Le negoziazioni che saranno già intraprese, sono dirette da concittadini che, circondati dalla pubblica confidenza, hanno e lumi e zelo pari all’eminente oggetto della loro delegazione. Il loro unanime interesse è identico col vostro, che è pur quello della reggenza.
Mentre le alte Potenze stanno compiendo la grande opera, rimanetevi dunque in quel dignitoso contegno di calma che si conviene ad un popolo, il quale attende i suoi destini da nazioni che l’Europa tutta venera ed ammira come suoi liberatori. Milano, 4 maggio 1814.
Verri presidente, ecc. ecc.
[142]. Erano Marcantonio Fe, Federico Confalonieri, Alberto Litta, Giangiacomo Trivulzio, Giacomo Ciani, Somaglia, Sommi, Ballabio: segretario Giacomo Beccaria. Le loro domande portavano: I. Indipendenza assoluta del paese, il quale abbia la maggior estensione possibile; II. Costituzione liberale, fondata sulla divisione del potere esecutivo, legislativo, giudiziario, e sull’intiera indipendenza di quest’ultimo; una rappresentanza nazionale faccia le leggi, regoli le imposte; sieno assicurate la libertà individuale, la libertà di commercio, la libertà della stampa; i pubblici impiegati sieno sottoposti a sindacato; III. Tale Costituzione sia fatta dai collegi elettorali, eretti in assemblea costituente; IV. Si preferisca un Governo monarchico ereditario. Quanto alle maggiori guarentigie, non si era creduto «conveniente di legar le mani alle Potenze alleate».
[143]. Vedi l’allocuzione 21 marzo 1813.
[144]. Al congresso di Vienna erano rappresentanti del pontefice il cardinale Consalvi; del re di Sardegna il marchese di Sanmarzano e il conte Rossi; di Gioachino il duca di Campochiaro e il principe di Cariati; di Ferdinando di Sicilia il conte Ruffo, il duca Serra Capriola, il cavaliere Medici; della Toscana Neri Corsini; di Modena il principe Albani; di Luigia di Parma lo spagnuolo Labrador; di Genova il marchese Brignole Sale; del principe di Piombino il giureconsulto Verra; di Lucca il conte Mansi.
[145]. Furono il generale Teodoro Lechi, il tenente colonnello Gasparinetti, l’ispettor generale Demester, Ragani caposquadra, Lattuada, Brunetti, Cavedoni, Pagani, Gerosa, Caprotti, Marchal, Varesi, tutti uffiziali; i professori Rasori, Gioja ed altri. Dopo tre anni di processi furono condannati a morte, commutata in carcere temporario.
[146]. Carolina coi figli abitò Trieste, poi morì a Firenze il 1839. Luciano che era accorso da Roma ad offrire i proprj servigi al reduce fratello, al cadere di questo tornò a Roma, e nel suo principato di Canino scoprì le necropoli e i vasi che innovarono la storia delle belle arti etrusche, e raccolse un insigne museo, che poi vendette al britannico: morì nel 1840, e suo figlio Carlo meritò nome fra i naturalisti, poi fra i rivoluzionarj (-1857), e Luigi fra i chimici. Re Giuseppe, dopo i disastri di Waterloo ricoverò a Nuova York, poi a Firenze col nome di conte di Survilliers, e vi morì nel 1844. Ivi pure morì re Luigi il 25 luglio 1846; e suo figlio Luigi, dopo vicende da romanzo, rinnovò l’impero francese. Girolamo, già re di Westfalia, morì capo dell’Ospizio degli Invalidi a Parigi; suo figlio rimane famoso col nome di principe Napoleone. Madama Letizia, madre di cinque regnanti, visse in Roma fino al 2 febbrajo 1836. Felice Baciocchi, principe di Lucca, morì a Bologna il 1841. Beauharnais ebbe rendita di sei milioni, e dal re di Baviera il principato di Eichstädt, ove fece moltissimi miglioramenti: visse fin al 1824, e di Amalia sua moglie restò cara ricordanza fra gli Italiani, che sempre ben accolse anche a Monaco. Una loro figlia sposò il principe reale di Svezia, e si assise su quel trono (-1876); l’altra il duca di Braganza; un figlio sposò la regina di Portogallo; l’altro la primogenita dell’imperatore Nicolò di Russia.
[147]. Gli alleati aveano imposto a Ferdinando di dare al principe Eugenio un distretto di cinquantamila abitanti! che fu cambiato in cinque milioni di lire. Anche a carico del papa si mantenne il ricco appanaggio d’Eugenio nelle Marche, mascherandolo col titolo d’enfiteusi, redimibile per 3,170,000 scudi. Ferdinando regalò splendidamente i cooperatori della sua restaurazione: al generale Bianchi il titolo di duca di Casa Lanza con novemila ducati annui; a Metternich il titolo di duca di Portella con sessantamila; altrettanti a Talleyrand col ducato di Dino; seimila ducati annui al cavaliere Medici; altrettanti al plenipotenziario Alvaro Ruffo; duemila all’altro plenipotenziario Serra Capriola; le quali rendite furono capitalizzate con 1,010,722 ducati. Vedi il rapporto del ministero delle finanze al Parlamento in ottobre e dicembre 1820.
[148]. Secondo un articolo addizionale e separato del 20 maggio 1815, nel caso che il ducato di Parma ricada all’Austria, la città e fortezza di Piacenza con un circondario determinato spetta al re di Sardegna. Il 28 novembre 1844 a Firenze fra i duchi di Lucca e Modena, il granduca di Toscana, il re di Sardegna e l’imperatore d’Austria fu conchiuso cambio di varie porzioni di Stati, per meglio arrotondarsi quando avvenisse il passaggio del ducato di Lucca alla Toscana, e di Parma e Piacenza all’infante di Spagna. La Toscana conserverà i vicariati di Barga e Pietrasanta, e al futuro duca di Parma cederà Pontremoli, Bagnone e le terre annesse di Lunigiana. Il duca di Parma cederà a quello di Modena il ducato di Guastalla e la lingua di terra parmigiana sulla destra dell’Enza. L’imperatore riconosce la cessione del ducato di Guastalla; e il diritto di riversibilità che gli competea su quello, e sul territorio oltr’Enza, lo trasferisce sul distretto di Pontremoli e sulla restante Lunigiana, ceduti al duca di Parma. Se mai il ducato di Parma ricada all’Austria, l’imperatore cederà al re di Sardegna la suddetta porzione di Lunigiana e i distretti ora estensi di Treschietto, Villafranca, Castevoli, Mulazzo; e ciò invece della convenuta città e fortezza di Piacenza.