Cessò allora d’essere l’idolo della plebe, mentre il Direttorio disapprovava quel darsi aria di liberatore e legislatore; ed a regolare la parte economica vi spedì quel Faypoult, che aveva espilato Roma, e che quivi pure cominciò confische. Il generale, cui l’avere conquistato il paese pareva ragione di farvi ogni suo talento, ingiunse soldatescamente a’ commissarj d’andarsene; ma quest’atto gli meritò d’essere destituito e arrestato, surrogandogli l’emulo Macdonald, mentre Faypoult dichiarava beni della Francia quei della Corona, degli ordini cavallereschi, de’ monasteri, e le anticaglie. Se una repubblica credeasi in diritto di togliere questi al re ed alle corporazioni, non avrebbe dovuto restituirli alla nazione? ma il diritto suol guardarsi sempre da un lato solo, e alla Francia allora occorreva denaro, denaro; e l’Italia n’aveva ancora.
E senz’altro titolo che di trarne due milioni per l’esercito, i Francesi invadeano la repubblica di Lucca con Serrurier, poi con Miollis: dalla cui presenza inanimati, i democratici domandarono l’abolizione della nobiltà e delle leggi del 1556 e del 1628; e all’antico venne surrogato uno statuto popolare, che fu il francese; intanto moltiplicandosi le tolte fin a tre milioni di scudi, cui tennero compagnia la consueta ruba dell’erario, delle armerie, e il dovere mantenere i soldati.
Si domandò ragione alla Toscana d’aver accolto Pio VI, e non escluse le navi napoletane dal porto di Livorno; e in conseguenza, e col pretesto di salvarla da altrui invasioni, fu occupata (25 marzo). Il granduca parte per Vienna, i ministri per Sicilia; Gautier e Miollis scacciano i migrati francesi, reprimono le opposizioni di Firenze e Pistoja, poi derubano i beni del duca, gli argenti, sessantatre de’ più bei quadri, fra cui otto di Rafaele, il Virgilio della Laurenziana: ventidue tavole in pietra dura, e cammei e medaglie voleansi mandare via, se risolutamente non si fosse opposto il Puccini, presidente alle gallerie.
Il Piemonte non avea veduto salvezza che nell’attaccarsi al carro trionfale di Francia, e il Direttorio avea fatto rispondere al nuovo re, «La nazione francese non dimenticherebbe mai ciò che da principio avea fatto per la Francia». Erano ministri Prospero Balbo e Damiano Priocca, valente giureconsulto e sperto diplomatico; e per quanto repugnanti, dirigevano le attenzioni, gli uffizj, la corruzione ad amicarsi il Direttorio. Neppure nella depressione dimenticando le lunghe speranze, gli mostravano come a Francia importasse l’aversi a’ fianchi uno Stato amico e robusto, e tale renderebbero il Piemonte coll’aggiungervi Genova e quella Lombardia, tutte le cui forze non valeano quanto un battaglione piemontese; diecimila Piemontesi dispenserebbero la Repubblica dall’occupare i suoi prodi a custodire quel lato. In fatti Buonaparte avea conchiuso alleanza in questo senso: ma il Direttorio or si faceva scrupoloso su tale mercato di popoli, or ricusava garantire al re gli Stati, essendo i popoli in diritto di scegliersi un governo al modo di Francia; quanto ai diecimila uomini, bastava si aprissero i ruoli nella Cisalpina, e ne accorrerebbero altrettanti e più a combattere per la libertà; a ogni modo si desser parole al re fino alla pace. Intanto però si lasciava che il suo territorio fosse sommosso dai novatori e dai profughi, i quali è vero non riuscivano che a moltiplicar le vittime[42]. Giovani improvvidamente animosi furono passati per le armi, e contaminarono col sangue la storia di quel re; fra i quali Carlo Tenivelli, mediocre storico, che a Moncalieri avea predicato idee democratiche, e vivrà in una pagina caldissima di Carlo Botta suo scolaro. Crescevano lo scontento le tante gravezze necessarie per soddisfare a Francia: ma per quanto Carlo Emanuele IV odiasse questa, e le potenze confederate lo stimolassero ad avversarla, egli reggeasi fido ai trattati.
Facea da ambasciatore a Torino il Ginguené, repubblicano caldo e sincero, accademicamente dissertatore, che in prima fu nelle carceri del Terrore, poi messo nella commissione d’istruzione pubblica, approvò il regicidio, ed è memorevole per una Storia letteraria d’Italia, più lodata qui che nel suo paese. Egli si tolse l’indegno incarico di perdere i reali di Piemonte, cercando esacerbarli con piccole persecuzioni, e sollecitare i popoli a sollevazioni che ne giustificassero la cacciata. Volle ricevuta a Corte sua moglie, e ve la mandò in abito peggio che plateale (en pet en l’air); il maestro delle cerimonie la respinge; ma perchè il marito domanda i passaporti, è ricevuta, ed egli spedisce un corriere per annunziare al Direttorio questo trionfo sovra i pregiudizi e Talleyrand ne pubblica nel Monitore un ridicolo ragguaglio[43].
