Allora subitaneamente Inglesi da Malta, Russi da Corfù, Montenegrini da Cataro spingonsi nel golfo di Napoli; e Carolina, violentata senza rincrescimento, inalbera la bandiera della coalizione, mette le sue truppe sotto il comando del russo Lascy; talchè sessantamila uomini poteano, forzando la Romagna, giungere sul Po, assalire alle spalle Massena, e dar mano agli Austriaci appostati dietro l’Adige. Il principe Eugenio mosse ad affrontarli verso Bologna: ma intanto le sorti italiche decideansi in Germania e nella battaglia d’Austerlitz, dopo la quale la Corte napoletana si trovò abbandonata dagl’Inglesi per consiglio, dai Russi per patto. E Napoleone dichiara che i Borboni hanno cessato di regnarvi, e sfoga l’insolente verbosità contro «la moderna Atalia, quella donna scellerata, che tante volte e con tanta sfacciataggine avea violato quanto gli uomini han di più sacro; via costei dal regno; vada a Londra a crescere il numero degl’intriganti; non più perdono ad una Corte senza fede, senza onore, senza ragione; il più bel paese del mondo non porti più oltre il giogo de’ più perfidi fra gli uomini».
A Giuseppe, prediletto tra’ suoi fratelli, Napoleone confidava le sue passioni giovanili, i primi accessi di sua ambizione, i momentanei scoraggiamenti; poi venuto al potere l’adoprò, massimamente nella diplomazia. Da lui furono condotte le paci di Lunéville e d’Amiens, da lui sottoscritto il concordato; e col suo buon senso e coll’osservazione dei fatti moderava gl’impeti del fratello, se non altro temperava colle buone maniere i colpi che alla cieca avventava la irremovibile assolutezza di quello. Napoleone avealo destinato re dell’alta Italia; ma egli ricusò, o considerasse come precario un regno su cui l’Austria conservava le pretensioni, o non volesse, coll’accettare uno scettro straniero, infirmare il plebiscito che lo designava eventuale successore all’impero (1806 31 genn.). A lui scrisse allora Napoleone: — Intenzione mia è d’impadronirmi del regno di Napoli, e mettervi un principe di mia casa. Massena e Saint-Cyr vi marciano con due corpi; te ho nominato generale in capo, e re se vorrai; se no, un altro. Quarant’ore dopo ricevuta questa lettera, parti per Roma, e il tuo primo spaccio m’informi che sei entrato in Napoli e ne hai snidato una Corte perfida, e messo questa parte d’Italia sotto le nostre leggi».
Napoleone vuol dunque un re colà, non per nazionalità o per altre idee, ma perchè gli è necessario. All’avanzarsi de’ Francesi, Ferdinando fugge a Palermo, lasciando ordine alla reggenza di non cedere per nessun patto le fortezze. Comandava l’eroismo fuggendo! Carolina determinata a ceder solo alla violenza, raccozza le masnade, richiama alle armi frà Diavolo, Nunziante, Rodío, Sciarra, terribili ad amici e a nemici; ma le provincie non rispondono al suo impeto; arma i lazzaroni, ma ne deriva tal minaccioso disordine, che i cittadini assumono essi medesimi la difesa, e trovandosi l’armi in mano, chiamano i Napoleonidi come liberatori.
Cinquantamila di questi procedono senza ostacolo, prendendo le fortezze, salvo Gaeta che fu difesa dal principe di Assia Filippstadt, e Capri occupata dagl’Inglesi: ed entrano a Napoli (13 febb.) nel punto che n’esce la regina. Quel Vanni ch’era stato stromento alle vendette di lei, non potè farsi raccogliere con essa, onde si ammazzò e la sua fine serva d’esempio a’ pari suoi. Lo Speciale era già morto pazzo in Sicilia. Una colonna, condotta da Regnier e Gouvion Saint-Cyr, andò a sottomettere le Calabrie, ove si sosteneva Damas col principe reale, ben presto costretto egli pure tragittare in Sicilia.
I Francesi erano accolti con favore dai borghesi, e con isdegno dalla plebe; e Giuseppe, qual luogotenente del fratello a Napoli, protegge la sicurezza, disarma il vulgo, ricompone l’esercito, ravvia i tribunali, pianta un Governo provvisorio, promettendo migliorare senza sovvertire. Egli visitava Scigliano al fondo della Calabria ulteriore, quando ricevette un decreto che lo dichiarava re delle Due Sicilie (1806 31 marzo), «cadute in potere di Napoleone per diritto di conquista e come formanti parte del grand’impero»: da questo voleva tenerlo dipendente col crearlo grand’elettore.
