Gli uomini dovranno dunque condannarsi a privazioni insopportabili, i re spiegare un’assolutezza che non tutti hanno nè tutti vogliono usare; roghi accendonsi per ardere le derrate delle colonie, e le manifatture della perfida Albione: poi si vuol trarne guadagno col permettere alcuna parziale introduzione a chi paghi il cinquanta per cento al demanio imperiale; o si danno licenze particolari che mantellano il contrabbando, sicchè l’onesto negoziante va in ruina, mentre sterminate fortune fanno gli audaci. Allora si comminano dieci anni di lavori forzati e la berlina e il marchio ai frodatori; e l’enormità della pena fa che i giudici studiino di non trovare il delitto, benchè i delatori di professione crescessero e lucrassero fino quindicimila lire l’anno. Saccheggio, confisca, spionaggio ne conseguono in tutta Europa; violati magazzini e lettere; spente le città trafficanti; reso necessario un despotismo, qual neppure negl’impeti del Terrore; necessarie nuove guerre per avere in dominio o in dipendenza tutte le coste dall’Olanda alle Jonie.
Di qui lamenti e resistenze dappertutto; chiunque sente bisogno di caffè, di zuccaro, di china, di cotone maledice all’imperatore: le arti mancano di molti ingredienti e materie prime; il circondario confinante era sottoposto a interminabili vessazioni; la coltivazione del nostro canape restò per sempre rovinata, cercandolo altrove gl’Inglesi e gli Olandesi; il commercio, che ha bisogno della stabilità, barcollava fra sempre cambiati regolamenti; era un lusso la biancheria di tela cotone, il prendere il caffè o la cioccolata, e i gelati che sono una necessità ne’ meridionali; e intanto sulle piazze vedeansi bruciare balle di merci inglesi, impinguare contrabbandieri. Con questo errore economico Napoleone si pregiudicò più che con qualunque errore politico; giacchè tale violenza mettevalo in contraddizione con tutta la civiltà, pretendendo ridurre a traffico locale il commercio che già abbracciava l’intero mondo. Da quell’istante restò data una formola alla politica di Napoleone e a quella dell’Inghilterra; egli l’inceppamento, essa la libertà del commercio; e su questo titolo si chiarirono le guerre successive, non più di re ma di popoli, e perciò più difficili a vincersi.
Aggiungasi che la nostra industria era sagrificata alla francese; i trattati di commercio coll’impero tornavano a solo utile di questo, come avviene in tutti quelli tra il forte e il debole; inceppavansi le nostre manifatture perchè non mancasse sfogo alle francesi; i ferri e gli acciaj del regno si trovarono esclusi dal Parmigiano, dal Piemonte, dalla Toscana, dalla Romagna dacchè appartennero all’impero; le saje, i pannilani, le berrette, i tessuti di seta, d’oro, d’argento, i velluti, i damaschi che Venezia spediva in Levante, cessarono per la concorrenza de’ francesi.
Napoleone avrebbe ambito la potenza sul mare, ma non ne toccava che mortificazioni. Allestiva una fregata in Venezia? Appena lanciavasi in acqua, ecco gl’Inglesi bruciargliela. Pellew scorreva i due mari italiani, sempre minaccioso; coglieva le squadre di carico; presso Lissa nel 1811 sbaragliò la flotta francese prendendo le fregate la Corona, e la Bellona, mandando a male la Favorita, e salvandosi la Flora.
Questi mali faceano allora sconoscere il bene, come poi del solo bene si volle menar vanto. Che se nell’antica Lombardia l’amministrazione procedeva regolare, non così ne’ paesi nuovi abituati a lasso governo e a tenuissime taglie. Nei paesi a mare riusciva insopportabile la privativa del sale, condimento che la natura profuse, e che doveasi lasciare intatto per comprarlo caro dalla gabella, punito chi appena attingesse acqua dal mare. Nelle Legazioni fremeasi delle insolite gravezze, ed Eugenio proclamava: — Vi lagnate che ogni decreto pubblicato ne’ vostri dipartimenti è una nuova gravezza. Che? Non sapete voi leggere? vedreste al contrario come non v’ha un solo di questi decreti che non sia per voi un benefizio»[101].
