E l’adulazione era profusa da una letteratura obbligata a fare l’esercizio e presentare l’arme; sicchè nè feste sacre, nè gioje private, nè discorsi d’accademia o di scuola poteano passare senza incensi al regnante e ai ministri. Quirico Viviani preparava canzoni, con cui i coscritti dovessero esalare un entusiasmo che non provavano; applaudivano all’eroe il dilombato poeta Luigi Cerretti reggiano, e il didascalico Arici, e Perticari, e Carlo Porta, e Angelo Mazza, e l’improvvisatore Gagliuffi, e Bettinelli, e Paolo Costa; Gianni era improvvisatore imperiale con seimila lire l’anno; Sgricci facea stupire coll’improvvisare tragedie, ajutato da bella voce e mirabile pronunzia[88]. Bottazzi traduceva in latino le adulazioni del Monti, e sino il Codice fu voltato in esametri: Stefano Petroni napoletano fece la Napoleonide, con cento medaglie emblematiche, illustrate da altrettante odi: e l’adulazione non parea avere bastanti formole a lodarlo, neppure chiamandolo Dio[89]. Scriveva il Giornale italiano un Guillon lionese, che avendo parlato contro Fouché, fu messo prigione, poi relegato in Italia, ove gl’Italiani dichiarava inetti alla filosofia, alla tattica, alla poesia, alla musica, e li esortava a scrivere piuttosto in francese; laonde si credette o si finse di credere fosse incaricato dall’alto di preparare ad introdurre quella lingua negli atti. V’avea commedia francese stipendiata; in francese usavasi la conversazione, perchè così alla Corte: riconosceansi come invenzione o introduzione francese istituti, franchigie, garanzie che da un pezzo erano in vigore fra noi, con nome e forme nazionali.
Non sempre le adulazioni erano viltà, giacchè l’uomo si compiace d’ingrandire quello cui è sottomesso, quasi a scusa del suo obbedirgli; ma guaj a chi osasse non incensare e conservare il silenzio! Un giornalista Lattanzio, che non lasciò contro al Paradisi, avventò i Costumi della rivoluzione, avendo presagito le ambizioni napoleoniche, fu posto nei pazzarelli. Ebbe gli arresti Giambattista Giovio, perchè si credette peggiorativo il termine di fetuccia da lui dato alla decorazione della corona ferrea. Alcuni versi di Ugo Foscolo nell’Ajace, ove deplorava l’avere tratto tanta gioventù a «giacersi in esule tomba e vivere devota a morte», fecero proibire quella tragedia, punire il censore, e relegare l’autore in Toscana[90]. Avendo il Lampredi criticato un elogio funebre del Compagnoni, gli si intimò non censurasse opere d’impiegati regj. Il capitano Ceroni per avere poetato sull’indipendenza italiana, fu messo agli arresti[91]; involto nella disgrazia sua il generale di brigata Tullié, credutone complice. Chi non volesse lasciarsi schiacciare dalla forza, era schiacciato dall’opinione, atteggiata nei circoli de’ ministri, nei caffè, nei ridotti, nelle loggie massoniche, nelle consorterie letterarie.
Per verità, distrutto tutto il passato, a chi non volesse accettare la rivoluzione, non restava che di rimpiangere e isolarsi: trista figura in una società gaudente, nella quale invece esultavano abbondanzieri impinguati sulle forniture militari, ricchi improvvisati colle spoglie di luoghi pii, bagasce pompeggianti. Le loggie dei Franchimuratori erano divenute stromento di Governo, e basti dire che Giuseppe Buonaparte era granmaestro dell’ordine; granmaestro aggiunto Murat; Beauharnais venerabile nella loggia di Sant’Eugenio, poi granmaestro in quella di Milano, e sovrano commendatore del supremo consiglio del trentesimosecondo grado; i ministri e primarj impiegati del regno v’erano ascritti; e impieghi e onori si distribuivano a suggestione della società.
