Solo Padova aveva accolto l’imperatore col silenzio, che è la lezione dei re; ed egli, che non era uomo da inghiottirsela, maturava il castigo, quando la città spedì il Cesarotti a placarlo: accolto con amorevolezza, fatto sedere a tavola fra l’imperatore e il vicerè, blandito con decorazioni e pensioni, il perdono lo ripagò colla Pronea. Ma Vittorio Barzoni di Lonato già prima nel Solitario delle Alpi avea posto a dialogare un entusiasto della rivoluzione e un Veneto, una volta assalì il Villetard con una pistola: fu fatto passare per pazzo; ora non perdonando a Napoleone il tradimento di Venezia, lo descrisse sotto il personaggio di Flaminio ne’ Romani in Grecia, e collocatosi a Malta, perseverò nell’infervorare gli odj contro di esso[74].

Restava ancora il regno d’Etruria; e la regina Luigia, repugnante da Napoleone e come borbonica e come devota, lasciava che merci coloniali e manifatture inglesi, coperte dalla bandiera americana, affluissero a Livorno, donde si propagavano ai mercati di Roma, di Napoli, dell’alta Italia, anzi sin alla fiera di Lipsia. Napoleone non volle soffrire questa disobbedienza, e ordinò al generale Miollis di marciare sopra Firenze, indi a Livorno, e sorprendervi le merci inglesi; poi col trattato di Fontainebleau (1807 30 agosto) assegnava le provincie settentrionali del Portogallo in cambio dell’Etruria, la quale veniva riunita alla Francia, e divisa nei dipartimenti dell’Arno, del Mediterraneo, dell’Ombrone.

La pia donna neppure udienza potè avere da Napoleone a Bajona; fu lasciata prendere e ammobigliare una casa a Passy; poi quando montava in carrozza per condurvisi, un uffiziale la impedisce; le vengono assegnate quattrocentomila lire, ma le si stentano, e le sono usate cento soperchierie. Domanda di passare a Parma suo dominio, e n’ottiene promessa, poi invece la fermarono a Nizza. Dopo spossessati i reali di Spagna, mandò a Londra alcuno per far valere le proprie ragioni: ma il duca di Rovigo ministro di polizia arrestò Francesco Sassi della Tosa e Ghifenti di Livorno, e come colpevoli di tale incarico, li fece condannare a morte, eseguita sul Ghifenti; la regina come rea d’aver tentato fuggire, venne chiusa nel convento de’ santi Domenico e Sisto a Roma colla figliuola; Miollis le fece levare sin i giojelli, le assegnò duemila cinquecento lire al mese, e sol qualche volta lasciavale vedere il figliuolo alla presenza di testimonj. Ella scrisse le proprie memorie.

Menou, soldataccio d’Egitto che aveva sistemato alla peggio il Piemonte, fu messo a regolare la Toscana, temperato è vero da una giunta di buone persone, fra cui il Degerando, che i severi ordini imperiali moderava alla mitezza toscana: ma il peggior male di quei tempi era l’incessante cangiare d’ordini e padroni pel talento d’un solo, trattandosi le nazioni come fattorie, gli uomini come armenti. In fatti ben presto un senatoconsulto (5 marzo 1809) erige i dipartimenti toscani in dignità dell’impero, col titolo di granducato, investendone Elisa sorella di Napoleone, alla quale parea scarso il principato di Lucca e Piombino; la lingua italica possa adoprarsi promiscuamente alla francese negli atti; cinquecento napoleoni ogni anno siano premio agli autori, le cui opere meglio contribuiscano alla purezza della lingua; a custodire la quale fu rinnovata l’Accademia della Crusca[75].

Allora si videro, contro gli usi leopoldini, inceppata la circolazione delle merci, del frumento, del vino, fissati i prezzi delle vittovaglie, posti nuovi balzelli, introdotta la coscrizione; insieme si portarono via altri quadri[76], i codici e la tipografia orientale. Pure vennero favorite la coltura del gelso e le manifatture delle berrette a Prato, degli alabastri a Volterra, dei coralli a Pisa e Livorno, de’ cappelli di paglia a Firenze; i beni tolti alla corporazione servirono a spegnere il debito del Monte Comune; il codice napoleone emendò molti abusi del leopoldino. Non pochi Toscani furono chiamai a Parigi in uffizj, e principalmente don Neri Corsini consigliere di Stato, e Vittorio Fossombroni senatore. I dicasteri corrispondevano direttamente col ministero di Parigi; talchè la granduchessa Elisa, non figurando se non nelle pompe, e vedendo alle sue proposizioni non darsi retta a Parigi, si limitava a sfoggiare in lusso e in beneficenze.

La più nobile creazione di Buonaparte fu il regno d’Italia. Già nella pace di Presburgo aumentato di vastissimo territorio e dell’Adriatico, nel 1808 vi furono annesse le legazioni di Romagna, a’ cui deputati in Parigi Napoleone diceva: — Gli ecclesiastici regolino il culto e l’anima, insegnino teologia, e basta. Italia scadde dacchè i preti pretesero governarla. Sono contento del mio clero d’Italia e Francia; ma se ne’ vostri paesi qualche fanatico od ambizioso volesse valersi dell’ingerenza spirituale per turbare i popoli, io saprò reprimerlo».

