Il consiglio di Stato discuteva le leggi, il culto, gli affari interni, le finanze, la guerra, la marina. Dai ministri restavano indipendenti le direzioni dell’insegnamento, delle pubbliche costruzioni, dell’amministrazione comunale e la Polizia. L’amministrazione era affidata a prefetti e viceprefetti, con esteso arbitrio. Ai Comuni maggiori presedevano un podestà triennale, e sei o quattro savj: ai minori un sindaco annuo e due decani. Due volte l’anno s’accoglievano i consigli comunali pel conto da discutere o da approvare. Il re poteva convocare il consiglio dipartimentale di trenta o quaranta membri: uno di undici possessori per ogni distretto determinava ciascun anno la sovrimposta. In ciascun dipartimento i collegi elettorali di possidenti, dotti, negozianti proponeano al Governo i membri del consiglio generale e i giudici di pace, i quali risolveano le controversie d’azione personale, o di cose mobili, o di polizia giudiziaria. I giudizj erano resi da una corte civile e criminale con dibattimenti pubblici, da cinque corti d’appello, oltre la cassazione che vegliava l’esatta applicazione delle leggi, non decidendo sui fatti particolari ma sulle sentenze dei tribunali. Nel Monte Napoleone fu consolidato il debito pubblico: l’unità di pesi e misure fu almeno decretata.

Quando l’Europa ammutoliva davanti al Massimo, che in tre giorni aveva abbattuto a Jena il regno di Prussia, e ad Eylau sconfitto il russo ed obbligatolo alla pace di Tilsitt, anche l’Italia mandò il patriarca di Venezia a ringraziare Napoleone della pace e della felicità procurata, e supplicarlo di beare di sua visita l’Italia, per lui viva, per lui diva. Venne in fatti (1807 7bre), e viaggiando interrogava, ma voleva risposte pronte come l’obbedienza; vere o no, poco importava: e quegli sguardi fulminei, e quell’affollamento soverchiatore di domande confondevano chi volesse riflettere prima di rispondere: in ogni provincia e città informavasi dei bisogni, e dava ordini e decreti, poco brigandosi poi dell’esecuzione. Ora ad una gran dama chiedeva se fosse la moglie di quell’appaltatore arricchito; or a un’altra se quel che l’accompagnava era il marito o l’amico di casa; ora quanti figli maschi avesse, quasi nelle viscere materne cercasse soldati.

Raccolti i collegi elettorali, si congratulò dei progressi che in tre anni si erano fatti, molto però rimanere per cancellare le colpe degli avi, le cui intestine divisioni e il miserabile egoismo di città affrettarono la perdita dei diritti; considerassero i Francesi come fratelli maggiori, e vedessero la sorgente e l’assicurazione della loro prosperità nell’unione della corona di ferro coll’imperiale. Queste lezioni ci dava. Insieme aspreggiò il Taverna presidente al consiglio legislativo, perchè gli si presentò in piccolo uniforme; domandò al ministro Spanocchi quanto si spendesse nella giustizia, e uditolo, esclamò, — Troppo»; e avendo quegli soggiunto, — Spende ben più il ministro della guerra, — Imbecille!» proruppe Napoleone, voltandogli le spalle, e nominò a succedergli il Luosi.

Consultati Romagnosi a Piacenza, Renazzi a Roma, Paolini a Pistoja, Cremani a Pisa, fu compilato un codice penale, e sottoposto all’esame delle varie corti di giustizia; ma dopo lunghi lavori, Napoleone che non sapeva aspettare, e che aveva mandato il senatore Abrial per organizzare la giustizia in due mesi, ordinò si attuasse qui pure il Francese, ove fa sentirsi la fierezza d’un Governo che esce da sanguinosa rivoluzione. Anche il codice di commercio fu traduzione del francese. Romagnosi «con altri giureconsulti pieni di dottrina e d’amore pel bene degli uomini e per la gloria del Governo italico[83], fu chiamato a compilare un codice di procedura che il francese mitigava con opportune cautele; e benchè non si avessero i giurati, la difesa pubblica fin per delitti di Stato temperava l’atrocità di quello, e formò prolissi parlatori anzichè oratori, se giudichiamo dalle arringhe messe a stampa.

Era dunque il regno un’edizione dell’impero, non governato da Italiani, sibbene per mezzo d’Italiani: ma quella operosità allettava o sbalordiva i popoli, che soffrivano di sentirsi dire tralignati perchè egli prometteva di restaurare le prische virtù; vedeano alle speranze e alle ambizioni aperto un campo; credevano men duro l’obbedire a colui che vinceva al Nilo come alla Vistola, al Tago come al Reno.

