Lucca, sovvertita nel 1800, dagli avvicendati conquistatori spogliata di denaro e d’armi, nel 1801 fu ordinata in repubblica democratica dal Saliceti, al quale in più volte quel tesoro sborsò brevi manu 618,750 lire[70]. Così pagavasi la libertà. Divenuto imperatore Buonaparte, que’ cittadini furono tratti a domandargli una nuova costituzione, e col mezzo de’ soliti registri presso le parrocchie, il corpo degli anziani e il popolo chiesero signore (23 giugno) Pasquale Baciocchi ed Elisa cognato e sorella di Napoleone, ai quali parea poco il già attribuito principato di Piombino; avrebbero la lista civile di quattrocentomila franchi; un consiglio di Stato, un senato di trentasei membri: faceasi l’unica riserva di restare esenti dalla coscrizione, ma tutti i cittadini sarebbero sistemati militarmente. E così quest’aristocrazia di jeri trangugiavasene un’altra di seicentotrentanove anni. A Lucca furono annesse per l’amministrazione la Lunigiana ed anche Massa e Carrara, feudo ducale dell’Impero; caricavansi due milioni di lire al piccolo principato; il quale però, per ordine di Napoleone abolendo i quindici conventi d’uomini e diciassette di donne, i capitoli, le confraternite, i luoghi pii e fino i semplici benefizj laici, acquistava un patrimonio di venti milioni. Con questi la vivace ed ingegnosa Elisa, oltre tesoreggiare per sè, dotava spedali, soccorreva a poveri e invalidi, aprì strade, incoraggiò artisti e studiosi e l’Accademia, che cominciò l’importantissirna pubblicazione dei documenti della storia patria; provvide d’acque la città, riformò le leggi penali e la procedura[71].

Nella pace coi Borboni di Spagna, Buonaparte avea stipulato che il duca di Parma divenisse re d’Etruria: ma egli non accettò il baratto; e quando morì nel 1802, Francia fece occupare il ducato, serbandolo come un allettativo sia al papa che chiedeva un compenso alle rapitegli Legazioni, sia alla Casa di Sardegna, sia all’Etruria che, incorporando questo paese, sarebbe divenuta la seconda potenza d’Italia. La rottura colla Russia avendo poi dispensato dai riguardi, fu aggregato alla vigesimottava divisione militare della Francia, poi ridotto a dipartimento del Taro. La repubblica Etrusca convertita in regno, fu investita a Lodovico infante di Spagna, figlio del duca di Parma, il quale ne trovava sconfitte le finanze, esorbitanti le imposizioni, interrotto il commercio perchè gl’Inglesi minacciavano da Porto Ferrajo; abbandonata l’agricoltura, soldati da costare un milione al mese, eppure necessaria ancora la guarnigione francese; nel 1801 l’entrata portava dodici milioni contro la spesa di sedici, e la Corte fu sin ridotta a far coniare i proprj argenti. La vera regnante era Luigia figlia del re di Spagna, tanto più quando, al morto padre, succedette Carlo Lodovico (1803 27 maggio) di quattro anni. Ai liberali costei metteva i brividi ripristinando le fraterie, le libertà clericali, di coscienza, di corrispondenza col papa, l’indipendenza de’ vescovi coll’ispezione sui libri e sui luoghi pii; la deploravono santocchia e raggirata, e le apponevano di avere «spezzato il suo scettro, e buttatone la metà nel Tevere».

L’isola d’Elba rimase alla Francia, spogliandone la famiglia Buoncompagni, i cui avi n’aveano compro il dominio nel 1634 per un milione e cinquantamila fiorini, e che allora ne ritraeva ducensettantatremila l’anno.

