Pensate che orrori ne dovessero seguire: intanto che le parti straziavano le viscere, e gl’insorgenti sbucavano d’ogni calle, d’ogni bosco, e superando l’opposizione, assalsero la mal guarnita Napoli. Si volle, come sempre, difendere la capitale, mentre l’abbandonarla e difilarsi in colonna verso Capua o ai monti, avrebbe risparmiato ai Realisti tanti assassinj. Ruffo v’entrò di viva forza, secondato dai lazzaroni, con ferocie quali poteano attendersi da disperati contro disperati. Le finte notizie sono sempre l’arsenale dei settarj. Come dianzi erasi sparso che Ruffo si fosse da sè creato papa, così allora si diè intendere ai lazzaroni che i repubblicani avessero tramato di scannarli tutti, e i loro fanciulli educare senza religione; ond’essi a buttarsi su quelli ferinamente, e spogliare maschi e femmine per punirli della chioma raccorcia o per trovarvi gl’impressi simboli repubblicani e massonici, flagellarli, straziarli a membro a membro, arderli vivi. Guai alla casa che uno ne ricoverasse! il che rendeva inospiti molti, altri vili sino a denunziare il figliuolo o il fratello. Dopo due giorni il cardinale riuscì a sospendere la carnificina, e si diresse ad espugnare i castelli Nuovo, dell’Ovo e Sant’Elmo, dov’erano ricoverati i patrioti di miglior conto.

Di là poteano questi recare immensi guasti alla città; aveano seco ostaggi e parenti del Ruffo, e modo di resistere finchè di Francia venissero soccorsi; laonde dal cardinale ottennero una buona capitolazione, libertà di partire sulle navi chi volesse, o di restare inoffesi, e promessa di sciogliere i prigioni e gli ostaggi. A tali patti ebbe esso i castelli, pubblicò generale perdonanza, e i repubblicani già erano imbarcati: quand’ecco dalla regina Carolina giunge una protesta[47], e voler morire piuttosto che patteggiare con sudditi ribelli; spedisce Emma Leona, che coi baci compra sangue da Nelson, il quale cassa la capitolazione (14 giugno) perchè fatta senza di lui ammiraglio, ottantaquattro cittadini fa incatenare, e dal francese Mejean, lasciato da Macdonald a comandare, riceve castel Sant’Elmo cogli ostaggi e coi patrioti in esso ricoverati.

Ruffo (dicasi a sgravio di questo prete che pure si dipinge senza costume e senza fede, dicasi a obbrobrio del Nelson) mai non aderì alla turpe violazione; e dichiarò che, se l’armistizio fosse rotto, non s’attendessero verun soccorso da sua parte. Non gli si badò, e alle infamate antenne britanniche si vide appiccato il vecchio ammiraglio Caracciolo. L’esempio incita a crudeltà i mal repressi popolani; la plebe scanna, ruba, abbrustolisce, mangia, si mangia i patrioti: il coltello degli assassini gareggia colla mannaja.

Il re giungeva di Sicilia (30 giugno) come in paese conquistato, perdonava ai lazzaroni saccheggiatori fin della reggia, aboliva i seggi e i privilegi della città, del regno, dei nobili, e dichiara ribellione ogn’atto commesso durante la sua fuga, e ottomila sono imprigionati nella sola capitale per avere parlato, scritto, combattuto, per avere avuto un nemico che li denunziasse. Spie, torture, presunzioni erano le procedure della giunta, la quale mandò a morte i generali Manthonè e Massa, Vincenzo Russo, Nicola Fiano, Francesco Conforti che avea sostenuto le ragioni regie contro Roma e allevato i migliori giovani d’allora, Nicolò Fiorentino dotto matematico e giureconsulto, Marcello Scotti autore del Catechismo nautico e della Monarchia papale, il conte Ruvo, il medico Cirillo, Mario Pagano, una Sanfelice[48], ed Eleonora Pimentel, poetessa cara a Metastasio e famosa parlatrice repubblicana.

Questi nomi immortalò il martirio con quello dell’inquisitore loro Vincenzo Speciale, che insultava le vittime e i loro congiunti, seduceva a confessare, alterava perfino i processi. Pasquale Baffa, grand’erudito, ricusò dell’oppio, non credendo lecito il suicidio neppure negli estremi: era già condannato, e Speciale assicurava la moglie di lui non andrebbe che in esiglio. Invece Velasco, all’intimazione dello Speciale che lo manderebbe a morte, — Non tu» rispose, e precipitossi dal balcone. Cirillo interrogato da lui di che professione fosse sotto il re, — Medico»; e nella repubblica, — Rappresentante del popolo»; ed ora? — Ora in faccia a te sono un eroe», e ricusò chiedere grazia dal re e da Nelson che aveva curati. Vitaliani continuò a sonare la ghitarra, e uscendo al patibolo diceva al carceriere: — Ti sieno raccomandati i miei compagni, son uomini; e tu pure, un giorno potresti essere infelice». Manthonè alle interrogazioni non dava altra risposta se non: — Ho capitolato».

