In questo sopraggiungeva Macdonald da Napoli, come dicemmo, e trovandosi chiuse in faccia le porte, e munite di risoluti le ciclopiche mura, proclamò se tardavano ventiquattr’ore a sottomettersi, avrebbe passato per le armi gli abitanti, rase le città ribelli. Alcuna si sottomise, altre gli costarono sangue e, che più gl’importava, tempo: poi appena egli sfilò verso la Trebbia, gli Aretini raddoppiano di baldanza, e distendono la controrivoluzione, sorretta da un Windham, già ministro di Inghilterra presso Ferdinando III, e da Alessandra Mari sua ganza. A tutti i Toscani proclamavano essi: — Abbiamo scosso il ferreo giogo della servitù, dispersa la straniera forza che ne gravava il collo; nel nome del Dio delle vittorie veniamo a ridonarvi la politica e civile libertà rapita. Coraggio, Toscani, all’armi... L’angelo sterminatore che combatte per noi, perseguita i vostri oppressori». La ciurma accorsa da ogni parte trasmoda; Siena è presa dagl’insorgenti, bruciati tredici ebrei, altre persone trucidate; ai perseguitati dai Francesi sostituivansi nelle carceri i perseguitati dai riazionarj. Sorte gare di primazia fra le due città, Siena offre alla Madonna del Conforto una pace d’oro, stupendo dono di Pio II, e gli Aretini in ricambio ne riconoscono le prerogative.
Dopo la sconfitta della Trebbia, le truppe francesi sono costrette ritirarsi da Firenze, dove non essendosi provveduto alla pubblica sicurezza, la moltitudine alza il capo, a fatica dall’arcivescovo e dai prudenti rattenuta da eccidj e saccheggi. Il senato fiorentino ristabilito manda a sollecitare i Tedeschi; ma ecco gli Aretini soprarrivano ne’ più bizzarri arredi, con coccarde d’ogni colore e croci ed armi e cupe risoluzioni, e cominciano a violentare i patrioti. La Mari trionfa fra il Windham e un frate; un consesso inquisitorio, assistito dal celebre giurista Cremani, su trentaduemila processati, ventiduemila condanna per reati politici: le fortezze di Portoferrajo, Volterra, Livorno, Prato, Pistoja riboccano di carcerati; molti sono esposti alla gogna, moltissimi profughi, sostenuti l’antico vescovo Ricci, il vescovo di Massa, il preposto Fossi bibliotecario della Magliabechiana, diciotto cavalieri di san Stefano, il cavaliere Fontana ordinatore del museo di fisica: chiuse le Università, destituiti i professori. È superfluo parlare dei disordini economici.
L’arrivo del tedesco D’Aspre sospende le persecuzioni; i comandanti stranieri rimasti padroni, riescono a sottoporre al senato il Governo provvisorio d’Arezzo; poi l’armata austro-russa-aretina s’accinge a invadere la Romagna, e prende Perugia e le altre città fino a Roma. Tutta Toscana allora acclama il granduca Ferdinando; ed egli, che, al primo venire de’ Francesi, aveva imposto come segno di lealtà di riceverli con benevolenza, istituì una giunta onde premiare quelli che aveano dato «il grand’esempio» dell’insorgere contro di essi, «e adoperato valore o prudenza a far nascere, fomentare o animare la sollevazione contro i nemici»[51]. Vittorio Alfieri, che aveva declamato tutta sua vita contro i re, poi bestemmiata la rivoluzione francese, e fremuto a quest’alzarsi degli avvocati e dei villani rifatti, fu visto fra la turba applaudire agli insorgenti, poi scriveva: — Io ho passato i centodue giorni della tirannide francese di Firenze sempremai in villa, e non ho mai messo i piedi una sola volta nella città fin al dì 6 luglio, che fu il giorno della purificazione. Adesso sono ancora in villa, ma vo qualche volta a Firenze, e massime ogniqualvolta ci arriva dei soldati tedeschi, per vedere il trasporto, il giubilo, l’espansione di cuore del pubblico intero per i suoi liberatori, benchè gli Aretini han fatto essi il più. La Toscana è presentemente tutta evacuata, e il sole vi ritorna a risplendere»[52].
Ai Repubblicani non restavano più che Genova ed Ancona. Questa fu assalita dalla flotta turco-russa, e per terra da Austriaci e Romagnoli, guidati da Lahoz, il quale dalla Cisalpina era passato agli Austriaci, o com’egli diceva all’Italia, ingannato prima dal nome di libertà, ora da quello d’indipendenza, ed ivi perì. Pino e Monnier difesero quella fortezza, che poi capitolò onorevolmente (1799 6 luglio), ma fu saccheggiata da Turchi e Russi. Genova offriva l’unico passo verso Francia; laonde i Francesi la occuparono a malgrado delle autorità paesane, e la posero in istato di difesa.
