Tali persecuzioni e tali arbitrj sapeano più del crudele essendo commessi da coloro che non rifinivano di pomposamente incolpare il vecchio governo, del quale perciò rinasceva il desiderio. Carolina dalla Sicilia, sempre fissa gli occhi al continente, mandava diplomi e cappelli a quei ch’essa chiamava realisti e indipendenti, e gli altri chiamavano assassini, e amicavasi la Russia, per cui interposto Napoleone le assegnò in compenso le isole Baleari, senza tampoco interrogarne i re di Spagna a cui esse appartenevano.
Ad ogni bene del regno di Napoli si opponevano lo stato vacillante del paese, la continua guerra, l’incerto avvenire: pure il re debolmente buono era compatito, e della coscrizione o dei rigori versavasi ogni colpa su Napoleone suo padrone. Il quale con una politica egoista che non lasciava campo a discutere nè consigliare, a que’ suoi re da scena infliggeva prove crudeli, dolorose umiliazioni; ripeteva loro, come a tutti i suoi satelliti, — Non avete appoggio altro che me; s’io cadessi, cadreste; previsione vera, e ch’è la peggior condanna del suo sistema. A Giuseppe dirigeva rimproveri da padrone, tacciandolo di debole, inoperoso, vano, irresoluto, che voleva tenere un esercito eppure non incarire le tasse, non prendea Gaeta, non allestiva una spedizione contro la Sicilia. — Il Napoletano (gli dicea) deve fruttar cento milioni, quanto il regno d’Italia, e trenta bastano per pagare quarantamila uomini. I vostri piacentieri vi dicono che siete benvoluto per la vostra dolcezza. Follia! che domani io perda una battaglia sull’Isonzo, e saprete qual conto fare della popolarità vostra e dell’impopolarità di Carolina. Trista figura d’un re fuggitivo!»
Altrove disapprova l’istituzione delle guardie nazionali. — Costoro inorgogliano, e credono non essere conquistati: popolo straniero che abbia tali bizzarrie non è sottomesso. Volete una guardia reale? ebbene prendete quattromila Napoletani, nulla più, padri di famiglia ben fiacchi e vecchi, buoni di custodire la casa dai ladri; altrimenti vi preparate gravi sciagure... Un esercito napoletano? ma il solo grido di Via i Barbari ve lo torrà. Coscrivete tre o quattro reggimenti, e mandateli a me, che colla guerra darò a loro disciplina, coraggio, sentimento d’onore, fedeltà, e ve li rimanderò capaci di divenire nocciolo d’un esercito napoletano. Intanto assoldate degli Svizzeri, dei Côrsi, dei Tedeschi, che io non posso lasciarvi cinquantamila Francesi, quand’anche foste in grado di pagarli». E qui divisava le guise di difendere il regno con poche truppe, distribuite da Napoli sin in fondo alle Calabrie; si munisse una gran piazza al centro del regno, ove il re potesse gettarsi col tesoro e gli archivj e le reliquie dell’esercito, e resistere sei mesi a sessantamila Inglesi e Russi. Oltre che un re straniero non istà senza pericolo in mezzo ad una popolazione numerosa, necessariamente nemica, Napoli pareagli poco acconcia; meglio Castellamare, e all’uopo dovrebbero destinarsi cinque o sei milioni annui per dieci anni[108].
Erano a cozzo la bontà senza genio col genio senza bontà. Giuseppe, che avrebbe voluto esser re del suo popolo, non satellite dell’imperatore, provava qual tristo dono fosse quello d’un trono; Napoleone invece proclamava senza riserva la ragion di Stato e l’indifferenza a ogni altro affetto; e — Giuseppe deve intendere che tutte le affezioni ora cedono alla ragion di Stato; sappia dimenticare quando occorre tutti i legami d’infanzia; facciasi stimare, acquisti gloria. Io non posso avere parenti oscuri; non amare e riconoscere per tali se non quelli che mi servono; non al nome di Buonaparte è attaccata la mia famiglia, ma a quel di Napoleone; ed io fo una famiglia di re che si connetteranno a un sistema federativo»[109]. In fatti egli volle i parenti mutassero il lor nome di casa in quel di Napoleone; pretendeali esaltati sopra milioni di sudditi, ma umiliati sotto di sè; escludeva la famigliarità antica, ordinava con durezza talvolta mista d’ironia, e diceva a re Giuseppe: — Se le contingenze non vollero che aveste grandi movimenti militari a compire, vi resta la gloria di saper nutrire il vostro esercito».
E quanto alla guerra, chi meglio poteva dare suggerimenti opportuni? Ma non conoscendo i luoghi, e presumendo dirigere fino le particolarità, sbaglia spesso. Da prima vuole si conquisti la Sicilia: è necessario e facile. Ma ecco resistergli lo scoglio di Gaeta: allora impone si convergano qui tutti gli sforzi, tutti, eppure senza stornarsi dalla Sicilia. Poi gli bisogna soccorrere Corfù: tutto si faccia a quest’uopo. Ordini sopra ordini, che imbarazzano gli esecutori, e fanno stizzire il padrone. Vuol si compia la guerra? rinfaccia a Giuseppe d’avergli lasciato 45,000 uomini. Ma Giuseppe gli dice, — Datemi dunque il denaro da pagarli», esso risponde che effettivamente non passano i 25,000. Nel resto poi mostrava quel disprezzo delle nazioni e delle proprietà, che infangò la sua gloria; a severa risolutezza spingeva il fratello timido e circospetto, e ne combatteva gli scrupoli: — Gli arrendimenti non hanno nulla di sacro, perchè nulla è sacro dopo la conquista. In un paese che paga ventisei milioni di debito pubblico, si ritarda il pagamento di un anno, ed ecco ventisei milioni belli e trovati».
