Infatti quel catechismo fu tradotto, e nella sez. VII si legge:

D. Quali sono i doveri de’ cristiani verso i principi che li governano, e in particolare i nostri verso Napoleone I imperatore e re?

R. I cristiani devono ai principi, e noi in particolare dobbiamo a Napoleone I, nostro imperatore e re, l’amore, il rispetto, l’obbedienza, la fedeltà, il servizio militare, i tributi per la conservazione dell’impero e del suo trono. Inoltre gli dobbiamo fervide preghiere per la salute sua, e la prosperità spirituale e temporale dello Stato.

D. Perchè siamo tenuti a questi doveri verso il nostro imperatore e re?

R. Primo, perchè Dio, che crea gl’imperi e li distribuisce a volontà, colmando l’imperatore di doni in pace e in guerra, lo stabilì nostro sovrano, lo rese ministro della sua potenza, e sua immagine in terra. Onorare e servire il nostro imperatore e re è dunque onorare e servire Dio stesso. Secondo, perchè Nostro Signore Gesù Cristo colla dottrina e coll’esempio c’insegnò quel che dobbiamo al nostro sovrano: nacque obbedendo all’editto di Cesare Augusto: pagò l’imposta: e come ordinò di render a Dio quel ch’è di Dio, così ordinò di render a Cesare quel ch’è di Cesare.

D. Non vi sono doveri particolari che ci attacchino più fortemente a Napoleone I, nostro imperatore e re?....

D. I doveri che ci legano all’imperatore, ci legheranno anche ai successori suoi legittimi nell’ordine stabilito dalla costituzione dell’impero?

[95]. Nei Saggi di Critica del Foscolo, p. 209, vol. II, è detto che nel regno d’Italia i nobili novelli creati da Buonaparte non sarebbero mai stati ammessi alle feste o ai circoli degli antichi patrizj milanesi. In ciò il Foscolo non vede che assurda e boriosa ostentazione: dappoi parve nobile disdegno della servitù straniera.

[96]. La creazione dei dodici grandi feudi nel regno, e tanto peggio le aggiunte che poi fece di altri ne’ paesi novamente annessi e nel regno di Napoli, è uno degli errori di Napoleone, che, figlio della rivoluzione, retrocedeva sino ai tempi feudali e barbari, quando un capo di invasori spartiva i territorj conquistati fra i suoi generali, e gl’investiva colla spada, e creava ai confini del regno le grandi marche, come un tempo era stata la Marca trevisana. Per indietreggiare fin a questa distinzione di terre e ai possessi feudali, Napoleone non dava la minima ragione, salvo la conquista; e ciò ch’è deplorabile ancora più che gli abusi della forza, non trovo che il minimo lamento ne movessero gli Italiani. Eppure il loro amor proprio doveva sentirsi oltraggiato da questa istituzione, tutta a favor dell’impero, di questo vassallaggio del patrio suolo alla conquista forestiera; ma v’è tempi ove quei che potrebbero e dovrebbero alzar la voce contro gli abusi, o almeno protestare col silenzio, s’affrettano ad applaudirli, purchè possano profittarne.

[97]. Jacopo Morelli, celebre bibliotecario della Marciana, patì immensamente delle sottrazioni fatte a questa biblioteca ch’egli guardava come propria cosa. Pranzando un giorno col vicerè, venne richiesto se, fra tante ricchezze, egli saprebbe indicare i dodici volumi che soli volesse salvare perdendo gli altri. Impaurito che si abusasse della sua decisione disse: — In questo momento di piacere m’è impossibile affaticar la mente su domanda così scabrosa». E il vicerè: — Bene, bene; non si devono mai svelare tutte le attrattive della propria amante». Il Morelli fu soprattutto cercatore d’opuscoli, ne lasciò ventimila a quella biblioteca, e volea scriver un trattato Dell’utilità che si può trarre dagli opuscoli.