Al potere nuovo facevano di mestieri tutte le forme che gli conciliassero rispetto. Dopo che i registri, aperti in tutti i Comuni, gli diedero la sanzione popolare, Napoleone volle anche quella della religione, e domandò che Pio VII venisse a coronarlo. Gran disparere in Roma. Piaceva che un eroe soffogasse nelle proprie braccia quella repubblica sovvertitrice degli altari e della società, e che una nuova dinastia all’Europa e alla civiltà assicurasse ordine e conservazione. Qual trionfo per la Chiesa di vedere questo figlio della rivoluzione invocare dal pontefice il sacro crisma, e credere legittimazione della temporale quella potestà pontifizia che dianzi trascinavasi nel fango! Anche nei possessi il papa potrebbe altrimenti che ingrandirsene?

Ma gli zelanti, alla cui testa erano il sapiente Antonelli, il severo Litta, il dotto Di Pietro, l’abile Pacca, avvezzi a credere la nave di Pietro insommergibile fra le transitorie tempeste, aveano tenuto il concordato come una dura necessità. — E chi è (rifletteano) questo Buonaparte? Un soldato di ventura, che a Tolentino strappò alla Chiesa le più belle provincie e tesori artistici; che tiene il contado Venesino e i feudi in Piemonte, roba della Chiesa: che colla spada suggellò il concordato, e pur subito lo eludeva cogli articoli organici; che stipulò la spogliazione de’ principi ecclesiastici di Germania; che in Egitto proclamava la tolleranza fino dell’islam. Or domanda la mano del papa, ma a qual fine: unicamente per sorreggere la personale ambizione, contentata la quale, si torcerà contro quelli che adesso accarezza. Che cosa risponderà il papa ai rimproveri degli Austriaci, da tanto tempo investiti del sacro romano impero? che cosa ad altri re che lo domandassero a coronarli? E i Borboni, a cui la violenza non tolse d’essere i cristianissimi, i primogeniti della Chiesa, con qual occhio vedrebbero il santo padre cingere colla corona di san Luigi uno, le cui mani stillano ancora del sangue dell’assassinato duca d’Enghien?

Pio VII aveva attinto nel chiostro virtù semplici e rassegnate, e l’abitudine di elevare gli occhi al cielo, più che scrutare le cose della terra. Il recuperare una tale preponderanza sulla Francia, il restituire alla tiara lo splendore offuscato, e al patrimonio le tre Legazioni pareangli interesse della religione; e riprometteasi ottenerlo a Parigi ne’ colloquj col nuovo Cesare, da cui farebbe cassare gli articoli organici, e ripristinare gli Ordini religiosi. Volle che venti de’ più creduti cardinali in tutta secretezza e coscienza gli esponessero il loro sentimento sul quesito «Sua santità deve, può andare a consacrare e coronare l’imperatore de’ Francesi?» Cinque dissero un no riciso; gli altri furono pel sì, ma con diverse condizioni, o di cassare gli articoli organici, o di attendere che il nuovo imperatore se ne fosse mostrato degno come Carlo Magno, o che venisse egli stesso di qua dell’Alpi, come aveano usato gli antichi fino a Clemente VII; o che almeno assicurasse gli atti riverenziali dovuti al sacro suo carattere, specialmente il bacio del piede: viepiù s’insisteva contro il giuramento che l’imperatore farebbe d’attenersi al concordato, di far rispettare la libertà de’ culti.

Pio VII fece dal cardinale Caprara sottomettere tali riserve a Napoleone; questi le repudiò tutte, e Pio VII si rassegnò, sempre confidando ottenere in persona quel ch’eragli fallito per intromissione de’ ministri; tollerò che l’imperadore si mostrasse aridissimo nella lettera d’invito, e voless’esserne unto sì, non coronato; e di sessantadue anni si pose in viaggio. Tutti gli ordini dello Stato vennero a fargli riverenza, come tutti dianzi avevano rinnegato e papa e Cristo; e Pio li guadagnava colla dolcezza. Dando un giorno la benedizione al popolo inginocchiato, vide un giovane tenersi ritto e col cappello in testa: — Giovinotto, se non credete all’efficacia della benedizione del pontefice, credete almeno che quella d’un vecchio non porta sventura».

Nella solennità (2 xbre), allestita collo sfarzo teatrale che illude e cattiva, Napoleone si pose da sè la corona; poi incoronò Giuseppina sua donna, che il giorno innanzi avea avuto la benedizione nuziale. I sinceri repubblicanti, che l’aveano proclamato un Camillo, un Washington redivivo, non sapeano darsene pace; i non sinceri s’affrettarono a divenire ciambellani, ministri, uffiziali, cavalieri, tutto quel ch’egli volle, anche più di quel che volle. Napoleone evitò di trovarsi testa testa con Pio VII, alle cui preghiere dolci e ragionate non potrebbe opporre le escandescenze; sicchè al papa non restò che avventurare le sue domande alle solite lungagne degli uffizj, e le esortazioni al magnanimo perchè imitasse anche in ciò Carlo Magno, il quale spontaneo restituì alla santa Sede quanto le armi sue aveano ritolto ai Longobardi.

Napoleone fece rispondere che avea giurato non alterare i confini della Francia; neppur poteva cincischiare la repubblica italiana, in lui confidatasi; prometteva però trovare congiunture d’estendere e consolidare il dominio del santo padre, e intanto presterebbegli mano soccorrevole per uscire dal caos dove l’hanno trascinato le presenti vicende, e assicurargli il pacifico godimento de’ beni rimastigli; e così darebbe all’universo una prova della sua venerazione al pontefice, della protezione alla capitale della cristianità, del desiderio costante di vedere la nostra religione non inferiore a nessuna nella pompa delle cerimonie e in quel decoro che alle nazioni può ispirare venerazione. Il papa si dovette contentare di vedersi reso il cadavere del suo predecessore, e la statua della Madonna di Loreto, spogliata è vero delle gemme.

