Le paci di Campoformio e di Lunéville ripristinavano dunque il diritto pubblico, dalla rivoluzione abbattuto; e dopo le radicali dottrine e le pompose promesse, la Francia stessa immolava popoli e nazionalità al vecchio sistema dell’equilibrio. Buonaparte, benedetto dall’Europa come il genio dell’ordine, del buon senso, della pace, ai migrati restituì la patria e i beni non ancora venduti, schiudeva una società nuova al calore della sua gloria, e avviavasi alla dittatura: ma non che ripudiasse i costosi frutti della rivoluzione, li fece ordinare e sanzionare nel Codice, costruito sull’individuale libertà e sull’eguaglianza di tutte le persone e tutte le cose sotto leggi e tribunali identici, pareggiando i cittadini nella società, i figliuoli nella famiglia; svincolando la proprietà, sicchè ognuno potesse disporne co’ soli limiti imposti dall’utilità pubblica; secolarizzando l’ordine politico e il civile.

Alle idee riordinatrici di Buonaparte confacevasi il ripristino della religione, sentimento che tocca più degli interessi. Il culto era stato abolito, abolito Dio sotto il Terrore, quasi a dimostrare che una società non poteva imbrutire a quel segno se non rinnegando Iddio. Sentì quel vuoto il Direttorio, e mediocre come era, credè surrogarvi l’assurdo culto teofilantropico, i cui sacerdoti, alla ricorrenza di certe feste della Virtù, venivano a deporre fiori su quegli altari, donde erasi eliminato il sacrosanto rito dell’espiazione. Pio VI, cacciato da Roma poi anche da Firenze, fuggì a Parma e di là a Valenza di Francia, meglio accompagnato nella nobile miseria da dimostrazioni popolari, che dalle cortigianesche nel fastoso e umiliante pellegrinaggio a Vienna. Quando colà morì di ottantun anno (1799 29 agosto), i filosofi dissero, — Ecco sepolto l’ultimo papa», e Revellière-Lépaux, inventore del culto teofilantropico, scriveva a Buonaparte impedisse di eleggere un successore, e profittasse della circostanza per istabilire a Roma un Governo rappresentativo, e sottrarre l’Europa dalla supremazia papale.

Ma Buonaparte avea trattato il papa da vincitore bensì, pur con riguardi, e «come avesse centomila soldati». Rientrato in Milano, assistette ai Tedeum che qui celebravano le sue vittorie, e potè chiarirsi che il popolo nostro era e voleva essere cristiano. Onde raccolti i parroci di Milano disse loro: — Persuaso che la religione cattolica è la sola che possa procurare felicità vera ad una società ben ordinata, e assodar le basi di un Governo, volli accertarvi che metterò ogni cura a proteggerla: avrò come perturbatori del pubblico riposo e nemici del ben comune, e punirò rigorosamente e fin colla morte chiunque le farà il minimo insulto: voglio sia conservata nella sua interezza, pubblicamente esercitata e libera come la prima volta ch’io entrai in questo felice paese. I cambiamenti posteriori avvennero contro l’inclinazione e il veder mio, nè potevo oppormi ai disordini, ad arte eccitati da un Governo, sprezzatore della religione cattolica. I filosofi vollero dipingerla nemica d’ogni sentimento democratico e del Governo repubblicano. L’esperienza disingannò i Francesi; ed io, che pur sono filosofo, so che nessuno potrebbe passare per virtuoso se non sa donde viene e dove va; nè saperlo si può che dalla religione, senza di cui la società è vascello privo di bussola. Dei trattamenti usati al papa defunto, han colpa gl’intrighi di quelli in cui avea posto confidenza, e la crudele politica del Direttorio. Col nuovo papa spero tôrre gli ostacoli all’intera riconciliazione della Francia. Voi so quanto soffriste nella persona e nei beni, e vi provvederò; e quel che vi dico, desidero sia noto non solo all’Italia e alla Francia, ma a tutta Europa»[60].

Anche in Francia, se per moda, per idolatria a Voltaire, per rispetto umano, durava ancora fra la gente colta l’empietà, il popolo tornava a sentir bisogno del Redentore, che riabbellisse la natura, benedicesse le cune e i feretri, giudicasse le iniquità de’ forti: i pensatori disingannati vedeano dover rintracciare un’eguaglianza più vera, una libertà più salda e meno fallibile, meditavano melanconicamente sulle ruine che da tre secoli le sêtte religiose e filosofiche facevano nel cristianesimo senza sostituirvi una legge generale dell’uomo e del mondo, senza trovare un essere intermedio fra il gran tutto che rapivano all’umanità, e il nulla in cui la sobbissavano.

Sarebbesi detto che le vittorie de’ Nordici in Italia s’effettuassero al solo fine, che all’ombra loro fosse in Venezia (1800 14 marzo) adunato il conclave[61], dove avendo l’Austria dato l’esclusione al famoso Gerdil, uscì papa Barnaba Chiaramonti. Stando vescovo d’Imola, aveva questi pubblicato in una pastorale che «la libertà cara a Dio ed agli uomini, è la facoltà di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana; la forma democratica non repugna al vangelo, anzi esige quelle sublimi virtù che s’imparano soltanto nella scuola di Cristo; esse faranno buoni democratici, d’una democrazia retta, forbita da infedeltà e da ambizioni, e intesa alla felicità comune; esse conserveranno la vera eguaglianza, la quale, mostrando che la legge si estende su tutti, mostra insieme qual proporzione deva tenere ogni individuo rispetto a Dio, a sè, agli altri. Ben più che le filosofie, il vangelo e le tradizioni apostoliche e i dottori santi creeranno la grandezza repubblicana, gli uomini rendendo eroi di umiltà e prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare con sè e con Dio. Seguite il vangelo, e sarete la gioja della repubblica: siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici».

