fece tagliare. Vedi Darnay, Notices historiques sur le prince Eugène.

[79]. «Napoleone aveva in disegno di rigenerare la patria italiana, riunire gli Italiani in una sola nazione indipendente.... Era il trofeo immortale ch’egli alzava alla sua gloria... Tutto era disposto per creare la gran patria italiana... L’imperatore aspettava impaziente un secondo figlio per menarlo a Roma, coronarlo re d’Italia, e proclamare l’indipendenza della bella penisola sotto la reggenza del principe Eugenio». Memorie dettate a Montholon. — Ma nell’esiglio Napoleone pensava, o i suoi gli faceano dire tutt’altro da quel che sul trono.

* Quando Napoleone III conquistava la Lombardia nel 1859, io ebbi a dirgli d’essermi sempre mostrato avverso al suo gran zio perchè esso non avea voluto dare all’Italia l’unità, e almeno l’indipendenza che stava in sua mano. Egli mi rispose che tale fu sempre il suo pensiero, ma le circostanze glielo impedirono: e seguì coll’altre ragioni che del resto aveva già esposte ne’ suoi scritti. Io non potetti che augurargli d’essere esecutore delle volontà del grande zio.

[80]. Si occupò la villa de’ Durini, i quali mai non assentirono nè vollero riceverne il prezzo, che perciò fu deposto in una cassa pubblica, donde il ritirarono sotto la succeduta dominazione.

[81]. Scrive a Eugenio: J’ordonne que le Corps législatif termine ses séances. Mon intention, pendant que je résiderai en Italie, est de ne plus le réunir. J’avais trop bonne opinion des Italiens; je vois qu’il y a encore beaucoup de brouillons et de mauvais sujets... Ce n’est pas l’autorité du Corps législatif que je voulais; c’est son opinion... Si vous tenez à mon estime, à mon amitié, vous ne devez sous aucun prétexte, la lune menaçât-elle tomber sur Milan, rien faire de ce qu’est hors de votre autorité... Vous êtes le premier qui m’ayez fait avoir tort avec trente au quarante polissons, cioè il Corpo legislativo. E il 15 luglio 1805: Si la loi sur l’enregistrement ne passe pas, je la prendrai de ma propre autoritè, et, tant que je serai roi, le Corps législatif ne sera point réuni... Faites leur bien entendre que je puis me passer d’eux, et que je leur apprendrai comment je puis m’en passer puisqu’ils se comportent ainsi envers moi.

Anche dal suo segretario Duroc gli facea rispondere forti rimproveri, svillaneggiando l’opposizione italiana; e conchiudendo: Par exemple, si vous demandez à sa majesté ses ordres et son avis pour changer le plafond de votre chambre, vous devez les attendre: et si, Milan étant en feu, vous lui demandez pour l’éteindre, il faudrait laisser brûler Milan, et attendre ses ordres. 31 luglio 1805.

Eugenio, l’11 luglio 1805, scriveva a Napoleone: Les Italiens sont réellement comme des enfans. On peut les comparer à des gens qui dorment, et qui ne veulent pas se réveiller pour être heureux. E Napoleone rispondeva il 27: Vous avez tort de penser que les Italiens sont comme des enfans: il y a là-dedans de la malveillance. Ne leur laissez pas oublier que je suis le maître de faire ce que je veux. Cela est nécessaire pour toutes les peuples, et surtout pour les Italiens, qui n’obéissent qu’à la voix du maître. Ils ne vous estimeront qu’autant qu’il vous craindront, et ils ne vous craindront qu’autant qu’ils s’apercevront que vous connaissez leur caractère double et faux. D’ailleurs votre système est simple: l’empereur le veut. Tom. i, dei Mém. et correspondance du prince Eugène, publiés par M. Du Casse. Paris 1858.

[82]. E ancora, tutto era guasto dall’adulazione de’ nostri gaudenti, a segno che Napoleone scriveva al vicerè: «Gl’indirizzi che vi fanno gl’Italiani non sono decenti: e’ non pesano le parole come si deve. Il rimedio è di non stamparli mai. Questa sia la vostra regola». Lettera del 4 febbraio 1806 nella Correspondance du prince Eugène.