[168]. Saccheggiandosi il palazzo di Palermo dov’è la specola, l’astronomo Nicolò Cacciatore si oppose alla ciurma che voleva manomettere l’osservatorio; onde «fu trascinato per la città quasi ignudo, rinchiuso in fondo d’oscura e fredda prigione in compagnia d’una ventina d’uomini della massima depravazione. Per miracolo ne uscì il giorno seguente». Autobiografia.
[169]. Queste in Sicilia diedero un terzo di nobili, un quarto di preti: a Napoli invece il Parlamento riuscì di sei nobili, diciannove preti, tredici possidenti, dodici magistrati, altrettanti legisti, otto militari, sei medici; quattro impiegati attivi e due in ritiro, due negozianti e un cardinale.
[170]. Molti furono i perseguitati dalla setta: Giampietro, direttore della Polizia, fu tratto di mezzo a nove figliuoli e trucidato; lo che spaventò moltissimi che s’ascosero, mentre correvano liste di proscrizione.
[171]. A’ Court, inviato d’Inghilterra, non avea parole bastanti per disapprovarli: — Neppur un’ombra di biasimo s’avventurarono a gittare sul Governo esistente; non altro promisero al popolo che la riduzione del prezzo del sale. Mai non erasi avuto Governo più paterno e liberale: maggiore severità e meno confidenza sarebbero riusciti ad altro... Spirito di setta, e l’inudita diserzione di un esercito ben pagato, ben vestito e di nulla mancante, causarono la ruina d’un Governo veramente popolare. Temo non si riesca a scene di carnificina e confusione universale. La costituzione è la parola d’ordine, ma in fatto è il trionfo del giacobinismo, la guerra dei poveri contro la proprietà».
[172]. Nota del ministero degli affari esterni delle Due Sicilie alle Corti d’Europa, 1º dicembre 1820.
[173]. Vedi le sue Memorie scritte dal Galvani.
[174]. Metternich scriveva al duca di Modena, invitandolo al Congresso, e divisandogli il fatto e da farsi. «Ogni rivoluzione passa per periodi distinti. Il carattere della rivolta è stampato chiaramente ne’ suoi primi eccessi, ma presto si cancella, e agli occhi vulgari prende l’aspetto di riforma. La debolezza dei principi e de’ Governi, le paure degli onest’uomini, i clamori dei faziosi, l’ipocrisia e furberia loro, tutto insomma vi contribuisce. Coloro che vogliono combattere il flagello bisogna che badino bene di non ingannarsi sulla differenza di tali periodi, e accomodare a ciascuno mezzi differenti, se non vogliono fallire. Se avessimo avuto ventimila uomini disponibili sul Po, si correva su Napoli: avremmo spenta la rivoluzione, e il mondo avrebbe applaudito, come fa sempre ad ogni buon successo. Non avendoli, dovemmo attendere a combattere la rivoluzione nel suo secondo periodo. Il re avea giurato la costituzione, un Parlamento dovea servire di guida all’opinione che si diceva nazionale (Notino la parola i rivoluzionarj del 1859): i liberali e radicali di tutta Europa non poteano a meno d’unirsi in fascio per cantare in verso e in prosa gl’ineffabili benefizj delle restaurate libertà napoletane.... Gl’indugj non ci spaventarono; anzi. Il Governo rivoluzionario di Napoli ebbe a combattere un male che non perdona, la penuria di denaro. Chi quattro mesi fa avesse creduto che le operazioni dell’esercito austriaco opprimessero la libertà nascente, col ricco corteo de’ benefici frutti, avrà avuto il tempo di persuadersi che questa così detta libertà è morta in brevissimo per l’opere sue proprie. Le stesse cose cattive, contrarie alle nostre intenzioni, che succedeano a Napoli, si volgeranno a pro della giustizia e della ragione. Il liberalismo vi è stato fulminato dal radicalismo: i Carbonari e il Parlamento rovinarono i Muratiani; i mezzi termini furono ridotti al giusto loro valore da una fazione che, per ora, è forte perchè vuole o tutto o niente. Fondandoci dunque sull’essere il napoletano un affare europeo, e dovere comune la repressione della rivolta, abbiamo terminato il primo atto di questo grave dramma».
[175]. Memorandum di don Neri Corsini, 20 gennajo 1821.
[176]. Capodistria, ambasciadore di Russia, avendo domandato a Metternich se l’Austria approverebbe un sistema che si avvicinasse al rappresentativo, quegli aveva risposto che si farebbe piuttosto la guerra. Capodistria soggiunse: — Ma se lo stesso re stabilisse un tale sistema?» E Metternich: — L’imperatore farebbe guerra al re di Napoli». Lo racconta Sanmarzano ambasciadore del Piemonte in dispaccio alla sua Corte.
[177]. In lettera del 5 gennajo 1821 egli diceva: — Dopo tutte le dichiarazioni e ritrattazioni del re di Napoli, se io fossi al posto di Metternich non vorrei mescolare la mia causa col tessuto di duplicità e menzogne ond’è composta la vita di S. M.».