La rivoluzione in Italia era stata desiderata o gradita solo da negozianti, da dotti, da begli spiriti, ed anche di essi i più se ne stomacarono appena vedutala differente dalla speranza; poca parte vi avea preso il popolo, o solo per l’andazzo; eransi fatte piuttosto sedizioni, collera dei pochi, che non rivoluzioni, idea ed espressione di un’epoca, e troppo lo chiarirono le fiere tragedie realistiche, risposte alle commedie giacobine. Roma, Ancona, Livorno ebbero effigie divote che giravano gli occhi: alla Madonna del Conforto di Arezzo tanto crebbe la venerazione, che colle offerte le si alzò magnifica cappella: in via del Ciliegio a Firenze alcuni gigli selvatici, esposti avanti una Immacolata, fiorirono, ed il fenomeno naturale eccitò meraviglia e concorso e grazie e disordini; preludj di molto più fieri. Nello Stato Pontifizio sobbollivano Terni, Civitavecchia, Orvieto: in tutti i punti la guerra civile era fomentata dalle pessime nuove che a giornata venivano d’ogni dove.

Napoli della brevissima repubblica Partenopea poco ebbe a lodarsi. Persone di senno e di bontà l’aveano servita di cuore; nella giunta legislativa sedettero Mario Pagano, Galanti, Signorelli, nomi conosciuti, e per omaggio al defunto Filangieri un suo fratello; nel direttorio l’Abamonti e il Delfico: Francesco Caracciolo brigadiere di marina, disgustato del re, al quale serviva da trent’anni, perchè gli mostrò diffidenza col togliere dalla nave di lui una somma depostavi, passò nella marina repubblicana. Col nome di padri e madri dei poveri, signori e dame andavano distribuendo denari e lavoro agli artieri scioperi: il medico Cirillo, uno dei pochissimi che nelle rivoluzioni mirano al pubblico bene, suggerì una cassa di soccorso, nella quale versò quanto avea guadagnato nel lungo esercizio. Mario Pagano, da vecchio e da storico, ripeteva non dovessero ripromettersi pace e godimenti, ma a consolidar la repubblica volersi tributi, armi e virtù, e che del proprio senno ciascuno ajutasse i reggitori della patria: ma la moltitudine ascolta piuttosto a chi la assonna di facili trionfi e beatitudini; poi quando le mancano, si chiama tradita, e ribrama il prisco stato.

Ma la libertà era cosa insolita, insolitissima l’eguaglianza in paese monarchico, di tenace feudalità, di fanatica ignoranza, e che la presente condizione non avea conquistato a fatica e sangue, ma riceveva in dono. Il sospetto era morbo inoculato dalla precedente dominazione; i perseguitati voleano vendicar le ingiurie sofferte con recarne di nuove; i giovani le idee di moda sorbivano coll’esagerazione che non tollera freno; e per imitazione di Francia urlavasi contro il tiranno, contro il papa, contro il culto, contro l’aristocrazia; nelle sale patriotica e popolare formolavansi accuse contro a privati e a pubblici, e diluviavansi parole e ineffettibili proposizioni. Al popolo che chiedeva pane, si predicavano i beni della repubblica, s’insegnavano i diritti dell’uomo e i destini d’Italia; i nomi di santi imposti nel battesimo, e principalmente di Ferdinando, si cambiano nei classici di Cassio e Armodio, o di Masaniello; e cantar Partenope e il Sebeto, e recitar le tragedie d’Alfieri, di mezzo alle quali talvolta uno sorgeva in pien teatro, e presone a testo qualche verso, metteasi a sbraitare contro il dispotismo.

