CAPITOLO CLXXVIII. Riazione. I Tredici mesi. Italia riconquistata. Pace di Luneville.

Ma sopra la Repubblica francese e le sue create si addensava il nembo, tutti i nemici allestendosi a tarpare la sparnazzante democrazia. Paolo di Russia, deliberato a ristabilire i dinasti spossessati, mandava all’Austria sessantamila uomini; esercito terribile, di tutta la forza che dà la barbarie a servizio dell’intelligenza. Lo comandava Suwaroff vincitore dei Turchi, a cui una fanatica intrepidezza teneva luogo di genio, e d’arte l’unico intento d’andar sempre avanti. Ma il Consiglio aulico di Vienna, che poteva movere ducenventicinquemila soldati, aveva divisato la guerra all’antica, e mirando più di tutto all’Italia.

In Francia, le finanze esauste, scarsa la subordinazione, malversata l’amministrazione; dei paesi protetti, cioè servi, non profittavano che gli espilatori; il suo più bello esercito e i migliori generali campeggiavano in Egitto, nè meglio di cencinquantamila soldati effettivi le rimaneano; di Moreau temevasi l’esuberanza repubblicana; Joubert e Bernadotte ricusavano il comando supremo per le restrizioni che vi si voleano mettere: sicchè attribuendo l’esercito di Napoli a Macdonald, quello dell’Alpi fu commesso a Scherer ministro della guerra, segnalatosi nel Belgio e nelle prime campagne d’Italia, ma vecchio e ignaro della moderna tattica di concentrare le forze in un punto solo, e poco amato perchè reprimeva la rapacità militare. È prezzo dell’opera conoscere le istruzioni dategli dal Direttorio: — La missione affidatavi dalla patria tende a rendere la repubblica francese arbitra delle nazioni dell’universo. Nella caduta di Cartagine Roma previde la conquista dell’Oriente; nella totale sommessione dell’Italia sono compresi i nuovi trionfi riserbati all’eroismo della gran nazione dall’insormontabile forza delle cose... Fin qua il Direttorio esecutivo stimò bene celare il magnifico proposito, e allucinar le teste italiane col fantasma della sovranità e indipendenza nazionale: questo lenocinio, secondato dagli avidi e ambiziosi di colà, riuscì a capello de’ nostri interessi: sedici milioni di uomini furono sottomessi da un numero di combattenti, che potrebbero dirsi corpi volanti anzichè esercito... L’oro e l’argento di che Italia ringorgava, fu versato nelle nostre casse militari: ma bisognò prodigarlo a corrompere gli amministratori dei diversi Stati, salariare i faziosi, gli allarmisti, gli spioni che servivano la nostra causa, e fra gli stranieri gli entusiastici apostoli dei nostri principj... Troviamo inutile rammentarvi che la repubblica francese essendo una, tutte le repubbliche italiane, partorite e tollerate solo per le imperiose contingenze, devono sparire. L’esistenza politica dei vinti non consista che in una pacifica servitù; non altre leggi conoscano che quelle date dal conquistatore... Abolite all’istante i nomi di guardie civiche, di legioni nazionali; soffogate nei cuori italiani ogni favilla d’ardor nazionale».

Massena, comandante all’esercito di Svizzera, invase (1799 marzo) prosperamente il paese de’ Grigioni che aveano chiamato gli Austriaci; ma verso Italia il valoroso austriaco Kray sventò i divisamenti di Scherer, ed eccitando i popoli alla rivolta, lo sconfisse a Magnano e a Verona (5 aprile); Santa Lucia, Bussolengo, i laghi d’Idro e d’Iseo videro combattimenti gagliardi, mentre gl’Italiani stavano guardando a chi toccherebbero.

Il selvaggio Suwaroff sopraggiungendo, e dato lo scambio agli uffiziali austriaci trattandoli da donnicciuole, zerbini, infingardi, aduna tutte le sue forze sull’Adda, e dopo sanguinosi fatti a Lecco, a Verderio, a Cassano, la passa d’ogni parte (25 aprile); lascia saccheggiare la Lombardia da Cosacchi, appena uomini d’aspetto, sicchè vi rimasero popolarmente terribili i nomi di Bagration, Korsakoff, Wukassovich[45]. Moreau, tardi mandato a scambiare Scherer, potè a fatica coprire Milano sinchè fuggissero i patrioti: e testimonio dell’esultanza dei popoli che si consideravano come liberati, e che in più luoghi lo molestarono, voltò verso Genova, donde potrebbe e tener aperto il passo verso Francia, e unirsi a Macdonald che, per ordine del Direttorio, veniva da Napoli. Melas, alla testa di cinquantamila Austriaci (28 aprile), e d’alquanti migrati francesi comandati dal principe di Rohan, entrò in Milano.