Ma la scintilla era gettata, e le sommosse in paese non tardarono; Genova le seconda sul mare e a Carrosio; la Cisalpina sul lago Maggiore e a Pallanza: ma i regj combattendo presso Ornavasso, prevalgono (1798); moltissimi insorgenti sono uccisi in Domodossola e a Casale per legge di guerra. Il Priocca si lagna di queste subornazioni, asserisce il diritto di difendersi: ma Francia assume il tono di oltraggiata; Ginguené parlando retoricamente di stiletti, di fonti avvelenate, d’oro inglese, di migrati, di barbetti, d’un tramato vespro siciliano, intima al re che cessi i supplizj dei patrioti e le spedizioni contro gl’insorgenti di Liguria. Intanto il Direttorio domanda sempre nuove concessioni, onde avvilire il re prima di prostrarlo; ora vuole che estradica i fuorusciti, or che tolga di grado alcuni suoi sudditi, or arresti quello, or perdoni a questo; che più? dovette dar la chiave del proprio regno, cioè lasciar occupare la cittadella di Torino, a patto venissero acquetati i patrioti sul lembo della Cisalpina.
Così egli trovossi sotto al cannone francese; obbligato allora a disarmarsi, vide ripigliar baldanza i patrioti e tentare Alessandria; e sebbene respinti colla morte di seicento côlti in un’imboscata, pure crescono dappertutto, e raddoppiano gl’insulti al re; con buffe mascherate, provocano la Corte e il popolo, mentre il Direttorio pretende che il re congedi, anzi consegni il Priocca, il suo miglior ministro, e un de’ pochissimi che tenessero la testa alta in quel tempo di depressione, mandando fuori una notificanza, ove protestava della lealtà del re e snudava la perfidia degli oppressori.
Ma quando arrivò notizia della nuova lega tessuta contro Francia, il Direttorio temette che Carlo Emanuele cogliesse il destro per vendicarsi; Joubert che comandava la cittadella, butta fuori le solite accuse generiche, chiama dalla Cisalpina (1798 xbre) uno stuolo che per cautela occupa le fortezze e fa prigionieri i presidj. Carlo Emanuele, che aveva esortato i cittadini a tenersi quieti, e avea perduto il suo miglior sostegno, cessa dall’esercitar il potere, e non togliendo nè le gioje nè settecentomila lire che aveva in tasca, per risparmiare al paese i guaj d’una resistenza inutile, se ne va. Passò per Firenze, dove a Vittorio Alfieri, che come gentiluomo era andato a riverirlo, disse: — Vedete cos’è un tiranno», e pianse. Arrivato in Sardegna (1789 5 marzo), protesta contro la violenza usatagli, poi si dà a vita di quiete e di pietà: nessun libro nuovo più volle leggere, salvo le poesie vernacole del Calvi, ammirandone la naturalezza, e diceva: — Così non si scrive se non nella lingua della balia; se avessi continuato, anch’io avrei scritto a questo modo». Mortigli poi i fratelli duchi di Monferrato e di Moriana, morto l’unico maschio del duca d’Aosta, successore designato, morta la moglie Clotilde sorella di Luigi XVI, per le austerità sue dichiarata venerabile, il re soccombente a tante sventure, rinunziò la corona al fratello Vittorio Emanuele, e si ritirò a Roma.
In Torino, dove si trovarono mille ottocento cannoni, centomila fucili, provvigioni abbondanti e denaro, s’istituì governo a popolo, o più veramente militare sotto Eymar. Costui vedendo scontenti i soldati dal trovarsi sottomessi a coloro che fin là aveano osteggiato, il popolo dalla riduzione delle cedole, i preti dall’incameramento dei beni, i ricchi dalle implacabili imposizioni, vuol prevenire una sommossa col rapire i capi di famiglie nobili, e mandarli ostaggi a Grenoble. Subito si usurpano le preziosità della Corona, dal re illibatamente lasciate; depredansi i musei per arricchire il parigino; i titoli di nobiltà sono arsi in piazza Castello. Erogati in tre mesi da trentaquattro milioni per mantenere l’esercito, ridotto a un terzo il valore della carta moneta, stremate le finanze, più non vedendo altro spediente, si propose la fusione colla Francia.
Aperti ne’ Comuni i registri per votare su ciò, colla solita maggioranza il plebiscito domandò che il Piemonte facesse parte della Francia. Carlo Bossi, fautore delle nuove idee, e che aveva celebrato con un’ode le innovazioni di Giuseppe II onde fu mandato a viaggiare, rimpatriato verseggiò sugli eventi de’ tempi; poi al minacciar della guerra fu spedito al re di Prussia; a Pietroburgo, infine a Buonaparte. Dal quale avendo udito esser proposito della Francia tenersi il Piemonte e ingrandire la Cisalpina, pensò meglio smettere i pensieri d’italianità che con Carlo Botta avea coltivati; ed essi due fecero lo spoglio de’ quattromila processi verbali che conteneano meglio d’un milione di firme, e portò la domanda della fusione al Direttorio, che si degnò esaudirla[44]. Non pochi avversavano alla perdita dell’indipendenza; in Acqui vi si oppose una risoluta sollevazione, ma fu repressa; e venne istituito in Piemonte il Governo francese.