Il tirolese Hoffer, ricco tavernajo, spertissimo cacciatore, di statura atletica, insieme con Speckbacher e col cappuccino Haspinger si era posto a capo dell’insurrezione del suo paese, a nome della Madonna e dell’imperatore d’Austria menando terribilmente quella guerra di bande cui gl’Italiani non seppero mai affidare la loro indipendenza; sconfisse più volte i nemici; fin due reggimenti obbligò a deporre le armi innanzi alle carabine de’ suoi intrepidi briganti, i quali, cacciati i Bavaresi dal Tirolo, proseguirono le vittorie, finchè non vennero interrotte dall’armistizio Znaym. Hoffer non sa credere che l’Austria abbia fatto la pace, solleva di nuovo il Wintschgau e l’Oberinnthal, onde i Francesi lo dichiarano fuori della legge (1809); sicchè quando, fidato all’amnistia, scese dai monti, fu preso e processato a Mantova. Benediva agli altri prigionieri, e — il Tirolo tornerà sotto Francesco»; non volle gli si bendassero gli occhi nè inginocchiarsi quando fu fucilato.

Per secondare le evoluzioni di Germania, Marmont bezzicava gli Austriaci dalla Dalmazia, dall’Italia Beauharnais, glorioso di trovarsi alfine alla testa d’un esercito. Ma non avendo ancor raccolta tutta la truppa sull’Isonzo, si ritirò sulla Livenza: onde gli Austriaci occuparono Udine, passarono il Tagliamento, vinsero a Pordenone e a Sacile (16 aprile) nella prateria di Camollo, sulle sponde del Collicel, dopo un’azzuffata di sei ore e di copiosissimo sangue[104]. Il regno fu in desolazione, tutti pensando a fuggire, nessuno a difenderlo; l’arciduca Giovanni occupò Padova e Vicenza, assalse il forte di Malghera; e poteva facilmente spingersi fin alla capitale, se non l’arrestavano le nuove di Germania, per le quali si ritirò onde soccorrere Vienna. L’esercito d’Italia rincorato, e avuti rinforzi dal Tirolo e dalla Toscana, lo incalza con brave battaglie fino al Raab, dove, essendosi congiunto coll’esercito di Macdonald, misero a sbaraglio l’arciduca (6 luglio), redimendo così la sconfitta di Sacile.

Bizzarro travolgimento! L’Austria si trovava a capo de’ popoli, senza alleanze di re, e persuasa della possa delle moltitudini; mentre Napoleone trascinava un corredo di re alleati, ma aveva contrario lo spirito popolare, e dava colpa ai nemici del ricorrere all’insurrezione, cioè alla voce del popolo. Al pericolo oppone tutto il suo genio, e per ferire con colpo decisivo, marcia grosso e impetuoso sopra Vienna, e dopo pochi giorni la prende; passa il Danubio e lo ripassa, e nel piano di Wagram (6 luglio) riporta una vittoria sanguinosissima.

L’Austria era in situazione tutt’altro che disperata, eppure nella pace (14 8bre) si rassegnava a sfasciare le mura di Vienna, perdere duemila miglia quadrate con tre milioni e mezzo d’uomini, le ricche miniere di Salisburgo, e ottantacinque milioni di fiorini, e aderire al sistema continentale: umiliata dunque non distrutta, e perciò attenta alla riscossa. Alle provincie da essa cedute sulla destra della Sava vennero unite Ragusi e la Dalmazia col nome di Provincie Illiriche. Nel tempo che queste erano appartenute al regno d’Italia, si era dovuto usar riguardi a una civiltà sì differente, ma si procurava migliorarle, disseccavansi molte paludi, si restauravano strade; Vincenzo Dandolo, farmacista veneziano, divenuto senatore, fatto provveditor generale di que’ paesi v’incoraggiò la pastorizia, l’agricoltura, i mercati, le saline, le vetriere; s’istituirono un vescovado e un seminario greco, un liceo; si abolirono i fedecommessi; domandando però il solito tributo di sangue, un contingente di tremila ottocento uomini. Essendo di spesa più ch’altro, la perdita di quel paese non rincrebbe al regno d’Italia, se non per cotesto disporne ad arbitrio.