Insomma adopravasi ogn’arte per illudere l’opinione; e per verità non tutto era illusione. Ingegneri francesi lavoravano la via del Moncenisio, e con italiani quella del Sempione, sulla cui galleria fu scolpito Al re italico, si cominciò la via della Cornice tra Genova e Nizza; Carlo Mallet gittò un ponte sul Po a Torino; si apersero due strade dal Veneto al Tirolo; altre nell’Alpi e negli Appennini, oltre le comunicazioni interne. Il canale di Bologna accorciò di venti miglia il corso del Reno, e dopo Cento lo immetteva nel Po; quel di Pavia congiunse il lago di Como e il Maggiore coll’Adriatico; se ne progettò uno dal lago d’Iseo a Canneto che metterebbe in comunicazione la valle Camonica col mare; quello del Mincio univa i laghi di Garda e di Mantova; e un più grandioso fu divisato dal conte di Chabrol fra Alessandria e Savona, valendosi del Tánaro e della Bormida per congiungere l’Adriatico al Mediterraneo. Prony e Sganzin ebbero ad esaminare i porti di Venezia, di Ancona, di Pola, di Ragusi; uno ne fu costruito a Genova; il golfo della Spezia dovea divenire un porto immenso, spendendosi venti milioni pei lavori di difesa, cinque per fare la nuova città, uno pe’ sei cantieri. Insomma dal 1805 al 14 in opere nuove e manutenzione il ministero dell’interno erogò settantacinque milioni[92].
Tutto poi che faceasi in Francia s’imitava qui pure, onde avemmo gabinetto numismatico e conservatorio di musica; educandati femminili a Milano, Verona, Bologna; scuola di veterinaria, d’acque e strade, di genio militare, d’equitazione, di sordimuti; un’Accademia agraria e un liceo in ciascun dipartimento, ove alla futile letteratura[93] surrogavansi cattedre di storia e d’istituzioni civili, con solennità d’esami e pubblicità di premj, il cui più ambito effetto era l’esenzione dalla coscrizione: le Università di Padova, Pavia, Bologna fiorivano. Una stamperia reale fu eretta a Milano. Un magistrato presedeva alla salute pubblica, e si provvide alle tumulazioni intempestive o insalubri, all’innesto del vaccino, alle quarantene. Noi diligenze e messaggerie, noi telegrafi, noi case d’industria pei poveri, noi case di correzione e prigioni migliorate, noi pompieri, noi annue esposizioni e premj d’arti belle e d’industria. All’agricoltura si dava pensiero fondando scuole, sistemando la custodia delle selve, ordinando la vendita de’ beni comunali, ponendo a Monza un piantonajo. Gautieri scrisse sui boschi, Re sull’agricoltura, Dandolo sui vini e sui bachi da seta, Mabil sui giardini e su altri punti agricoli; incoraggiavasi la coltura del colsa, della patata, del lino, delle api, e chi cavasse zuccaro dall’uva o dalla barbabietola, coltivasse il cotone, o facesse macchine per filare questo o il lino o la canapa. Il toscano Morosi, dopo mandato a vedere i migliori opificj stranieri, piantò la prima filatura di cotone, regolò la manifattura de’ tabacchi, la polveriera a Lambrate, la fabbrica di falci a Castro, e principalmente le zecche di Venezia, Milano, Bologna, ove si coniava con macchine sue e di Gengembre. Si munirono Genova, le lagune venete, e Ancona; Alessandria dovea congiungersi con Milano, Tortona, Torino, formando una base alle operazioni militari, e un ricovero all’esercito e alle provvigioni, in caso che dovessero aspettarsi rinforzi da Francia. Tutto questo ed altro faceasi in tempo d’agitazione, fra concatenate guerre, fra insaziabile smania di nuovi acquisti.
La rivoluzione, quantunque fra noi trapiantata, non isviluppatasi nè maturata da lunghe lotte e da passi successivi e spontanei come in Francia, avea tuttavia diffuso molto di vero, di giusto, di generoso, di conforme ai tempi; dal cicisbeismo e dalle frascherie gl’ingegni furono richiamati ad occupazioni serie, agl’impieghi, al militare, al genio; nei consigli di Stato, nelle pubbliche arringhe rinnovavasi l’eloquenza politica: e una Corte fastosa, ministri magnifici, ambasciadori, istituto nazionale, scuole speciali, pompe frequenti, fabbriche grandiose orgogliarono Milano d’una prosperità di parata.