Al pari d’Augusto voleva egli favorire il sapere, purchè gli stesse ligio. Abolite le fraterie eccetto le suore della Visitazione, e ridotto l’insegnamento a libri e a lezioni uniformi, ne’ collegi e nei licei la gioventù nostra era allevata per farne soldati. Napoleone, che sapeva quanto importi recarsi tutta in mano l’educazione, raccolse a Parigi circa settecento giovani di ragguardevoli famiglie, di cui cenventisei erano dei dipartimenti italiani; semenzajo d’uffiziali e d’impiegati, e insieme ostaggi: altri vi chiamò per istruirli nelle arti meccaniche. Secondo il decreto della repubblica italiana si mantenevano a Roma dodici allievi a studiare belle arti; le favorivano le accademie di Milano, Bologna, Venezia, che colle spoglie de’ monasteri formavano gallerie. Un Istituto nazionale aveva attribuzioni effettive, invece di starsi a sbadigliare dissertazioni o mandare diplomi alle accorte mediocrità. Intanto operavasi ad abbellire le città: a Verona si sgombrarono l’Arena e l’arco de’ Gavj e de’ Borsari; a Milano si finì la facciata del Duomo, assegnandovi cinque milioni sulle proprietà di quello vendute; si spianò il Foro Buonaparte, ideando trasportarvi tutti gli stabilimenti pubblici e dicasteri, il che avrebbe sostituito una nuova alla città storica; e Antolini n’avea preparato il disegno tutto classico, ma non si fece che l’Arena, e si cominciò il magnifico arco del Sempione, che dovea poi portare il nome e i fasti de’ suoi nemici. Il Foppone vi era destinato ai cenotafj degli uomini illustri: si aprì la strada di circonvallazione; si fecero le porte Nuova e Marengo; s’istituì una scuola di musaici per eternare la deperente Cena di Leonardo, ch’erasi fatta copiare da Giuseppe Bossi; si commise a Fidanza di ritrarre tutti i porti del regno, ad Andrea Appiani di dipingere il palazzo reale e trentamila franchi per far incidere i suoi disegni della campagna d’Italia: si allogarono a Canova il Teseo per ornare la piazza reale e una statua dell’imperatore[84].

Nel palazzo di Venezia, Moro, Borsaio, Bertolani, Demin, Giani, Hayez ingegnavansi di emulare i grandi che aveano decorato le sale della repubblica: dal Beltrami di Cremona Napoleone faceva intagliare in un’agata il proprio ritratto, e Giuseppina in sedici corniole bionde la storia di Psiche, altri lavori Eugenio, e per imitazione i cortigiani; a Thorwaldsen fu commesso un gran bassorilievo del trionfo d’Alessandro pel palazzo Quirinale; ad Amici di lavorare nelle fonderie di Pavia uno specchio riflettore di cinque piedi di diametro. Napoleone assegnò ottomila lire ad Oriani, tremila a Volta, il quale volle andasse ad esporre la sua grande scoperta all’Istituto di Francia: nelle Università collocava uomini illustri, istituiva anche cattedre speciali, come a Milano quelle di letteratura per Salti, d’ostetricia pel Giani, di chimica pel Porati, d’alta legislazione pel Romagnosi, ove dare cognizioni di fatto e di ragione per norma alla legislatura e all’amministrazione pubblica: nel senato annicchiava i più rinomati, e ne ornava il petto colla corona di ferro e la stella d’onore. Il reggiano Luigi Lamberti grecista e bibliomano riceveva dodicimila lire per la magnifica edizione bodoniana di Omero; Strático, autore d’un dizionario di marina, sopraintendeva alle acque e strade; il repubblicano Compagnoni redigeva i protocolli del consiglio di Stato; quelli del senato Luigi Mabil parigino, divenuto diligente scrittore italiano; all’Accademia di belle arti era segretario lo Zanoja, all’Istituto Luigi Bossi; Gherardini compilava la gazzetta; Onofrio Taglioni di Bagnocavallo pubblicava il Codice Napoleone col confronto delle leggi romane; Melchior Gioja presso il ministero dell’interno ammassava la statistica di ciascun dipartimento; il fiorentino matematico Brunacci, lavorava al naviglio di Pavia, e meglio l’ingegnere Parea; Giovanni Rasori, negli ospedali militari e come protomedico, diffondea la dottrina del controstimolo; il Testa di Ferrara, autore dell’opera Sulle malattie del cuore, fu direttore generale degli ospedali; Marzari intraprendeva la descrizione geologica del Vicentino, del Bergamasco e de’ colli Euganei; Breislak, amministratore delle polveri, quella del Milanese; Brocchi sopraintendeva alle miniere, Gautieri ai boschi, Mengotti alle finanze e Cossali alle acque e strade del Veneto: Oriani misurava l’arco meridiano fra Rimini e Roma; nelle scuole militari insegnavano Collalto e Caccianini[85], in quella dei paggi Urbano Lampredi ellenista; Longhi incideva Napoleone ad Arcole e il ritratto del vicerè con mirabili piume; una compagnia drammatica reale, diretta da Fabrichesi, atteggiava le migliori commedie e tragedie; Bonifazio Asioli da Correggio dirigeva il conservatorio di musica; Salvatore Viganò facea stupire cogli epici suoi balli, come Rossini colle strepitose armonie.