Furono da cento gli uccisi di nome, nobili, letterati, guerrieri, due vescovi, giovinetti di venti e di sedici anni[49]; molti altri andarono sepolti nella fossa della Favignana (Ægusa); infiniti a minori pene. Si omisero come troppo frequenti i rintocchi dell’agonia per giustiziati; visitatori scovavano per le provincie «i nemici del trono e dell’altare», e due di quelli bastavano per togliere la libertà e i beni. Se si consideri che fra quelle vittime era il fior della nazione, non si troverà esagerato chi scrisse avere ella per quel colpo retroceduto di due secoli. Domenico Cimarosa, cigno della musica, per avere puntato un inno repubblicano ebbe la casa devastata, prigionia qual soleasi allora, e per quattro mesi l’aspettazione della morte, finchè i Russi essendo arrivati a Napoli, e chiestane invano la liberazione, ruppero il carcere, e lasciarono andare a Venezia a morire sbattuto e dimenticato.

Poi venivano le ricompense. Al cardinal Ruffo lautissime dal re, da Paolo di Russia decorazioni; titoli e ricchezze agli altri, fossero pure masnadieri e scampaforche; e più di tutti a Nelson e alla sua bagascia, e il titolo di duca di Bronte infamò il vincitore d’Abukir. A bastonate si svezzarono i lazzari dalla ruba e dal sangue; e il Governo ripristinato, ravviando le consuetudini prische, avrebbe potuto riuscire forte e farsi ancora benedire, se non fosse stato ossesso dal demone della riazione. Il re, che mai non era sceso di nave, tornò a Palermo festeggiato come trionfante di nemici; Canova ebbe incarico di eternarlo in marmo sotto le sembianze di Minerva; e l’astronomo Piazzi nominò da lui il pianeta Cerere, scoperto il primo di quell’anno. Sol quando il risorgere della fortuna francese insinuava idee più miti, e le favoriva il principe del Cassero vicerè, Ferdinando bandì l’indulto (1800 30 maggio), pel quale settemila uscirono di prigione: ma tante erano le riserve che ve ne restarono mille, tre migliaja erano fuggiaschi, quattromila in esiglio[50].

L’esercito, rifatto coll’aggregarvi furfanti (1799), si era unito colle bande di Rodío, di frà Diavolo e simili per avviarsi verso Roma a ripristinare il papa. Garnier, che ne comandava lo scarso presidio, li respinse: ma Tedeschi, Russi e Inglesi strinsero Roma così, che i Francesi uscirono patteggiati e assicurando l’amnistia. Allora i Napoletani entrati (30 7bre) strapazzano il busto di Bruto, svelgono gli alberi della libertà, e ogni memoria e resto dell’esecrata repubblica; espulsi, banditi, catturati i patrioti e tutti i forestieri; posto un tribunale, che non mandò nessuno al supplizio, molti nelle carceri, molti abbandonò agli insulti e all’assassinio. Intanto si costituiva un Governo non papale ma napoletano, s’incamerano i beni de’ fuggiaschi, si lanciano tasse fin sulle clericali immunità. Altrettanto baldanzeggiava nelle Marche il generale Frölich, che le teneva a nome dell’Austria.

Quattro mesi di dominazione francese aveano della Toscana scassinate l’economia, la moralità, ogni subordinazione, e procacciatole universale disamore. Perciò, appena si ode il prosperare de’ coalizzati, grandi dimostrazioni prorompono nel Lucchese; ma l’intempestiva levata costa a molti la vita. Il Reinhard pubblicava: — Gli abitanti della campagna traviati, con petulante insolenza provocano i Francesi; con preti alla testa insultano i colori nazionali; vili istigatori dal fondo de’ nascondigli incitano alla rivolta e appellano i barbari del Nord... Voi che abbattete gli alberi della libertà, dovevate nel giorno in cui furono piantati esclamare, Vogliamo rimanere schiavi; la ragione non è fatta per noi; ci dichiariamo indegni d’esercitare i diritti dell’uomo».

Il granduca Leopoldo bonificando val di Chiana, avea ridotto fertili le circostanze d’Arezzo, e abolito le gravose eccezioni, onde quella città gliene professava una riconoscenza, che aumentata col confronto, indusse il maggio popolo a insorgere (maggio) gridando — Viva Maria, viva l’imperatore, abbasso l’albero». Cacciata la debole guarnigione, assaliti i patrioti, rialzati gli stemmi ducali, le donne incorano alla sommossa; la campagna asseconda, Cortona vien dietro, invano le autorità civili ed ecclesiastiche gettando parole di moderazione; appajono un valore e un furore qual mai nessuno aspettava dai miti Toscani, i quali si muniscono di tutte le arti della guerra paesana; intanto accoltellano i sospetti d’avversa parzialità, o qualche Francese che da solo si avventurasse.