Vittorio Emanuele, succeduto re di Piemonte (1802 4 giugno), si tenne in Sardegna, e avendo gl’Inglesi offertagli guarnigione e’ la ricusò per non dare appicco di querela a Napoleone. Eppure questi non cessava di lamentarsi perchè ricoverasse navi britanniche, e servisse al contrabbando. Secondo gli accordi di Tilsitt colla Russia, avrebbe dovuto riavere gli Stati di terraferma o un compenso, e Napoleone glielo esibì sulle coste d’Africa; poi guastatosi colla Russia, neppure a questa celia badò, e tenne il Piemonte come ventisettesima divisione militare sotto l’amministrazione di Jourdan, distribuito ne’ dipartimenti di Po, Marengo, Sesia, Dora, Stura. Concessa amnistia ai fautori degli antichi re; soppressi gli Ordini religiosi; coscritti quattromila giovani; assettata la taglia fondiaria a nove milioni di franchi, e la personale a un milione e ducentomila; soppresse sei abadie e nove vescovadi, restando solo quelli di Saluzzo, Acqui, Asti, Alessandria, Vercelli, Ivrea, Mondovì e Cuneo, colla periferia stessa de’ dipartimenti, e suffraganei all’arcivescovo di Torino, non più a quelli di Genova e Milano.

Il Governo del Piemonte e del Genovesato fu più tardi (1808) eretto in gran dignità dell’impero, a favore del principe Borghese, cognato dell’imperatore; il quale così traeva la Francia dai limiti naturali, e stabiliva un altro dominio forestiero in quell’Italia che dai forestieri egli avea promesso riscattare[72]. E già col professarsi successore di Carlo Magno, palesava aspirare a un predominio; e coll’occupare nuovi Stati anche dopo la coronazione, parve gettare il guanto. Tutti dunque i dominanti ne protestavano; Pitt, ministro inglese, ottenuti settantacinque milioni per sostenere la sicurezza delle Potenze europee, e collegatosi colla Russia propone (1805 aprile) che Napoleone sgombri il nord della Germania, l’Italia, l’isola d’Elba; Olanda, Svizzera, Napoli sieno lasciate indipendenti; ripristinato il re di Sardegna, al quale si aggiungerebbero Genova ed eventualmente il Lionese e il Delfinato; restituite Firenze e Modena ai prischi dinasti, e all’Austria la Lombardia, cresciuta col Veneto[73].

Patti simili appena si possono imporre dopo irreparabili sconfitte: pure fu il programma a cui si attese in dieci anni di guerra. Alla quale tutta Europa sorgeva, avendo per tesoriere l’Inghilterra, per retroguardo la Russia; e non più per estinguere la libertà in un paese che se l’era conquistata, bensì proclamando l’indipendenza dei popoli contro un’ambizione che la pericolava. Era insomma la Rivoluzione che proclamava i proprj trionfi per bocca dell’esercito coalizzato contro di lei.

L’Austria mise in essere trecenventimila guerrieri; e ricevendo dall’Inghilterra settantacinque milioni per quell’anno, si assunse l’impresa d’Italia, mandò sull’Adige cenventimila uomini coll’arciduca Carlo, altri trentacinquemila coll’arciduca Giovanni in Tirolo, per connetterlo coll’esercito di Germania, a cui gl’imperadori Francesco e Alessandro farebbero una terribile retroguardia in Moravia e Gallizia; Russi e Inglesi doveano sbarcare a Malta e Corfù, e uniti co’ Napoletani, opprimere i trentamila Francesi che presidiavano Terra d’Otranto, e spingersi in su per l’Italia fino a congiungersi cogli arciduchi. Napoleone sentì che «gli bisognava un altro Marengo, e subito»; e con uno di quei colpi arditi che solo l’esito giustifica, gira alle spalle di Mack (1805 8 7bre), famoso per le rotte napoletane, lo chiude in Ulma, e fa prigionieri trentatremila Austriaci senza stilla di sangue. Obbrobrio, che fu chiamato tradimento, e il generale condannato ai lavori in una fortezza.

