[89]. Il divinizzare Napoleone fu un luogo comune de’ nostri retori. Pietro Giordani, nel panegirico, dove si vanta di «altamente sentire la dignità del secolo», abbonda d’espressioni simili a queste: — Il mondo è venuto in potestà di tale, non oso dir uomo... Dirò pure salva la riverenza alla tua maestà, o divo Napoleone, quest’unica delle umane cose io veggo esserti impossibile, non essere eccellentemente buono... Invitando gl’Italiani a considerare e adorare la grandezza de’ suoi benefizj... Augusto principe, in cui la nostra nazione adora il più caro benefizio che riconosca dall’imperatore in Italia. Sorgeranno statue al divo Napoleone... avrà in ogni cittade un tempio, in ogni casa un altare... Quale altro che uno Iddio, o virtù somiglievole agli Dii, poteva fare sì stupenda consonanza?... La virtù di questo divino spirito non ci lascia sembrar temeraria qualunque speranza». È vero ch’egli chiamava divino anche il Leopardi, e divina amica la contessa Cicognara, e mio adorato signore un direttore della polizia, galantuomo del resto. Quel panegirico parve non abbastanza lusinghiero, e non gli furono regalati che mille franchi.

Esso Giordani nel 1825 scriveva al Leopardi: — Vanità detestabile celebrar ciò che l’armento umano mai non potrebbe esecrar abbastanza, voglio dire i suoi distruttori. Io non voglio dire che, se non vi fossero poeti lodanti le conquiste, non vi sarebbero conquistatori; poichè vedo che senza poeti vi sono assassini e corsari. Dirò che tutti gli ammazzatori o rubatori si hanno a detestare e maledire da tutti... M’inviteresti ad amare chi m’uccide il padre o il fratello? e mi chiami ad ammirare chi uccide un popolo? Taci, o vilissimo, taciamo tutti, se pur non osiamo gridare quel che si dee. Ci potranno trovare scuse al silenzio: ma dov’è il Nerone, dove il Tigellino che v’abbia cacciati tra ’l morire e l’adulare?» Egregiamente! ma allora da undici anni le conquiste erano finite.

[90]. La lettera di scusa che diresse al vicerè, egli anima sì forte, oggi per certo nessuno la scriverebbe: tant’è lontana l’abjettezza d’allora.

[91]. Sciolti di Timone Cimbro a Cicognara, invettiva contro i mali dell’Italia nel 1802. Leopoldo Cicognara fu destituito da consigliere di Stato. Al tempo della coronazione, Napoleone gli stese la mano, dicendogli: — La nostra pace è fatta»; ma soggiunse parole aspre contro la moglie di lui, coltissima donna, e troppo memore di Venezia sua perchè volesse adularne il distruttore. Essa teneva un circolo frequentatissimo: bastarono quelle parole perchè fosse deserta da tutti, eccettuati Ippolito Pindemonte e Carlo Rosmini, due forze pacate. Il Cicognara ebbe poi alti posti, ma nella sua autobiografia dice essere stato l’unico italiano che «ottenesse a forza la demissione dagli onori, dalle cariche, dagli emolumenti, nel convincimento che nulla poteva farsi in tale stato di cose per la vera e reale felicità dell’Italia».