Questa moderazione parve attagliata ai tempi; ed egli, assunto il nome di Pio VII (1800 3 luglio), comparve a Roma, dove la noja della dominazione forestiera il faceva invocato: scelse a segretario di Stato il cardinale Consalvi, destro quanto moderato; ricostituì il governo all’antica, proclamando il perdono, e invitando i sudditi a imitarlo col sopire gli odj e le querele reciproche. Toltigli settecentomila sudditi delle Legazioni, gliene aveano lasciato un milione e settecentomila, ma intero il debito di settantaquattro milioni di scudi, di cui da tre anni non si pagava l’interesse. Si cercò sistemare l’imposta in modo d’ottenere una rendita di quattro milioni di scudi; fu proclamata la libertà di commercio, riconoscendo «che tutte le leggi proibitive o vincolanti l’industria e il commercio erano perniciose quanto vane[62]»; il papa diminuì le spese di corte; condiscese ai teatri; impose una tassa speciale sui terreni incolti, sciolse i vincoli di fedecommesso, di manomorta, di pascolo; dava premj a chi piantasse, prometteva edificare casali, via via che la cultura si estendesse. Secondando le istanze di Paolo I e di Ferdinando IV, ristabilì i Gesuiti in Russia e nel Napoletano.

Con un papa sì conciliativo e pien d’amore per la Francia, d’ammirazione per l’eroe che la dirigeva, non sarebbe possibile ravvicinarla alla Chiesa? Tre giorni dopo la vittoria di Marengo, Buonaparte ne gittò parola al cardinale Martiniana; poi Consalvi e Giuseppe Buonaparte ne trattarono a Parigi (1801): ma ricuperare questo regno primogenito del cristianesimo non poteasi senza grandi sagrifizj. Voleasi il matrimonio de’ preti: e Pio rispose, potersi assolvere gli ammogliati, ma autorizzarlo per massima no. Sui possessi tolti alle manimorte non si fe malagevole, le ricchezze non essendo essenziali al clero. E così tra cedere e negare si conchiuse il famoso concordato. La Francia ebbe un ministro pel culto (Portalis); la pasqua del 1802 i cannoni salutarono di nuovo una festa cristiana; il Caprara legato a latere cantò messa in Nostra-donna, mentre l’aerea armonia de’ sacri bronzi richiamava il popolo ai riti solenni e all’ineffabile gusto della parola divina.

Tutto ciò dava lusinghe di ordine all’Europa: la coalizione regia s’era sconnessa: anche l’Inghilterra ascoltò proposte di pace, la quale fu conchiusa ad Amiens (1802 27 marzo). L’Inghilterra si era avventata alle armi per difendere la minacciata libertà europea, ed ecco neppur motto ne fa nelle stipulazioni: avea posto come preliminare lo sgombro di tutt’Italia, poi lasciava al nemico il Piemonte e gl’emporj di Genova e Livorno; Francia sgombrerebbe il Napoletano e il Romano, e gl’Inglesi ogni posto nel Mediterraneo e nell’Adriatico, e Malta che si restituirebbe all’Ordine.

A Buonaparte, volontà ineluttabile, sistematore risoluto, bastava un atto per riunire un paese che la natura fece uno e le convenzioni sbranarono: ma già il Piemonte consideravasi fuso colla Francia, come Venezia coll’Austria; Buonaparte volle fossero distrutte le fortezze che davano soggezione alla Francia, quali Arona, Bard, Ceva, Cuneo, Tortona, Serravalle; smurata Torino, come il castello di Milano, e Forte Urbano sul Bolognese. La Toscana era stata eretta in regno d’Etruria per un infante di Spagna; al papa riconciliato bisognava confermare il patrimonio; al regno di Napoli serviva di scudo la protezione della Russia: e i fantastici Italiani piansero svanita ancora la speranza che la vittrice spada e la ferrea volontà d’un loro paesano ricostruisse la patria una e libera.

Ne’ varj Stati furono poste una commissione esecutrice e una consulta legislativa, ma tutto pendea dai ministri di Francia[63]. Del bello e forte paese cisalpino, con cinque milioni d’abitanti, settanta in ottanta milioni d’entrata, e quarantamila uomini in arme, Talleyrand avrebbe voluto si formasse un regno, da dare a qualche principe austriaco siccome compenso e pegno di pace: ma Buonaparte stabilì conservarlo repubblica, estesone il limite fin alla Sesia col recuperare gli sbrani dell’antico Milanese, cioè Novara, Vigevano, la Lomellina; buone fortificazioni la difenderebbero dagli Austriaci assisi di là dall’Adige, e la terrebbero sempre aperta alla Francia, che ne conservava il protettorato, e ne ricevea venticinque milioni all’anno di tributo, e di qua manderebbe i suoi ordini al paese meridionale, aspettando che i casi la elevassero a capo d’una federazione italica.