Acclamata la costituzione francese, si sciolsero i fedecommessi, le giurisdizioni baronali, i servigi di corpo, le decime, le caccie riservate, i titoli di nobiltà; con integrità si corressero gli abusi delle banche, annichilando moltissima carta, e la gabella sul pesce, sulle farine, sulle teste. Tutto bene, ma i modi precipitosi guastavano; l’abolire le tasse senza nulla surrogarvi, scompigliò le finanze; se non bastava che col distruggere le feudalità tutt’a un colpo si fossero suscitate inestricabili liti coi Comuni, si beffavano e ingiuriavano con iscritti e con atti i baroni come i preti. Il ministero della guerra avea proclamato che «chiunque avesse servito il tiranno, nulla sperasse da un Governo repubblicano»: onde tutto l’esercito antico e il satellizio dei baroni (milizia già addestrata che sarebbesi potuto utilizzare per la patria) si ridussero paltoni o masnadieri, ribramanti il governo antico. Quindi scombussolamento e mali umori; chiunque non sedeva in posti screditava chi vi sedesse; chiunque trovava un freno di legge, urlava alla tirannide. I democratizzatori erano odiati nelle provincie, ove piantavano alberi di libertà e toglieano denari. I ventiquattro del Governo, da un lato pareano tirannici, perchè moderavano le trascendenze dei circoli politici, peste d’ogni libertà; dall’altro fiacchi, perchè nelle benevole fantasie non voleano persuadersi degli abominj della ciurma qualora sormonta.

I Borboni erano fuggiti per pusillanimità, ancora integri di forza e di tesoro, e lasciando moltissimi fedeli, ai quali aggruppavansi man mano i malcontenti. Fidando in una vicina riscossa, i baroni, avversi al nuovo Stato e non lo temendo, cingeansi de’ loro vecchi armigeri e de’ soldati regj congedati, e alla spicciolata combattevasi, assassinavasi, si rinnovavano fatti esecrandi. Pronío e Rodío capibanda non cessavano di molestare i Francesi negli Abruzzi: in Calabria uno Sciarpa, in Terra di Lavoro Michele Pezza, famoso col nome di frà Diavolo, altri altrove, piacevansi degli assassini, onestati dal titolo politico: il Mammone mugnajo ornava il suo desco con teste appena recise, beveva sangue, e se non n’avesse d’altrui, il proprio; quattrocento fe trucidare, anche traendoli di carcere: e a cosiffatti il re dava il titolo d’amici e generali[46]. Tali cose sono asserite dal Coco, ma dopochè il brigantaggio infierì quest’ultimi anni contro il nuovo regno d’Italia, l’esagerazione con cui ne sono narrate le imprese e le atrocità dalle due parti opposte obbliga a dedurre assai da quanto fu asserito allora. Nulla più credulo che i tempi di rivoluzione.

Altrettanto si esagerò intorno a Fabrizio Ruffo. Questo napoletano fu assessore di governo a Roma, poi tesoriere abilissimo; avea tolti molti abusi feudali, assicurato le rendite, stabilito un premio a chi piantasse ulivi, e passava per riformatore; e poichè gl’interveniva, come in tutti i tentativi, di fare e disfare, Pasquino il dipinse con nell’una mano ordine, nell’altra contrordine, in fronte disordine. Caduto di grazia, ricoverò a Napoli, ove il re lo pose intendente di Caserta e San Leucio, ma sì poco profittò de’ suoi posti che, quando fu fatto cardinale, per sostenere le spese dovette ipotecare i beni della prelatura. Allora rivide Roma, e cooperò a sostenere il coraggio di Pio VI, poi accompagnò i reali di Napoli nella loro fuga in Sicilia, donde tornato in Calabria, vi sistemò l’insurrezione e la guerra di bande in nome della santa fede; e al suo esercito parea dovessero unirsi moltissimi di Sicilia, dove i baroni, benchè non obbligati a servire fuori dell’isola, offersero di reclutare a proprie spese novemila soldati.