Napoleone, disgustati i popoli, sente bisogno d’appoggiarsi ad alleanze di re, e dalla propria officialità diocesana fa cassare il suo matrimonio con quella Giuseppina a cui tanto doveva; e al costei figlio Eugenio vicerè d’Italia dà incarico (1807 marzo) d’annunziarle ch’essa non è più sua moglie, e d’andare a cercargliene una in quella Casa d’Austria dond’era Maria Antonietta. I buoni Viennesi gemevano su Maria Luigia, vittima offerta a placare un nemico, e null’altro che ostaggio in mano della Francia, e fabbricatrice d’un erede (1811 marzo). Nato il quale, e intitolato re di Roma, parve consolidasse la dinastia napoleonica, e un impero che allora toccò all’apogeo.

CAPITOLO CLXXX. I Napoleonidi a Napoli.

Le vittorie aveano tolto a Napoleone il senso delle convenienze: sicchè, afferrato lo scettro a guisa di spada, più non badava agli interessi della sua o delle altre nazioni, ma alla propria volontà; offesi tutti, credesi da tutti odiato: laonde rinnega le tradizioni, vuol sovvertire l’Europa o rimpastarla a sua obbedienza, perciò collocare sui troni i parenti suoi. E comincia con Napoli.

Ferdinando Borbone vi era stato applaudito al suo ritorno come simbolo di pace, ma non seppe perdonare; anche cessati i pericoli, continuò processi d’opinione. I soldati detti della Santa Fede a grosse masnade negli Abruzzi rapinavano. L’erario esausto rifornivasi con infelici ripieghi: intanto che l’inesorabile Carolina non requiava dagli intrighi. Dei quali accusandola, Napoleone avea spedito trentamila Francesi ad occupare Terra di Otranto acciocchè non vi sbarcassero gl’Inglesi. Acton proclamò che la nazione si armerebbe come un uomo solo, per seguire il suo re alla difesa dell’indipendenza; ma nessuno si mosse, e il generale Gouvion Saint-Cyr dispose quelle truppe ne’ posti opportuni. I Reali, col pretesto di respingere una flottiglia tunisina, distribuirono armi ai Calabresi, fecero reclute, negoziarono un prestito in Olanda, lasciavano che gl’Inglesi levassero soldati, e inseguissero i bastimenti francesi fin sotto i forti.

Se n’indispettiva Napoleone, e viepiù dacchè Carolina ricusò dare sposa sua figlia Amalia al Beauharnais (1805), figlio adottivo di lui e non ancora principe. Quando, per la coronazione, essa gli mandò ambasciadore a Milano il principe di Cardíto, e’ volle riceverlo in giorno di concorso e sfarzo straordinario onde far più pungenti le invettive che lanciò contro la regina, fin a chiamarla Gezabele. Esigette ch’ella congedasse Acton; e Carolina per quanto pregasse, fremesse, si ostinasse, dovè dargli successore il duca di Luzzi. Essa avrebbe potuto assodarsi in capo la corona soggiogandosi all’imperiosa volontà di Napoleone, che inclinava più a riconciliarsi le vecchie dinastie che a prostrarle; e tanto più questa, che diverrebbe un rinfianco al regno d’Italia: ma invelenita dall’ultimo affronto, non mettea misura alle parole, tenea carteggio con Nelson e con Elliot, inglesi, richiamò in Corte il cardinal Ruffo, valeasi delle cognizioni amministrative del conte di Damas generale francese migrato, tentava sedurre l’ambasciatore francese Alquier; il quale, mosso da passioni men che virili, incapricciavasi a mortificarla, e la trattava come niun suole una regina, nè una donna.

Tutt’a un tratto Napoleone intima sia mandato via Damas; guai se truppe straniere sbarcassero; la Corte faccia un trattato di neutralità, nel qual caso l’esercito d’occupazione se n’andrà dal regno, se no drizzerebbe sopra la capitale. Il re firmò, ed esibì sei milioni l’anno sin al fine della guerra; e le truppe partirono per giovar l’impresa di Massena nell’alta Italia.