I Napoletani non aveano più che un amore d’abitudine per la dinastia caduta; mentre il partito vinto nelle sanguinose riazioni precedenti, favoriva i Francesi, e sperava usufruttarli. Abbondarono dunque le feste e le codardie come sempre; i più devoti al re antico accorsero primi al re nuovo; il marchese del Gallo[105], ambasciadore di re Ferdinando a Parigi, diveniva ministro di re Giuseppe; lo stesso cardinal Ruffo lo incensava. Giuseppe non trovò difficoltà ad applicare il sistema francese; la benevolenza con cui fu accolto gli permetteva di collocare nel ministero e negli alti impieghi i nazionali: ma non ebbe la delicatezza di non porvi forestieri, quantunque lodevoli, quali furono Dumas ministro della guerra, Röderer delle finanze, Miot degli affari interni, Saliceti della polizia, intanto che gli eserciti facea comandare da Massena e Jourdan, eccellenti spade. Avido di piaceri, di ricchezza, di fasto come uom nuovo, e cercando conciliar la parte esecrata di capitano d’esercito straniero con quella di riformatore e pacificatore, Giuseppe sperò farsi ben volere e mostrarsi italiano. Conservò sul trono le idee e le simpatie della rivoluzione, per quanto può un re; si tenne amici tra i filosofi; amava la discussione, il miglioramento, la giustizia distributiva; proponeasi di farsi amare, non crescere le imposte, prevenire le insurrezioni, promovere gl’interessi del regno; abolendo, non i titoli, ma i privilegi e le giurisdizioni della nobiltà, estese l’amministrazione della giustizia a paesi fin allora tiranneggiati dai feudatarj. S’introdusse il codice Napoleone; e sebbene senza giurati e con commissioni speciali e tribunali d’eccezione, la giurisprudenza e la giustizia migliorarono dall’esser esposte al dibattimento, come l’amministrazione dalla semplicità e robustezza. Il Tavoliere di Puglia[106] fu dato a censo, e in parte anche donato a poveri per moltiplicare i proprietarj, estendere la coltura e crescere la produzione; al qual uopo svincolavansi le manimorte e i fedecommessi, e alle ventitre tasse dirette venne sostituita la fondiaria, senza esenzioni ma senza catasto. Le finanze furono tolte dallo scompiglio, riducendo nel solo Gran Libro tutte le rendite e le spese, in un sol banco tutto il denaro entrante o uscente. Si ordinò l’istruzione pubblica, favorendo le accademie Pontaniane e d’incoraggiamento, e istituendo la Reale di storia, antichità, scienze ed arti. Case di giuochi e di voluttà furono sistemate per lucro del fisco; illuminate le strade, e apertane una da Toledo a Capodimonte.
Giuseppe alla moglie scriveva: — Le cedole del banco di Napoli, che perdevano il venticinque per cento, or vanno al pari. Co’ miei proprj mezzi ho fatto la guerra e l’assedio di Gaeta, che costò sei milioni di franchi: trovai modo a nutrire e assoldare novantamila uomini; giacchè oltre sessantamila di terra, ne tengo trentamila fra marini e invalidi, pensionati del vecchio esercito, guardacoste, cannonieri litorali; ed ho mille cinquecento leghe di costa, cinte, bloccate, spesso attaccate dal nemico. Con tutto ciò non iscontentai colle imposte i proprietarj nè la plebe, e posso senz’imprudenza viaggiare quasi solo dappertutto: Napoli è tranquilla quanto Parigi, trovo imprestiti, do esempio di moderazione e d’economia; non ho nè amanti, nè favoriti, nè chi mi meni pel naso; e generalmente si sa che, se non fo di meglio, non è colpa mia. Leggi ciò a mamma e a Carolina, per torle d’inquietudine; assicurale che mai non ho cambiato, e che cittadino oscuro, coltivatore, magistrato, sempre sagrificai volentieri il mio tempo a’ miei doveri...».
Ma sprovvisto delle robuste qualità che voglionsi a un capo di dinastia, sospettoso ne’ pericoli fin all’ingiustizia, volente docilità perchè docilissimo al suo padrone, Giuseppe, ben presto sentì che eragli cinta una corona di spine; e ai primi soliti applausi successero dappertutto le solite scontentezze, e sollevazione, e guerra di briganti. Essendo gl’Inglesi col generale Stuard sbarcati nel golfo Sant’Eufemia (1 luglio), le Calabrie divamparono; Morte ai Francesi fu il grido generale; ed a Regnier, che era stato respinto a Maida, fu duopo di gran coraggio e prudenza per trincerarsi a Cassano e salvar le sue truppe, finchè Massena, costretta Gaeta a capitolare dopo vigorosissima resistenza, accorse ad allargarlo, fucilando, impalando, lapidando, bruciando.
Il ritirarsi degl’Inglesi non lasciò più sussistere che qualche banda, fra cui quella di Michele Pezza detto frà Diavolo, a lungo imbaldanzì fra la Romagna e il Volturno, piombando sui Francesi, assalendo i convogli e i quartieri, ov’era meno aspettato. Battuto a Sant’Oliva, sparpaglia i suoi, e rifugge in Sicilia; poi tornato li raccozza, e fortifica un quartier generale; sconfitto in campagna, è vincitore nelle montagne; e con mille uomini tien testa a tutte le forze del paese, e specialmente al colonnello Hugo, destinato contro di lui; perdutane la traccia, i Francesi lo credono perito, ed ecco uno dice averlo trovato sulla destra del Tiferno, altri sulla sinistra, chi negli Abruzzi, chi presso Napoli o nella Puglia. Così lungamente stancò i nemici, finchè fu preso e decapitato. Ad egual fine andarono pure Rodío e molti briganti, fucilati, impiccati sommariamente, e non soltanto da parte de’ militari, e fin sotto la fede di amnistia, eppure senza estirparli; quando le prigioni fossero zeppe, parte mandavansi a Fenestrelle e ad altre fortezze lontane, parte si uccideano compendiosamente.
Così ordinava Saliceti, astuto côrso e giacobino, che fatto ministro di polizia, credeva o fingeva dappertutto congiure[107], o le lasciava tessere a bella posta per istracciarle con tremendo rigore: gran signori e titolati, nobili donne, un vescovo, preti, frati, sin monache furono mandati alla prigione, alla morte orribilmente esacerbata: e perchè il popolo tumultuò gridando grazia al supplizio del marchese Palmieri, al domani nuove forche portarono i promotori di quella dimostrazione. Una volta fu infocata una mina sotto al palazzo del Saliceti, ma egli campò; alfine morì di colica e si disse di veleno.