La trapotenza de’ prefetti e il despotismo soldatesco disagiavano quel bell’ordine amministrativo; nella giustizia faceva orrore la fucilazione, inflitta a chi tenesse coltelli aguzzi, foss’anche per uso di tavola; la berlina e il marchio pareano voler togliere fin la possibilità di ravvedersi e rigenerarsi; il Bellani procuratore regio e il Luini presidente d’appello mandarono tanti al supplizio, che qualche giudice rinunziò all’impiego. Vi si aggiungano le corti speciali e la legge marziale. Eppure sempre durarono masnade, ingrossate da quelli che sotterfuggivano alla coscrizione. Nel 1805 la terra di Crespino nel basso Po, avendo tumultuato, fu messa al bando, e lasciata alla mercede d’un brigadiere di gendarmeria, finchè l’imperatore s’accontentò di perdonare se gli consegnassero quattro capi, di uno dei quali prese l’ultimo supplizio[102].
Nel Veneto molti piccoli possessori abbandonarono i fondi anzichè pagarne le taglie; i terreni abbandonati metteansi all’asta, e non trovandosi chi li comprasse, forza era restituirli da amministrare al possessore primitivo. Si affrettò dunque l’operazione del censo, che ridusse d’un quarto l’estimo, e si perdonò un milione e mezzo del debito. Nel 1809 s’introdusse un dazio sulla mácina, che con vessatorie cautele esponeva a violazioni e a tirannide. Fu un grido universale d’indignazione: alcuni lo repulsarono coll’armi, onde si dovette ritrattarlo; ma nei dipartimenti del Reno, del Panáro, del basso Po si piantarono tribunali, che fecero da trecento vittime. Altre sollevazioni avvennero nell’antico Friuli pei censiti ingiustamente (1806). Bartolomeo Passerini, curato della Vallintelvi sul lago di Como, credette che, dove Napoleone avea promesso l’indipendenza poi mentito, bastasse una voce per sollevare i popoli alla riscossa de’ loro diritti; e con pochi preti e villani e qualche fucile rugginoso e pali abbronzati, proclamò l’indipendenza. Un pugno di gendarmi bastò a sperdere quell’adunata, ma i capi furono guasti dal boja, benchè e giudici e avvocati li trattassero da romanzeschi e da pazzi.
Ma bisognava spaventare, diceano: e per verità, mentre Napoleone prodigava sangue, l’Inghilterra prodigava oro per suscitargli nemici dappertutto. Le Bocche di Cataro avrebbero dovuto, secondo i trattati, venire all’Italia; ma il marchese Ghislieri di Bologna, che le custodiva a nome dell’Austria, le consegnò ai Russi. Napoleone si pose al duro di non voler rendere Branau sull’Inn, tantochè l’Austria ebbe a pregare i Russi di cedere esse Bocche, le quali con la repubblica di Ragusi, occupata anch’essa col solito pretesto di preservarla dagl’insorgenti, furono aggregate al regno d’Italia. Ma realmente non stettero mai sottomesse: il generale Marmont, spedito a frenare i Croati e Montenegrini che incessantemente le rincorrevano, moltissimi ne uccise, ed essi uccisero e presero moltissimi soldati di Francia.
Altri nemici erano eccitati in Olanda, in Germania, nel Tirolo; le Calabrie rigurgitavano di briganti e di Carbonari; i re aveano imparato a valersi dell’armi popolari, e secondati dalle bande insurrezionali si accingeano a un nuovo duello (1809): l’Austria stessa, fatta assalitrice per la libertà dell’Europa, sollecitava i popoli di Germania e d’Italia a difendere la nazionalità. L’arciduca Giovanni, che campeggiava nel sollevato Tirolo, diresse a noi un proclama dicendo: — Italiani, voi siete schiavi della Francia; voi prodigate per essa oro e sangue; chimera è il regno d’Italia; realtà la coscrizione, i carichi, le oppressioni d’ogni genere, la nullità di vostra esistenza. Se Dio seconda l’imperatore Francesco, Italia tornerà felice e rispettata in Europa. Una costituzione fondata sulla natura e sulla vera politica, renderà il suolo italiano fortunato e inaccessibile a qualsiasi forza straniera. Europa sa che la parola di Francesco è sacra, immutabile, pura. Svegliatevi, Italiani, rammentatevi l’antica vostra esistenza! basti volerlo, e sarete gloriosi al par de’ vostri maggiori»[103].
Gli diedero ascolto alcuni in Valtellina, paese a cui la povertà rendeva insopportabili le imposizioni, massime del sale e del testatico; emissarj austriaci un Juvalta e un Parravicini vennero a sommuoverla; le autorità fuggirono (maggio); si tempellarono le campane; si volle polenta e vino e sale; ma dodici soldati di deposito sbrancarono quel tumulto; i due sommovitori andavano ad ottenere premj a Vienna e Pietroburgo; dei sedotti si colpirono molti coll’estremo supplizio.