Era ministro della giustizia Luosi, destro modenese, di molta sapienza legale e sostenitore dello stretto diritto; segretario di Stato Aldini, che come professore a Bologna aveva acquistato nome di valente giurista; Moscati, esperto chimico, presedeva all’istruzione pubblica; alle acque e strade Paradisi reggiano[86], figlio di Agostino poeta, e scrittore felice egli stesso, che avventatosi de’ primi nella rivoluzione, si costituì mecenate degli scrittori liberali, favorì Buonaparte a diventare re, e ne fu fatto conte e gran dignitario; e adempiva la raccomandazione ch’e’ solea fare a ministri e ambasciatori — Tenete buona tavola e mostratevi garbati colle donne». In fatto alle sue cene adunavasi quanto v’avea d’eletto nel regno, e vi si tesseano gli intrighi letterarj a favore delle mediocrità e a depressione di chi osasse tenersi indipendente.

Vi primeggiava Vincenzo Monti da Fusignano, poeta de’ migliori fra l’antica scuola, finchè gli avvenimenti nol tolsero dai soggetti arcadici per lanciarlo nell’attualità, donde trasse e gloria e disonore, perchè, invece di signoreggiare gli eventi col carattere, vi si abbandonò. Sul trucidato Bassville fece un poema, ove conducea l’ombra di questo a vedere i mali e gl’infiniti guaj di Francia, bestemmiando i capi di quella, già solcati dal fulmine di Dio. Francia invece trionfa, improvvisa repubbliche nell’alta Italia, donde violenti sarcasmi sono avventati al cantore della tirannide; ed egli, più insofferente degli emuli nel proprio paese che pauroso de’ nemici nell’altrui, viene nella Cisalpina, e di sua conversione dà prova in articoli e canzoni, spiranti esagerazione feroce. Un’ode, ove impreca al «sangue del vile Capeto, succhiato alle vene dei figli di Francia che il crudo tradì», rimarrà immortale quanto il poema in cui lo deplora come il «re più grande, il re più mite».

Dalla morte del matematico Mascheroni deduce un altro poema a strazio dei Bruti e dei Licurghi della repubblica Cisalpina, allorchè questa perisce, va esule e trae nuovi spettri a bestemmiare quel Direttorio che non soccorre la diroccante Italia; inneggia la vittoria di Marengo, assicurando che il giardino di natura non è pei Barbari, e che dove è Buonaparte son vittoria e libertà. Questo Buonaparte ch’egli salutava «rivale di Giove perchè rivali in terra non poteva avere», numera le vittorie coi giorni, e il Monti le canta, invocando che Giove lo assuma tardi ai meritati onori dell’Olimpo: appena si accorge che Buonaparte aspira alla corona, glielo fa consigliare da Dante, benchè sapesse che tutt’altro era il voto della nazione[87]; e ne ebbe una tabacchiera d’oro, cinquemila franchi, la croce di cavaliere e titolo e pensione di storiografo. In tale qualità applaudiva ad ogni avvenimento di quella Corte, colla Jerogamia di Creta alle nozze di Napoleone, colle Api Panacridi al figlio che ne nacque, colla Spada di Federico e col Bardo della selva nera alle vittorie, ammantando l’adulazione con isfolgorante mitologia, interrotta da comparse di ombre, e avventando all’Inghilterra imprecazioni ch’erano parte necessaria dell’adulazione.