Per togliere la Cisalpina ai disordini della prima sua età, e concentrarla sotto una mano vigorosa che la proteggesse di fuori mentre la reggeva dentro, Buonaparte convocò a Lione una consulta. Quattrocencinquantadue rappresentanti, scelti fra il clero, i tribunali, le accademie, le amministrazioni dipartimentali, le quaranta primarie città, la guardia nazionale e l’esercito, e in essi il cardinale Bellisomi e nove vescovi, nel cuor del dicembre passarono i monti, e nella seconda città di Francia ebbero suntuosa ospitalità, adunanze splendide quanto le antiche sessioni reali, lauto trattamento, e fra altri spettacoli, quel dell’esercito che tornava d’Egitto, misto di veterani francesi con arabi e mori e mamelucchi.

Divisi in cinque classi (1802) secondo gli antichi dominj, presedevano ai Lombardi già austriaci il Melzi, ai Veneti il Bargnani, ai Pontifizj l’Aldini, ai Modenesi il Paradisi, ai Novaresi e Valtellini il De Bernardi, a tutti in apparenza il Maniscalchi ambasciadore della Cisalpina, in fatto Talleyrand, il quale senza quasi lasciarli discutere, fece che accettassero per acclamazione lo statuto da lui modellato sul francese dell’anno VIII. Portava esso tre collegi elettorali permanenti e a vita, completatisi da se medesimi: uno di trecento grossi possessori risedeva a Milano; uno di ducento negozianti a Brescia; uno di altrettanti dotti ed ecclesiastici a Bologna. Essi sceglierebbero dal proprio grembo una commissione di censura di ventun membro, che eleggesse tutte le magistrature dello Stato; otto consultori, che vegliassero sulla costituzione, deliberassero sui trattati, e nominassero un presidente della repubblica, decennale e rieleggibile, con cinquecentomila lire, incaricato del potere esecutivo, e che eleggerebbe un vicepresidente con centomila lire e ministri[64]. Il ministro del tesoro presenterebbe ogni anno il conto, e non consentirebbe verun pagamento se non per legge o decreto del Governo. Un consiglio legislativo di dieci membri compilerebbe le leggi e i regolamenti, e li sosterrebbe davanti al corpo legislativo. Questo ha settantacinque membri, quindici de’ quali sono nominati oratori per discutere le leggi prima di votarle.

La giustizia era resa con sapiente progressione, da arbitri, giudici di prima istanza, tribunali d’appello e revisione, ed uno di cassazione; oltre le camere di commercio per le cause mercantili: inamovibili i giudici e il grangiudice. Eguaglianza fra i cittadini; nessun vincolo all’industria e al commercio se non quelli dalla legge stabiliti; uniformità di pesi, misure, catasto, istruzione; dichiarati nazionali i debiti e crediti delle provincie; lo Stato assegna la congrua a vescovi, capitoli, seminarj, parroci e alle fabbriche delle cattedrali.

Fatti intesi della volontà del primo console, i nostri, dilungandosi dai sistemi particolari per osservare l’intera popolazione senza preoccupazione d’abitudini, lasciaronsi bassamente porre in bocca la confessione della propria inettitudine, dichiarando non conoscere alcun italiano valevole ad essere presidente della repubblica (1802 26 gennajo), gli uomini che presero parte ne’ cambiamenti o non aveano sostenuto funzioni pubbliche, sì da poter reggere lo Stato, o le aveano sostenute fra l’agitazione delle opinioni e sotto estranee influenze, in modo da non meritarsi la pubblica fiducia: d’altra parte la recente repubblica non avere truppe sufficienti ad assicurarsi, nè poter sperare dagli altri Stati la considerazione necessaria per consolidarsi dentro e fuori: trovare insomma necessario di essere retta da Napoleone Buonaparte, due nomi che allora per la prima volta trovansi uniti. E Buonaparte degnava aggradire, e diceva: — La repubblica Cisalpina, invasa e omai perduta, fu una seconda volta dal popolo francese resa all’indipendenza. D’allora che non si tentò per ismembrarvi? ma la Francia vi protesse, e foste novamente riconosciuti. A Lunéville cresciuto il territorio d’un quinto, esistete con maggiore forza e maggiore speranza. Dandovi magistrati, non badai a terre o a fazioni, ma solo ai vostri interessi. Per le eminenti funzioni di presidente, non trovando persona fra voi abbastanza reputata, benemerita e spregiudicata, aderisco al voto espressomi, e conserverò, quanto fia necessario, il gran pensiero de’ vostri affari».