Il principe Carlo, udita la turpe capitolazione, per proteggere Vienna abbandona l’Italia; onde Massena, che con trentamila uomini occupava Verona, cresciuto di coraggio, lo attacca a Caldiero (19 9bre); per tre giorni combattendo con grande strage, e inseguendolo fin oltre le Alpi, non solo toglie all’Austria tutte le terre italiche eccetto Venezia, ma occupa Trieste, Gorizia, Gradisca, Villac, e quivi si congiunge con Ney; i Francesi sono a Vienna, e Napoleone ad Austerlitz (2 xbre) riporta una vittoria, dove restarono quarantamila Russi e Austriaci feriti o morti, nove generali e ottocento uffiziali prigionieri, e a Presburgo obbliga Francesco II alla pace (26 xbre). Separare l’Italia dalla Francia, ed escluderne l’Austria rimettendo repubblica Venezia, togliendole il Tirolo e la Svevia, in modo che fosse discostata dal regno d’Italia, dalla Svizzera e dalla Germania meridionale, pareva a Talleyrand l’unico modo di spegnere le guerre, da secoli alimentate per le pretensioni de’ Tedeschi sul bel paese; l’Austria, padroneggiando tutto il corso del Danubio e parte delle coste del mar Nero, diverrà vicina e perciò emula della Russia, quanto allontanata dalla Francia, e perciò sua alleata. Napoleone non volle nè guadagnarsi il vinto nè distruggerlo, fedele al sistema suo d’indebolire i territorj, col quale non fece che creare malcontenti, e condannare se stesso a combattere sempre coloro che non sempre potrebbe vincere; laonde le sue paci furono quasi tappe dell’esercito. Dall’Austria fece dunque cedere al regno d’Italia Venezia colla Dalmazia e l’Albania, alla Baviera il Tirolo, e pagare cenquaranta milioni per le spese. Tali scambj di dominio scioglievano i legami tra popoli e re, ed irritavano oltraggiando le nazionalità.

Al cadere della Repubblica veneta, il procuratore Francesco Pésaro, che n’era stato uno de’ più devoti, vi venne pienipotente dell’Austria, sicchè gli uni stupivano che l’imperatore ad un patrizio concedesse piena autorità nel proprio paese; gli altri esecravano il Pésaro d’aver accettato di comandare a quelli che testè erano suoi pari, e di rappresentare la straniera dominazione nel paese di cui avea difeso la libertà; altri invece il glorificavano d’essersi così messo in grado d’alleviare i mali della patria: ma dopo pochi giorni egli morì. Altri patrizj non tardarono a conciliarsi coll’Austria e servirla; e Zusto, Contarini, Erizzo, Gradenigo, Almorò Tiepolo, Giustinian, Quirini Stampalia accettando alti impieghi, diminuirono il ribrezzo del dominio forestiero. La guerra dell’800 avea conturbato la terraferma; e i patimenti, gli esigli, il mal cibo vi svilupparono il tifo, del quale molti morirono, fra cui il friulano medico Capretti che l’avea studiato e curato.

Ora Venezia acquistava un terzo padrone in otto anni; riceveva la costituzione di Lione (1806 3 febb.) e le altre forme del regno italico; ed Eugenio vicerè andava ad accogliervi il giuramento e le feste. Vi venne poi Napoleone stesso (1807 29 9bre), e vi godette lo spettacolo ond’era più ghiotto, di una vistosa forza marittima; emanò molti ordini per la salute e il prosperamento di quella città, riconobbe cento milioni che la Repubblica doveva alla zecca e al banco, un quarto pagandone con beni demaniali, il resto iscrivendo sul Monte Napoleone; fece ingrandire il porto, che volea rendere atto a bastimenti grossi, incaricando Lessau d’una via diretta per trarre dall’arsenale in mare vascelli da 80; munì le lagune coi forti di Marghera e e Bróndolo; assegnò centomila lire annue a riparare i porti e i canali. Allora venne aperto un giardino pubblico, abbattendo edifizj ricchi di pitture e di sepolcri; si eresse un palazzo regio: Antonio Selva, scolaro del Temanza, ridusse la Carità ad accademia di belle arti, a cui fu preposto Leopoldo Cicognara ferrarese. Malgrado di ciò, e sebbene decorata del titolo di seconda città del regno e portofranco, Venezia si vide tolto ogni commercio, perito sin il traffico delle conterie, e i beni nazionali non trovando compratori che lo Stato o forestieri.