[149]. I Genovesi mostrarono i danni che verrebbero «dall’aggregamento di genti così tra loro avverse e discordanti, come furono sempre la ligure e le subalpine» (Lettere di Pareto a lord Castlereagh, 11 maggio 1814); e invocavano piuttosto «un sovrano, parente delle auguste famiglie che governano l’Europa, purchè indipendente, troppo recenti ed altamente fitti negli animi essendo i mali che tiene congiunti la dominazione straniera» (Nota del Serra al congresso di Vienna). La discussione fattasi allora al Parlamento inglese, dove l’opposizione stava pei diritti, il Governo pei fatti e per le convenienze, e delle più importanti sulla politica e sul gius delle genti. Può vedersene un estratto in Sclopis, Delle relazioni politiche tra la dinastia di Savoja e il Governo britannico, Torino 1853, che reca pure una Memoria del conte d’Agliè a Castlereagh per mostrargli quanto importi render forte il Piemonte unendovi tutta l’alta Italia. Su questi fatti son a vedere Correspondence, despatches and other papers of Viscount Castlereagh, Londra 1853.

Il cardinale Pacca, in un opuscolo sui Grandi meriti verso la Chiesa cattolica del clero di Colonia, Modena 1840, moveva lamento che nel congresso di Vienna «non si restituì a varie repubbliche cattoliche quella libertà e indipendenza che avevano perduta per la sfrenata ambizione di Napoleone, mentre la si restituì alla repubblica di Ginevra, irreconciliabile al nome cattolico, e le si volle anche accrescere il territorio, staccando alcune terre e paesi dal paterno Governo de’ principi di Savoja, per sottometterli a Ginevra che si gloriava di esser chiamata la Roma protestante».

[150]. La Farina, nel Proemio, pag. 79, dice che «fuvvi chi propose una confederazione italiana a somiglianza dell’alemanna; ma l’Austria che ben sentiva ogni confederazione italiana non poter essere che a sè nemica, si oppose, ecc.». Il Farini tutto all’opposto (Storia d’Italia, lib. VII) insiste sulla smania dell’Austria a volere una lega italica, e sul pericolo che ne sarebbe venuto alla libertà; e ingloria i re sardi d’esservisi opposti, e così salvato l’Italia.

[151]. Adunanza del 20 marzo 1815. Al conte di Brusasco, ambasciadore di Vittorio Emanuele, che si lagnava de’ mali fatti all’Italia dal congresso di Vienna, Capodistria diceva: — Verissimo, ma le circostanze non permetteano di meglio. Era necessario dar la pace all’Europa, darla subito; il riposo era il primo bisogno; e l’esperienza passata e presente mi fanno tenere di sommo momento la forza delle circostanze, che tutto trascina. Quali sono le cause che condussero Buonaparte alla perdizione? non certamente i disegni politici de’ suoi nemici. La medesima forza delle circostanze ha generato il sistema europeo che esiste oggi: non il genio nè la volontà dell’uomo. Il riposo era il bisogno universale, e non potea conseguirsi che per mezzo dell’unione. Se mi domandate quanto durerà l’odierno sistema europeo, vi risponderò, durerà finchè la forza delle circostanze lo rende necessario. Ma sin d’ora si può affermare, che allorquando il riposo non sarà o non parrà il primo de’ bisogni, quando saranno distrutte tutte le parti che erano legate a quel colosso che si rovesciò da sè, e quando nuove leghe, nuove relazioni, opinioni nuove, nuovi interessi avranno dato un indirizzo differente agli spiriti umani, allora il sistema presente cadrà, ogni cosa prenderà un assetto stabile e durevole, perchè sarà secondo natura e secondo giustizia. Intanto a me son noti come all’imperatore i portamenti dell’Austria in Italia: ma non ci pare devano dispiacervi troppo, perchè, se occasioni imprevedibili portassero la guerra in Italia, esse potrebbero riuscirvi di grande vantaggio; e l’idea dell’indipendenza italiana, accortamente svegliata, potrebbe procacciarvi molti partigiani, e fare gran male all’Austria».

[152]. I commissarj pontifizj lasciarono a Parigi moltissime pergamene di monasteri antichi; alcuni quadri e sculture, regalati in riconoscenza, o ceduti per istanze, fra cui il colosso del Tevere, la Pallade di Velletri, la Melpomene. I deputati dell’Università di Eidelberga reclamarono i codici palatini, che Gregorio XV avea comprati nel 1622 da Massimiliano di Baviera; e le furono resi in fatto trentanove codici greci e latini già trasportati a Parigi, e ottocenquarantasette tedeschi ancora esistenti a Roma, col famoso Gladiatore, il vaso, l’educazione di Bacco. Il museo Borghese restò a Parigi, come formalmente comprato, e benchè una parte ne reclamasse il re di Piemonte, perchè era stato pagato co’ suoi beni. Gl’Inglesi diedero duecentomila lire pel trasporto dei capi d’arte. Il Martirio di santo Stefano di Giulio Romano, che la città di Genova avea regalato alla Francia nel 1807, ed era stato restaurato da Girodet, fu chiesto dal re di Piemonte e messo a Torino.