[92]. Napoleone a Eugenio il 15 settembre 1808: Je n’ai jamais supposé que le chemin de Pordenone à Osopo dût coûter 1,500,000 fr.: si cela est, j’y renonce: que le canal de Palmanova dût coûter 3 millions, on m’avait assuré qu’il coûterait 500,000 fr.; s’il doit coûter 3 millions j’y renonce. Je n’ai jamais pu penser non plus que la digue de Mantoue coûtât un million. Causez avec les officiers du génie sur ces trois objets, et faites-moi connaître leur opinion. Mon intention est que les 300,000 fr. que j’ai accordés cette année, soient employés à la digue de Mantoue. Nella seduta del 25 febbrajo 1813, Montalivet ministro dell interno presentava al corpo legislativo francese la situazione dell’impero, dalla quale caviamo ciò che concerne l’Italia. La strada da Parigi a Torino per la Morienna e il Moncenisio, e quella dalla Spagna all’Italia pel Monginevra, erano aperte con immensi sforzi, e col costo di ventidue milioni e mezzo, e il progetto totale sommava a trenta milioni. La strada da Lione a Genova pel Lantaret dovea costare tre milioni e mezzo, e già n’erano spesi un milione e ottocento mila. La strada da Cesane a Fenestrelle pel colle di Sestriera, compimento della precedente, ottocento mila. Con sei milioni e mezzo erasi stabilita la comunicazione fra Nizza e Ventimiglia, e fra Savona e Genova; con due milioni e seicento mila quella da Savona ad Alessandria per l’Appennino: più di tre milioni per quelle da Porto Maurizio a Ceva, da Genova ad Alessandria pel col dei Giovi, da Genova a Piacenza, dalla Spezia a Parma. Tre milioni e mezzo pel ponte sul Po a Torino; un milione e cento mila pel ponte sulla Dora a Rondissone; cinquecensessanta mila per quel sulla Sesia a Vercelli; trecento mila per quel della Scrivia. Per la navigazione del Tevere, e per abbellimenti a Roma, sei milioni; poi ducento mila lire annue erano assegnate per sanar le Paludi Pontine, ma il nessun esito venne attribuito all’aver lasciato quell’immenso tratto nelle mani di trenta livellarj, anzichè spartirlo in piccoli appezzamenti. Nessun vantaggio pure si trasse dalle spese fatte per introdurre la coltura del cotone e dell’indigo e la fabbrica dello zucchero. Le fortificazioni d’Alessandria costarono venticinque milioni.

[93]. Durante la repubblica s’erano soppresse le cattedre di belle lettere, e di lingue orientali e greca, come anche di storia e numismatica; sicchè Foscolo, Mezzofanti e ventiquattro altri si trovarono sul lastrico.

[94]. Il 16 settembre 1805 scriveva ad Eugenio: Il ne faut pas vous épouventer des cris des Italiens. Ils ne sont jamais contents: mais faites-leur faire cette seule réflexion, Comment faisaient les Autrichiens, comment faisaient ils?.... Arrangez vous de manière à pouvoir toujours être le maître de la couronne de fer, et à l’enlever sans qu’on s’en aperçoive.

E il 14 aprile 1806: Quant à l’établissement de l’hérédité, je n’ai point l’habitude de chercher mon opinion politique dans le conseil des autres, et mes peuples d’Italie me connaissent assez pour ne devoir point oublier que j’en sais plus dans mon petit doigt, qu’ils n’en savent dans toutes leurs têtes réunies. A Paris, où il y a plus de lumières qu’en Italie, lorsqu’on se tait et qu’on rend hommage a l’opinion d’un homme qui a prouvé qu’il voyait plus loins et mieux que les autres, je suis étonné qu’on n’ait pas en Italie la même condescendance.

Il 21 aprile, del qual giorno esistono ben cinque lettere ad Eugenio: Il ne doit pas être question de rembourser à Venise les deux millions de contributions, qui lui ont été imposés. Ne dirait-on pas, à entendre les Vénitiens, qu’ils se sont donnés à moi par pure volonté?... Mon intention n’est pas d’appeler aucun Italien, ni aucun Vénitien aux duchés qui doivent être la récompense exclusive de mes soldats. J’ai traité Venise comme pays conquis, sans doute. L’ai-je obtenu autrement que par la victoire? Il ne faut donc point éloigner trop cette idée; mais le droit de victoire terminé, je la traiterai en bon souverain, s’ils sont bons sujets. Je vous défend de laisser jamais espérer qu’aucun Italien Vénitien puisse être nommé à aucun des duchés.

Il 7 agosto 1806: Je vous envoie un exemplaire du catéchisme qui vient d’être adopté pour toute la France. S’il pouvait sans inconvénient l’être pour le royaume d’Italie, ce serait un grand bien: mais ce sont des matières très-délicates, sur lesquelles il faut être très-circonspect. Consultez le ministre des cultes. Le mieux serait que quelque évêque le publiât dans son diocèse comme catéchisme diocésain: mais il faut mettre à cela beaucoup de prudence et de secret.