La repubblica, composta, com’egli diceva, di dieci popoli, cioè Milanesi, Mantovani, Bolognesi, Novaresi, Valtellini, Romagnuoli, Veneti, divisi in Bergamaschi, Cremaschi, Bresciani, s’intitolò italiana (1 febb.), e pensò ad organarsi in modo d’essere, com’egli voleva, «la prima potenza d’Italia». Restavano sue le artiglierie esistenti nelle piazze fin al valore di quattro milioni; si doveano preparare armi e ponti; trentaduemila soldati in tempo di pace, con una riserva che si porterebbe a sessantamila, coscrivendo dodicimila giovani ogni anno, oltre due mezze brigate e un reggimento di cavalleria di Polacchi, ceduti alla nostra dalla repubblica francese; alla tranquillità vigilavano mille seicento gendarmi, e la guardia nazionale di tutti i cittadini dai diciotto ai cinquant’anni. La spesa era bilanciata su novanta milioni di lire milanesi, di cui cinquantadue erano assorbiti dalla guerra e dal tributo alla Francia. Libera la stampa, sotto la responsabilità dell’autore e dello stampatore, i quali, avanti divulgarle, doveano presentare le opere alla revisione, che poteva sospenderle; soggetti a censura i fogli periodici, le composizioni teatrali e i libri che si introducevano.

Ai comizj di Lione i preti non aveano potuto ottenere si dichiarasse unica religione la cattolica, ma solo che si farebbe una legge organica pel clero, da approvarsi dal papa. Di fatti un concordato speciale (1803 16 7bre) con questo riconosceva come religione della repubblica la cattolica; al presidente concessa la nomina de’ vescovi; libero a questi il comunicare con Roma, il promuover agli Ordini e ai benefizj i meritevoli, e punire i colpevoli anche col rinchiuderli in conventi o seminarj: non si sopprimerebbero fondazioni ecclesiastiche senza approvazione della Sede apostolica; non sarebbero molestati i compratori di beni ecclesiastici. Tal era quel concordato: ma come erasi fatto in Francia cogli articoli organici, nel promulgarlo a Milano si aggiunse che nuove professioni non potrebbero farsi se non negli Ordini applicati all’educazione o a cura degl’infermi; e, come all’ordinazione dei preti, volervisi l’assenso del Governo, e così per dare valore alle bolle e ai brevi della santa Sede. Di quest’intrusione si dolse invano il pontefice.

Corse allora uno de’ più floridi e quieti tempi per la Lombardia; lontano il presidente, buono e amato Melzi che ne sosteneva le veci; distrutto ogni privilegio aristocratico, favorito il sapere; si citavano ancora i patrj esempj, si ristampavano i nostri classici e i nostri economisti, come ripigliavasi l’êra cristiana; facili i pagamenti, prospere l’agricoltura e il commercio, crescente l’esercito, non febbrili le speranze. La libertà della stampa era sì poco valutata, che Melzi potè senza difficoltà stabilire la censura preventiva de’ giornali e de’ libri provenienti di fuori. Gl’interessi materiali eccitavano più gelosie che non le garanzie della libertà[65]; nè l’iniziativa, nè l’esame erano liberi, e scarsa capacità mostravano le persone incaricate del potere. Soprattutto mancava la prima condizione d’ogni felicità, la fiducia della durata. Da una parte gli accorti s’avvedeano che questa repubblica era l’embrione d’un regno; tanto più che, ad ogn’ombra d’opposizione, Buonaparte minacciava dar un calcio a questo sistema rappresentativo, che pareagli un’organizzata ostilità: dall’altra il titolo d’italiana inchiudeva una minaccia agli Stati della penisola. Fra gli stranieri poi i rancori erano stati sopiti non tolti, e ben presto posero novamente a soqquadro tutt’Europa. L’Inghilterra, cogliendo gli appigli che troppi offriva il trattato d’Amiens, ricusa sgomberar Malta, cavilla i patti, e getta in mezzo la questione italiana, persuasa d’avvilupparvi anche l’Austria.