[153]. Anche il famigerato principe di Canosa rimproverava ai principi, per idee diverse, questo accentramento, quest’abolizione dell’individuo; e nella Esperienza ai re della terra scriveva: — Principi miei, che cosa fate? Il mondo va tutto in precipizio, il fuoco arde sotto i vostri troni, la cancrena corrompe la società; e voi vi battete le mani sull’anca, applicate qualche cerottello inconcludente su piaghe sterminate, e non adottate provvedimenti vigorosi e validi?... Voi per zelo male inteso della sovranità avete levato ai Comuni tutti i loro privilegi, tutti i loro diritti, tutte le loro franchigie e libertà, e avete concentrato nel potere ogni moto e ogni spirito di vita. Con questo avete reso gli uomini stranieri nella propria terra, abitatori e non più cittadini delle loro città; e dall’abolizione dello spirito patrio è sorto lo spirito nazionale. Distrutti gl’interessi privati di tutti i municipj, avete formato di tutte le volontà una massa sola; ed ora vi trovate insufficienti a reprimere il moto di quella mole terribile e smisurata. Divide et impera. Voi vi siete dimenticati di questa massima scolpita nel fondamento dei troni: avete preteso reggere il mondo con una redine sola, e questa vi si è spezzata nelle mani. Divide et impera. Dividete popolo da popolo, provincia da provincia, città da città, lasciando ad ognuna i suoi interessi, i suoi statuti, i privilegi suoi, i suoi dritti e le sue franchigie. Fate che i cittadini si persuadano d’essere qualche cosa in casa loro; permettete che il popolo si diverta coi trastulli innocenti de’ maneggi, delle ambizioni e delle gare municipali; fate risorgere lo spirito patrio colla emancipazione dei Comuni; e il fantasma dello spirito nazionale non sarà più il demonio imbriacatore di tutte le menti...»

[154]. Eppure Napoleone nel 1814 a re Giuseppe scriveva: J’ai toujours reconnu que la police fait un mal affreux: elle alarme sans éclairer.

[155]. Quando la Rivoluzione credeva togliere tanti poteri al re, Mirabeau, nella sua corrispondenza secreta, mostrava a Luigi XVI che anzi li consolidava: — È dunque nulla il non esservi più nè Parlamento, nè paesi di stato, nè corpo di clero, di privilegiati, di nobili?... Molti regni di Governo assoluto non avrebbero fatto altrettanto quanto questo sol anno per l’autorità reale».

[156]. Il suddetto Canosa esclamava: — Un’altra causa principale dello sconquassamento del mondo è la troppa diffusione delle lettere, e quel pizzicare di letteratura che è entrato anche nelle ossa de’ pescivendoli e degli stallieri. Al mondo ci vogliono i dottori e i letterati, ma ci vogliono anche i calzolari, i sartori, i fabbri, gli agricoltori e gli artieri di tutte le sorti; ci vuole una gran massa di gente buona e tranquilla, la quale si contenti di vivere sulla fede altrui, e lasci che il mondo sia guidato coi lumi degli altri, senza pretendere di guidarlo coi lumi proprj. Per tutta questa gente la letteratura è dannosa, perchè solletica quegl’intelletti che la natura ha destinati ad esercitarsi dentro una sfera ristretta, promove dubbj che la mediocrità delle sue cognizioni non è poi sufficiente a risolvere, accostuma ai diletti dello spirito, i quali rendono insopportabile il lavoro monotono e nojoso del corpo, risveglia desiderj sproporzionati alla umiltà della condizione, e con rendere il popolo scontento della sua sorte, lo dispone a tentativi di conseguire una sorte diversa. Perciò, invece di favorire smisuratamente l’istruzione e la civiltà, dovete con prudenza imporle qualche confine, e considerare che, se si trovasse un maestro, il quale con una sola lezione potesse rendere tutti gli uomini dotti come Aristotele, e civili come il maggiordomo del re di Francia, questo maestro bisognerebbe ammazzarlo subito per non vedere distrutta la società. Lasciate i libri e gli studj alle classi distinte, e a qualche ingegno straordinario, che si fa strada a traverso l’oscurità del suo grado; ma procurate che il calzolaro si contenti della lesina, e il rustico del badile, senza andarsi a guastar il cuore e la mente alla scuola dell’alfabeto».

[157]. Fra gli illustri ospiti è a contare la duchessa di Devonshire figlia del conte Spenser, che più volte avea scorsa l’Italia e il resto d’Europa col proposito di riconciliar le due Chiese. Qui fece stampare la quinta Satira di Orazio con grandissimo lusso di caratteri e d’incisioni, e in molte edizioni sempre di pochissimi esemplari per migliorare or il sesto or la traduzione; l’ultima, eseguita nel 1818 dal successore di Bodoni, riuscì un capolavoro con incisioni di Ripenhausen e Caracciolo, riproducendo i luoghi e valendosi delle antichità pompejane. Fece anche stampare l’Eneide del Caro (Roma, De Romanis, 1819) in censessantaquattro esemplari mandati a soli principi, con ventidue incisioni nel primo volume e trentotto nel secondo, oltre i ritratti della duchessa, di Virgilio, del Caro; ed è peccato non abbia potuto far altrettanto della Divina Commedia, come divisava. Grande amica della Stael e della Récamier, accogliendo attorno a sè la più splendida società, potè anche far servigi a Roma, sia col chiedere al Governo inglese i gessi dei marmi d’Elgin, sia qualche mitigazione pe’ Cattolici d’Irlanda.