Francia diè ricovero ai tanti profughi d’Italia, i quali alle sventure patrie anche allora non trovavano che le vulgari cagioni. — Il tradimento e la perfidia soli han dato la vittoria al Barbaro; e chi più efficacemente il favoriva, reggeva allora la Francia»: così cominciavano un indirizzo ai rappresentanti; e a grida di piazza insistevasi perchè il Direttorio dichiarasse l’unità d’Italia, altrimenti dall’Europa sarebbe creduto complice di quei suoi agenti che aveano compressa la libertà, posto in impieghi gli aristocratici, violentate le assemblee primarie, perseguitato i più fervorosi, fomentato le sollevazioni plebee. Poi venivano le incriminazioni fraterne, e quel che pare un bisogno degl’infelici, il volgere il dente contro le proprie carni. Chi avea tratto la Cisalpina in postribolo, godeva agi e onori; ad altri soccorreva la carità de’ ricchi lombardi; il poeta e matematico Mascheroni morì di stento; di stento visse il Monti, che metteva in versi quelle accuse e quelle ire; e trovandosi negletti da un Governo che di loro non abbisognava, i profughi ridestarono l’idea di rigenerare da soli la patria, e il sentimento dell’unità italiana rinvalidarono nella mescolanza de’ patimenti.
La Francia era a tal punto, da tremare della propria, non che poter assicurare l’altrui libertà; vinta sui campi e minacciata d’invasione, club di fanatici, indirizzi di eserciti pretendeano dettare leggi; baldanzosamente intaccavasi il Governo, e il Governo che non osava difendersi col terrore, suppliva con intrighi e colla polizia. Luciano Buonaparte, uno dei direttori, fomentava i mali umori, e diceva: — Non più ciancie si vogliono, ma una testa ed una spada».
Per verità la rivoluzione non tolse il despotismo, ma tramutollo dal re nel popolo, che si arrogò le attribuzioni de’ privati, della famiglia, del Comune, assorbendo l’uomo nel cittadino, la famiglia nello Stato. Ne seguì l’anarchia; e poichè gli uomini han più paura di questa che desiderio della libertà, credettero primo bisogno il reprimerla, ed unico mezzo il despotismo. Ma chi potrebbe esercitarlo se non un soldato? E tutti gli sguardi si dirigevano all’Egitto e al Buonaparte, di cui la gloria traeva spicco dalle presenti sconfitte e dalla lontananza; le scarse notizie, le accorte insinuazioni facevano credere a grandi vittorie, magnificare i divisamenti del giovane generale, e guardarlo come l’unico capace di opporsi all’Europa congiurata e al disordine irruente.
Ma egli non avanzava fra i trionfi; e i quaranta secoli dall’alto delle piramidi videro alcune vittorie, ma poi una serie di disastri e di difficoltà, davanti alle quali fiaccavasi l’animo di lui, fatto pei colpi subitanei più che per le lente combinazioni. Trovavasi dunque disgustato della sua impresa, quando attraverso alle navi inglesi gli trapelarono le notizie di Francia, e i voti e le orditure de’ suoi amici: onde risolve tornarvi a tutto rischio; e disertando dall’esercito per correre dietro alla fortuna (29 agosto), passa non visto di mezzo agli esploranti inglesi, approda improvvisissimo a Frejus, e fra l’entusiasmo e la curiosità vola a Parigi, salutato da tutti come salvatore (9 8bre).
Fin là ben poco s’era sperimentata l’attitudine di Buonaparte al governare; sapeasi però ch’egli era fortunato, e basta: faceva mestieri d’un uomo, che desse unità a tanti impulsi, ed egli pareva il caso; e tutto da lui aspettavano tutti, su tutto si cercava il suo avviso. Egli sentendosi necessario, aveva l’arte di non spingersi che a sentita: poi tutto concertato nel secreto, volge le armi contro le toghe, e con un colpo ardito (9 9bre) disperde il corpo legislativo, abbatte il Direttorio, e fa eleggere un Consolato che deve assettare una nuova costituzione, capace di difendere la libertà dentro e propagarla fuori. O stanchi o speranti, nessuno si oppose; il popolo coprì d’applausi l’illegalità; le deportazioni suggellarono le bocche. — Non più Giacobini, non Terroristi o Moderati, ma soli Francesi», diceva egli; e per verità quando il Governo non fu più arietato da fazioni, non più fluttuò tra volontà irresolute, cessò il bisogno della violenza perchè un solo robusto lo guidava, non a caso e passione, ma per sistema.
La costituzione allora combinata (13 xbre) riduceva a mera ombra il diritto elettorale e la rappresentanza; cento tribuni discuteano le leggi, proposte dal consiglio di Stato; trecento legislatori le votavano senza discussioni; ottanta senatori vegliavano all’integrità della costituzione; tre consoli eseguivano. Buonaparte fu il primo di questi, anzi restava il vero padrone, e secondava l’universale inclinazione a restaurare il passato nel governo, ne’ costumi, nella religione. La gente di veduta corta pensava ch’e’ volesse rimettere in trono i Borboni: ma egli lavorava per sè, e si era accorto che al dominio non poteano portarlo se non le bajonette. Occorrevagli dunque di compire qualche splendida impresa: e qual campo migliore dell’Italia, dove avea colto i primi allori? A questa pertanto volse la mira, rialzando le speranze di quei tanti Italiani che dalla Francia rimpiangeano la patria o in patria la libertà, e che soffrivano dalle riazioni.