Questa avea subìto i trattati di Campoformio e Lunéville come una necessità, e colla fiducia di ripigliare la Cisalpina, donde padroneggiare la media e la bassa Italia. Unico mezzo a sbarbicarla sarebbe stato il rendere l’Italia a se stessa: ma Napoleone, che credeva al potere non alle nazionalità, impose al fratello Giuseppe che negli accordi di Lunéville non parlasse del papa, del Piemonte, di Napoli, sicchè lasciava in pendulo gravissime questioni: nè l’Europa potea soffrire che, con una nominale indipendenza, al vassallaggio austriaco fosse surrogata la dominazione francese.

Alessandro di Russia, succeduto all’assassinato suo padre, ricusava ravvicinarsi alla Francia se non ripristinasse il re di Sardegna e assicurasse quello di Napoli: anche la Prussia chiedeva che Francia sgombrasse il Napoletano, distaccasse Parma e Piacenza, le Jonie e Malta si dessero in compenso al re di Sardegna. Austria, col pretesto di un cordone contro la febbre gialla sviluppatasi a Livorno, ingrossò sulla frontiera dell’Adige; e viepiù quando Buonaparte scrisse in persona a Francesco II (31 xbre) voler ridurre la repubblica italiana a monarchia, distinta dalla Francia. La fede mentita all’Italia metteva dunque la Francia in guerra coll’Europa, e subito Inghilterra empì d’armi il Mediterraneo: di rimpatto Buonaparte allestì a Boulogne un famoso campo per tentare uno sbarco in Inghilterra; deriso dai più come una sublime follìa, lodato da altri perchè valse di palestra a’ suoi soldati. A quel campo la repubblica italiana mandò un corpo sotto il general Pino, e decretò quattro milioni per costruire due fregate e dodici scialuppe.

Ma non di guerra soltanto erano i divisamenti di Buonaparte, che credette venuto tempo alle lunghe speranze. Col prestigio della gloria egli avea fatto credere ancora al rinnegato entusiasmo; coi comporti in Italia avea mostrato di saper ridestare il passato e le relazioni consuete fra popoli civili: onde parve l’unico capace di rimettere Francia nella grande comunanza delle nazioni, senza sagrificare la libertà e l’orgoglio, come avrebbero fatto i Borboni. Francia sfiduciata delle libertà promesse da filosofi, da avvocati, da giornalisti, da legislatori, implorava il despotismo, e nol vedea che sotto la forma d’un soldato: uscendo dall’oppressione sanguinaria o ladra di tiranni abjetti e persino vili, meno male pareale la tirannide della gloria e del genio: cessato di credere alle idee, credea a un uomo. E Buonaparte racconciava all’obbedienza l’epoca più indisciplinata; e indotta la ragione a confessare la propria insufficienza, al ricostruire adoprò gli uomini ch’eransi mostrati più attivi a demolire. In paese stanco ed abbagliato dalla sua gloria, pochi ostacoli ebbe ad afferrare la dittatura. Interrogata colla ciurmeria de’ registri, la nazione prorogò il console per dieci anni: interrogata se il volesse a vita, disse sì; la costituzione fu modificata alla monarchica: ma poichè il nome di re facea mal suono a quelli che, in annuale funzione, giuravano odio sempiterno ai re, fra le reminiscenze d’Augusto e di Carlo Magno egli ripescò il titolo d’imperatore dei Francesi (1804 18 maggio).