Carlo Magno era anche re d’Italia, nè questo titolo dovea mancare a Napoleone, il quale anzi nella nostra patria avea fatto il passo d’esperimento verso l’impero[66]. Ad assistere alla sua coronazione invitò dunque il vicepresidente Melzi e la consulta di Stato; e chiesti di liberamente significare come in pratica riuscisse la costituzione avuta a Lione, liberamente risposero essere quella evidentemente provvisoria nè compatibile coi tempi, nè gl’Italiani ancora maturi per la repubblica; e lo scongiuravano a dare loro un re, foss’egli quello, erigesse il paese in regno con uno statuto. Rispose: — Ho sempre pensato a creare indipendente e libera la nazione italiana, ma capisco la separazione tornerebbe pericolosa or che la perfida Albione rinnova le minaccie; verrò dunque a Milano a cingermi la corona di ferro per ritemprarla e rinvigorirla, e perchè l’Italia più non si spezzi fra le tempeste che la minacceranno: ma affretterò il momento di deporla s’una testa più giovane».

E venne (1805); e gl’Italiani, con quell’entusiasmo che spesso non è se non l’esternazione della speranza, e che con quella svanisce, affaccendaronsi a preparare archi di trionfo con quelli che prima erano alberi della libertà[67]. Napoleone fissò tutto, sin le divise teatrali dei magistrati e de’ cortigiani; nel duomo di Milano (1805 16 maggio), con una pompa che più non fu superata, venne unto dall’arcivescovo Caprara; e ponendosi di propria mano la corona ferrea esclamò: — Dio me l’ha data, guaj a chi la tocca». Il qual motto perpetuò sulle insegne d’un nuovo ordine cavalleresco. Secondo lo statuto, giurò mantenere l’integrità del regno, la religione dello Stato, l’eguaglianza dei diritti, la libertà politica e civile, l’irrevocabilità delle vendite de’ beni nazionali; non levar imposizioni o por tasse che in virtù di legge; governare solo per l’interesse, la felicità e la gloria del popolo italiano, e non dare impieghi a forestieri. Eppure destinò vicerè Eugenio Beauharnais, figlio di sua moglie e da lui adottato, uom mediocre, buon soldato, attivo e intelligente, sommessissimo all’imperatore, ignaro e non curante del farsi amare dai popoli, il cui bene perorava. Aprì in persona il corpo legislativo (7 giugno) lodando sè, di quanto avea fatto, e nominò guardasigilli il Melzi, che poi col pingue assegno e col titolo di duca di Lodi ridusse alla nullità.

Insieme cogli applausi del popolo, qui ricevette gli omaggi dei re. Corsini e Fossombroni, deputati dell’Etruria, lo chiarirono come il lor piccolo paese dopo il 96 avesse consunto in spese straordinarie cenventi milioni, trovandosi sempre gravato da una guarnigione francese; Verdier comandante a Livorno erasi prese le casse regie; le reclute côrse colà sbarcate permetteansi ogni prepotenza. Napoleone diede parole; ma con un fare soldatesco che trascendeva le convenienze, soggiungeva: — La regina d’Etruria è troppo giovane, e il ministro troppo vecchio per governare a dovere». Insultò l’ambasciadore di Napoli e la sua regina; a quel della repubblica Ligure disse: — M’era accorto ch’era impossibile i Liguri facessero cosa degna del loro padri»; a quello di Lucca: — Sarete meglio governati da un principe francese». Insomma nè re egli risparmiava nè popoli; e sebbene avesse rassicurato e il senato di Francia e i principi nostrali che non dilaterebbe i confini, trovava necessarie Genova, Lucca, Livorno, onde impedire gli sbarchi de’ perfidi Inglesi.

A Genova, multata da’ Tedeschi che se n’andavano e da’ Francesi che vi venivano, afflitta in conseguenza dell’assedio da un’epidemia, per cui l’ordinaria mortalità di tremila settecento crebbe a dodicimila cinquecento, fu dai Francesi trattata come vinta, pur affidata dell’indipendenza; ma riformasse la propria costituzione sul modello consueto. Buonaparte nel 1802 la approvò eleggendo doge Girolamo Durazzo, ma aveva detto: — Genova è destinata a formare marinarj; ha seimila uomini sulle squadre, ed io n’ho bisogno», e la volle. I patrizj, spinti dal Saliceti che dimostrava impossibile sostenere l’immenso lor debito[68], gliel’offersero, si aprirono gl’ingannevoli registri, dove pochissimi ebbero coraggio di votare per l’antico stato, e il doge Girolamo Durazzo andò a Milano a supplicare Napoleone «accordasse ai Genovesi il bene di divenire suoi sudditi». Metteva alcune condizioni a cui non si badò. L’arcitesoriere Lebrun mandato a sistemarli, era uomo moderato e prudente; ma quando egli palesò lo scontento de’ Genovesi e le loro ragioni, Napoleone rispose: — Ho riunito Genova per avere de’ marinarj. Chi può governare popoli senza scontentarli in sulle prime? In fatto di Governo, giustizia vuol dire forza: sarei io così barbogio d’avere paura del popolo di Genova? La sola risposta che vi fo è Marinari, marinari»[69].