Intanto legni inglesi e siculi, capitanati da Nelson, sommoveano le coste, presero Ischia e Procida, minacciavano Toscana e Romagna, interrompeano le comunicazioni fra Egitto e Francia, e catturavano navi e persone: la flotta turco-russa, dopo ritolta Corfù ai Francesi, accennava all’Italia. Della rapida conquista di Championnet non restavano ornai che Napoli e il circondario (1799); sicchè il Governo repubblicano dovette uscire dalla quiete, in cui lo teneano la confidenza del bene e il desiderio di non infamarsi con crudeltà, e cominciò rigorose repressioni. Andria fu distrutta orribilmente; Trani col sacco e il fuoco punita dell’ostinatissima resistenza; e così Sorrento e moltissime terre di Bari e di Calabria, senza per questo sopire la rivolta. Macdonald mette fuori proclami ferocissimi; prelati e preti sconterebbero colla vita le insurrezioni de’ luoghi ove dimoravano e sarebbero uccisi appena côlti coi sollevati; autorità al Governo d’arrestare i sospetti; ricompensa e silenzio a chi denunziasse un migrato francese o depositi d’arme; morte a chi toccasse a stormo le campane, o spargesse false notizie. Ettore Caraffa conte di Ruvo, maggiordomo del re eppure mescolato nelle congiure, imprigionato, fuggito, stimolatore e compagno di Championnet nella spedizione, ora scontento che s’intepidisse l’ardore repubblicano, faceva ad arbitrio leve e tolte che invelenivano.

Stretto dal bisogno di riparare la Francia minacciata, il Direttorio di Parigi (1799 maggio) comandò a Macdonald accorresse nell’alta Italia per congiungersi a Moreau che scendea dalla Bocchetta di Genova; ed egli partì di Napoli, lasciando deboli guarnigioni a Capua, a Gaeta e in castel Sant’Elmo. Trovava la Toscana con insolito furore levata alle grida di — Viva Ferdinando, viva il papa», e dovette arrestarsi davanti Arezzo e Cortona che osarono resistergli. Questo rubogli un tempo d’inestimabile valore per unirsi a Moreau, e concedette agio a Suwaroff d’interporsi grosso fra loro nel piano di Piacenza. Tre giorni di fiera battaglia (17-19 giugno) contaminarono la Trebbia con quindicimila cadaveri; Macdonald indietreggia, e difilatosi sopra Genova, vassene in Francia, con lode di grande ma sfortunato valore; e Suwaroff pianta i suoi accampamenti in modo da impedire che fossero soccorse Tortona ed Alessandria assediate.

Ormai nelle sole fortezze trovavasi ridotta la possa francese. Il Direttorio rinnovatosi, volendo dare prova di sè con atti robusti, impone cento milioni sui ricchi, arma grossi eserciti, dirizza alla volta di Genova Joubert a capo di quarantamila infervorati: ma Kray e Suwaroff riunitisi, lo pettoreggiano e costringono a rifuggire tra l’Appennino; e poco poi resta ucciso a Novi in una battaglia che costò ventisettemila vite (15 agosto). Anche Moreau sottentratogli è messo in rotta: Championnet, sceso per Cuneo sul Piemonte, dopo breve prosperità, trova sconfitta e morte (7bre). Gli Austriaci espugnano faticosamente Tortona; ma Alessandria, Mantova, Serravalle, Cuneo, altre fortezze capitolano con tal rapidità che i comandanti sono accusati di corruzione o di tepore.

Sogliono gli Italiani chiedere la loro liberazione dai Francesi: ricevuta che l’abbiano, maledirli. Quando Macdonald la abbandonò, alla repubblica Partenopea parve d’avere acquistata l’indipendenza, e fece gavazze ed eccessi fino a proporre di tor d’impiego chiunque vi fosse stato posto da’ Francesi; e intanto frati predicare la repubblica in nome del vangelo, filosofi in nome di Rousseau; tutti assicurandola immortale, e già aveva il rantolo della morte. Il potere fu accentralo in Gabriele Manthoné, chiassoso repubblicano, che ravvivò gli ordini dei più fieri comitati di Francia, e con denari levati o donati soldò i veterani e li spedì a combattere gl’insorgenti, sistemò la guardia nazionale e una Legione Calabra, che proclamava — Vogliamo sangue, vogliam morte: darla o riceverla ci è tutt’uno, purchè la patria sia libera e noi vendicati».