Dalla Baviera si fe cedere il Tirolo meridionale, e col nome di dipartimento dell’alto Adige lo congiunse al bello italo regno, che così, oltre l’antico Stato di Milano, comprendeva il Novarese, la Lomellina, il Vigevanasco tolti al Piemonte, la Valtellina con Chiavenna e Bormio tolte ai Grigioni, il Bergamasco, il Bresciano, la riviera di Salò, il Veronese, il Polesine di Rovigo, il Vicentino, il Padovano, il Veneto, il Friuli, il Trevisano, il Cadorino, il Feltrino, il Bellunese tolti a Venezia, il Tirolo meridionale, cioè Roveredo, Trento e Bolzano; e Reggio, Correggio, Novellara, Guastalla, Modena, Mirandola, Carpi, il Frignano, parte della Lunigiana, le legazioni di Ferrara, Bologna, l’Emilia, la marca d’Ancona, il ducato d’Urbino, Macerata, Camerino, gli Stati liberi di Sanseverino, Fabriano, Loreto, Sassoferrato, parte del Perugino, i Governi di Fermo e d’Ascoli, la presidenza di Montaldo. Formavano ventiquattro dipartimenti[77] suddivisi in distretti, e questi in cantoni; contenendo 2303 Comuni con settantanove città, sei milioni e mezzo d’abitanti sulla superficie di 83,447 miglia quadrate. Ed erano de’ più grati e varj paesi d’Italia, con laute pianure e boscose montagne, con gelsi e castani, abeti e ulivi, praterie e risi, miniere d’ogni metallo, acque medicinali, vene di marmi, coi bei fiumi Po, Adige, Mincio, Ticino, Adda, Reno, coi laghi alpini, con stupendi canali e irrigue derivazioni. Il vicerè Eugenio, al quale l’imperatore avea data, anzi imposta per moglie una principessa di Baviera, tanto bella quanto savia[78], aprendo il senato consulente (1807 1 aprile), si congratulava che, invece di tanti staterelli senza coesione nè forza, vi fosse oggimai una nazione italiana d’un medesimo spirito, sotto il medesimo scettro.

Quando mai la speranza d’unità entrò più ragionevolmente negl’Italiani? I quali allora imparavano a congiungere il rispetto alla legge coll’amore della rivoluzione. Cancellati 18 secoli di storia, la federazione soccombeva alla dittatura francese: per tutta Italia uniformità di leggi, di codici, di idee; la vanità conducea gli aristocratici nelle anticamere dei villani rivestiti, e la perdita delle libertà era compensata dal trionfo dell’eguaglianza. Ma tutto ciò era dato, non acquistato; Napoleone considerava il paese nostro come consacrato al meglio della Francia, l’accresceva o mozzava a volontà, costituiva e disfaceva signorie, pur sempre lasciando sperare che, alla nascita d’un secondo figlio, assicurerebbe l’indipendenza italiana[79].

Il Governo napoleonico si bilicava tra l’eguaglianza civile che accordavalo colla democrazia, e la gradazione gerarchica che secondava le idee d’ordine e stabilità. Il capo supremo dello Stato, eletto dal popolo, rappresentante della nazione, unico potere ereditario; tutti gli impieghi e le dignità eletti da lui secondo il merito. Il vicerè comandava l’esercito e la guardia nazionale, nominava agl’impieghi fino al viceprefetto e al tenente, e presedeva al consiglio di Stato e ai lavori de’ ministri; godeva estesi poteri, ma sempre legati alla sovrana volontà. Seguivangli le gran dignità, fra cui contavansi gli arcivescovi di Milano, Venezia, Ferrara, Bologna; tutto disposto per lo splendor della Corona che doveva imitare la francese, ad essa appartenevano due palazzi di Milano, quelli di Monza, Mantova, Modena, Venezia, quelli dei Bargnani a Brescia, dei Caprara a Bologna, dei Pisani a Stra, con larghe caccie riservate, massime ne’ boschi del Ticino e nel parco di Monza, ampliato pel giro di tredicimila metri[80]. Oltre la guardia d’onore e i veliti, una folla di cortigiani dovevano prestare servizio alla persona del vicerè, e di sua moglie; ventotto ciambellani, ventiquattro dame, dodici scudieri, sedici paggi dipendevano dal gran maggiordomo e dai prefetti di palazzo, e si godeva contarvi i nomi de’ Cicogna, de’ Serbelloni, de’ Trivulzj, dei Borromeo, dei Bentivoglio, dei Frangipane, dei Visconti, dei Montecuccoli, dei Mocenigo, dei Michiel, dei Gradenigo, dei Martinengo.

Modificando alla monarchia lo statuto, il corpo dei consultori fu convertito in senato consulente, che dovea votare sopra gli statuti, le leggi, l’operare de’ ministri, i bisogni della nazione, gli abusi della libertà civile: e in esso raccoglieansi gli uomini insigni, a pompa non a temperamento, nè tampoco a consiglio, giacchè nessuna libera sentenza v’era ascoltata. Il corpo legislativo di giuniori ed anziani dovea votare alla muta; ed una volta essendosi avventurato a qualche appunto sopra la nuova legge del registro, Napoleone si stizzì contro questi poltroni[81], e al Taverna presidente scrisse da Boulogne l’agosto del 1805: — Le assicurazioni devote del corpo legislativo viepiù gradisco, quanto la sua condotta mi mostrò che non camminava nella mia direzione. Io mi servo delle cognizioni de’ corpi intermediarj, ogniqualvolta tendano dov’io; qualora nelle deliberazioni porteranno spirito di fazione o turbolenza, o intenti contrarj a’ miei, non coglieranno che vergogna, perchè loro malgrado io compirò quello che mi parrà necessario all’andamento del mio Governo, e alla grande idea di ricostituire e illustrare il regno d’Italia». Pure il corpo legislativo potea porre qualche limite all’arbitrio dei ministri; onde fu abolito non per decreto, ma unicamente col depennare nel bilancio le spese che lo concerneano: e gl’Italiani poterono chiarirsi che erano meri nomi la costituzione, il tribunato e i censori di quella[82]; tutto riduceasi ai decreti di Napoleone e del vicerè.