Questa città, capo della migliore fra le improvvisate repubbliche, focolajo della rivoluzione di tutta Italia, non oppose resistenza: i vantatori di vittorie francesi e disastri austriaci, d’ostacoli naturali insuperabili, d’opposizione indomita de’ liberi petti furono primi alla fuga, alcuni squallidi e afflitti, altri lucidi e satolli, altri s’affrettò colla viltà a meritar grazia dai nuovi padroni, e tosto rialzansi le croci e gli stemmi, si drappellano santi e aquile, e simboli d’una nuova trinità, Austria, Russia, Turchia; si dà nelle campane; al grido di — Viva la religione, viva Francesco II» si saccheggiano le case e le terre di Giacobini; il solito trionfo de’ camaleonti.

Quelli che l’altalena aveva abbassati, or si rialzano baldanzosi e stizziti; alla forza dei vili sottentra la viltà dei forti, che pretendono disfare il passato, punire le ingiustizie con altre, e fin la giustizia snaturano coll’aspetto di vendetta. In tali casi un Governo intelligente conosce unico partito il perdonare e dimenticare, per ottenere dimenticanza e perdono, anzichè secondare le riazioni, che scavano abissi in cui non precipita soltanto il vinto. Ma la vittoria sa di rado moderarsi. Una congregazione delegata e tre giureconsulti (Manzon, Drago, Bazzetta) sotto al commissario imperiale Cocastelli presero a sindacare i fautori d’un Governo, che pure era stato legalmente riconosciuto; molti furono cacciati prigioni, centrentuno mandati nelle fortezze di Cataro e del Sirmio; minute persecuzioni pubbliche e domestiche, sotto il pretesto di vendicare altari e troni, aprivano sfogo a rancori, esacerbati da tre anni d’umiliazione. Intanto i soldati la davano per mezzo a mille sporcizie, per quanto i paesani sapessero ad ora ad ora pagar l’insulto col sangue.

In Valtellina, dapprima truppe cisalpine comandate da Lechi invadono o turbano la val Poschiavo; poi una frotta di Bresciani, vantando il nome d’Austria, taglieggia, concute, maltratta chiunque ebbe impieghi sotto la repubblica; poi per l’imperatore vi governa dispotico il barone Lichtenthurm; e un Parravicini valtellinese militante coi Tedeschi, e Claudio Marlianici delegato commetteano o lasciavano commettere arresti, perquisizioni, violenze.

Nella Svizzera italiana i malcontenti, dalle valli sbucati sopra Lugano, cacciano prigioni alcuni patrioti, uccidono uno Stoppani, l’abate Vanelli da gran pezzo redattore della Gazzetta ticinese, e alcuni altri: finchè si mandano a chiamare gli Austriaci, che prendono il paese «sotto gli auspicj potenti dell’imperial potere». L’amministrazione di Torino rifugge a Pinerolo, e tutto il Piemonte sobbolle: Brandalucioni, con bande ragunaticcie del Canavese che chiamava masse cristiane, corre a schiantar gli alberi di libertà, e surrogare croci, e depredare Giacobini e scannarli: il popolo aprì ai Russi le porte di Torino (1799 20-22 giugno), ed ajutò Wukassovich ad assediare la cittadella, capitolata la quale e quella d’Alessandria, fu ripristinato il nome dei re di Sardegna.

Ma il solo nome; perocchè padroni erano i militari, che moltiplicavano le esazioni, mentre Cosacchi e Panduri imperversavano al saccheggio; le cedole infestavano il paese; i soldati davano ai cavalli la sagina e il granturco sottratti al contadino, che moriva di fame. Molti furono carcerati, nessuno ucciso in giudizio. Suwaroff, per quanto spaventoso ne’ suoi manifesti, professava di combattere per difesa della religione e delle proprietà, e pel ripristino degli antichi governi, laonde, più che a punire, credea dovesse pensarsi a riordinare, e dal marchese Thaon di Sant’Andrea facea raffazzonare il Governo regio: ma altri erano i divisamenti dell’Austria.