Giuseppe proponeva clemenza, riconciliazione, rispetto alle leggi e alla nazionalità? Napoleone gli rispondeva come chi, per la prima volta trovandosi a fronte una popolazione armata a difesa delle leggi e dell’indipendenza, crede facile il domare i popoli quanto i re; giudica oltraggio e scandalo pericoloso ogni opposizione alla vastità de’ suoi disegni, all’immensità della sua potenza; — Ho inteso (gli dice) che avete promesso non imporre tasse di guerra, e proibito ai soldati di esigere la tavola da’ loro ospiti. Piccolezze! Non colle moine si guadagnano i popoli; decretate trenta milioni di contribuzione: a Vienna dove non c’era un soldo, appena arrivato io ne posi una di cento milioni, e fu trovata ragionevole[110]. Così pagate i soldati, rimontate la cavalleria, abbiate abiti e scarpe. Avrei gusto che la canaglia di Napoli s’ammutinasse: in ogni popolo conquistato un’insurrezione è necessaria. Non sento abbiate fatto saltar le cervella a un solo lazzarone, eppure essi adoprano lo stilo.... Ho udito con piacere la fucilazione del marchese di Rodio.... Mi fu gusto il sapere che fu incendiato un villaggio insorto: m’immagino lo avrete lasciato saccheggiare dai soldati.... Gli Italiani, e in generale i popoli, se non s’accorgono del padrone, propendono alla rivolta. La giustizia e la forza sono la bontà dei re, che non bisogna confondere colla bontà di uom privato. Aspetto d’udire quanti beni avete confiscato in Calabria, quanti insorgenti giustiziati. Niente perdono; fate passar per le armi almeno seicento rivoltosi, bruciare le case de’ trenta principali d’ogni villaggio, e distribuite i loro averi all’esercito. Mettete a sacco due o tre delle borgate che si condussero peggio: servirà d’esempio, e restituirà ai soldati l’allegria e la voglia di operare»[111].
E perchè un far simile doveva necessariamente procacciare nemici, e quindi paure, gli soggiungea: — Vi fidate troppo de’ Napoletani. Occhio alla vostra cucina; non abbiate che cuochi e scalchi francesi; sempre in guardia a Francesi; di notte non entri a voi se non il vostro ajutante di campo, che deve dormire nella camera precedente; e anche a lui non dovete aprire se non dopo ben riconosciutolo; ed egli non deve battere alla vostra porta se non dopo chiusa la sua». Vedete, o oppressi, che i vostri oppressori non dormono tutti i sonni.
La pace di Lunéville aveva scomposto l’impero germanico, e tolta la supremazia dell’Austria, in cui vece si formò una confederazione del Reno sotto la protezione di Napoleone (1805 12 luglio); sicchè Francesco II, «non sentendosi in grado di corrispondere alla confidenza degli elettori e dei principi, e di soddisfare ai doveri di cui era incaricato», rinunziò alla corona germanica, che così cessò d’esistere; e in quella vece eresse ad impero gli eterogenei Stati ereditarj della sua Casa, e non più Francesco II di Germania, ma s’intitolò Francesco I imperator d’Austria. La Germania, fremendo del sentirsi serva allo straniero, e trovandosi abbandonata dall’Austria, fece capo alla Prussia, e insorse a nome della libertà nazionale: ma nella battaglia di Jena Napoleone sfasciò la monarchia prussiana, e andò a troneggiare nella reggia di Berlino (1806 14 8bre), come già in quella di Vienna; poi menò i soldati di Francia e d’Italia sotto al rigido settentrione nel cuore dell’inverno per sconfiggere i Russi ad Eylau e Friedland. Il colloquio di Tilsitt lo riconcilia con Alessandro czar; e i due giovani ambiziosi s’accordano di rinnovare l’uno l’impero d’Occidente, l’altro quello d’Oriente: intanto Napoleone si fa assicurare le Bocche di Cataro e le isole Jonie, compendio dell’eredità dell’uccisa Venezia.
Non contento delle opere di leone, volle ricorrere a quelle di volpe, ciuffando il trono di Spagna per sostituirvi un re della sua razza. E fu Giuseppe, al cui posto in Napoli destinava il generale Murat, come appunto si cambierebbero le sentinelle d’un posto, senza sentire nè il popolo cui toglieva, nè quello cui dava questi fantocci di re.
Giuseppe se ne andò nè rimpianto nè insultato, e da Bajona diede una costituzione (1808 20 giugno) per le Due Sicilie, ma senza garanzie, e vantatrice fra le miserie[112]. La Spagna, mercè delle istituzioni comunali e di quel cattolicismo che, a sentire certi uni, credono causa dell’indebolimento degl’Italiani, aveva conservato un vigore primitivo; e insorse contro l’oppressore con una risolutezza, inaspettata dall’Europa, avvezza a non considerar la libertà che sotto le forme francesi, e che allora si avvide come dalle bande popolari potrebbe essere fiaccato l’indomabile vincitore degli eserciti regj, il quale in sei campagne dal 1808 al 1814 vi sacrificò centomila uomini all’anno.