Ma troppo sentivasi come e popoli e principi non fossero che stromenti di Napoleone[94]. Egli erasi riservato sul regno d’Italia la somma di venticinque, poi trenta milioni per l’esercito; sei milioni erano dotazione della Corona, oltre i dominj particolari e pubblici; un milione pel vicerè, al quale pure destinava il ducato di Francoforte; le provincie di Dalmazia, Istria, Friuli, Cadore, Belluno, Conegliano, Treviso, Feltre, Bassano, Vicenza, Padova, Rovigo rimaneano feudi dell’impero francese, e col titolo di ducati l’imperatore le assegnò a suoi generali col quindicesimo della rendita di esse; oltre che l’imperatore vi si riservava quaranta altri milioni di fondi nazionali per l’uso stesso. Era un ritorno ai tempi del più servile feudalismo, alla brutale investitura della spada, alla differenza delle terre, e sviliva il suolo della nostra patria, facendola vassalla de’ Francesi. Fino i maggioraschi furono rimessi in vigore, e il titolo di barone; nuove lusinghe agli ambiziosi e mangiapane, scandalo ai liberali, che vedeano rinascere quelle aristocrazie che le nostre repubbliche aveano distrutte, e l’oppressione essere conseguenza della uniformità alla parigina. Titolati, ciambellani, consiglieri di Stato, ministri e loro attaccati predicavano la beatitudine del tempo[95]: ma tutto era un’imitazione o contraffazione della Francia la cui tirannica e instabile uniformità trovavasi imposta a tanti paesi di vita e carattere proprio; tutto sentiva della prepotenza soldatesca; quella suddivisione in tanti dipartimenti[96] cagionava una profusione d’impiegati e di spese; i prefetti erano piccoli sovrani: del che Napoleone non sa giustificarsi se non collo stato di guerra che sempre durò. Continuavasi anche ad asportare capi d’arte: e Venezia, a cui gli Austriaci nel 1805, emulando Napoleone, aveano tolto alcuni manoscritti, fra’ quali i Diarj del Sanuto, libri e quadri dovette dare al museo Napoleone[97]; altri le gallerie di Milano e Bologna. Nè dopo la consulta di Lione si trattò più politicamente dell’Italia, ma solo degl’interessi della dinastia; e Napoleone scriveva al vicerè: «I miei popoli d’Italia mi conoscono abbastanza per non dimenticare che il mio dito mignolo ne sa più che tutte le loro teste»[98].
Quasi presentendo la breve durata, ogni cosa faceasi a precipizio e coll’aspetto di rivoluzione, il che portava a mille arbitrj. Più disgustavano le enormi imposte e i modi d’esazione spesso aspri, talora assurdi; i salnitraj entravano in qualunque casa a raccogliere il nitro; si moltiplicarono le estrazioni del lotto; il registro colpiva le proprietà ad ogni trapasso. La taglia prediale, per la sola parte dell’erario importò denari settantuno e mezzo per scudo nel 1799, novantadue nel 1800, quarantotto nel 1802, quarantanove ne’ successivi, sessantuno nel 1805 e 6: inoltre più che duplicate le imposte comunali, per modo che nel 1811 la fondiaria gittò all’erario 51,581,130 lire, oltre 4,561,024 di parte dipartimentale, e 10,036,968 di comunale. Il dazio consumo nel 1805 fruttava lire 8,116,117; nel 1811 quindici milioni pei Comuni murati, e sette milioni per gli aperti: e non bastando al crescente preventivo, che negli ultimi anni sommò a cenquarantaquattro milioni, si ricorse al tristo spediente delle anticipazioni[99].
Ciascun ministro smaniava di presentare floridissimo il suo dipartimento, e collo spendere faceansi ammirare, mentre gl’imbarazzi e l’esecrazione ricadeano su quel di finanza. Giuseppe Prina avvocato di Novara, al re di Piemonte soprattutto inculcava l’alienazione dei beni ecclesiastici; poi venuta la rivoluzione e posto nel Governo piemontese, avea suggerito a Napoleone di staccarne il Novarese: questi, conosciutolo secondo il suo cuore, lo costituì ministro delle finanze. Tutto spedienti per soddisfare le crescenti esigenze dell’imperatore, non badava a reclami di popoli e di magistrati: scarso d’inventiva, non faceva quasi che tradurre in italiano le ordinanze francesi, e nel consiglio di Stato le sostenea coll’unica ragione che venivano di Francia: insensibile a ogni cosa fuorchè ai premj del sovrano, al quale non offriva mai i lamenti de’ popoli, ma gli applausi degl’impiegati, sapeva disporre i conti discussi con tal arte, da mostrare un non credibile fiore[100].
Napoleone, inebriato dagl’incensi di tutta l’Europa che stavagli a’ piedi, più s’indignava che l’Inghilterra osasse resistergli, ed esercitasse sul mare quella potenza ch’egli per terra. Risolse dunque imporre a tutta Europa (1807 xbre) che non ricevesse più nave nè merce d’Inghilterra, sicchè, non trovando più spacci alle sue manifatture e ai prodotti delle sue colonie, questa morisse di fame. Da Berlino prima, poi più estesamente da Milano emana quel decreto terribile; sia prigione di guerra ogni Inglese; di buona presa qualunque nave, merce, proprietà, magazzino di essi che venga côlto in paesi occupati; respinto ogni bastimento proveniente da porti britannici; non rispettato il vascello neutro che avesse subìto la visita inglese, il che impedendo le navigazioni dei neutri, diede l’ultimo colpo al commercio.