Gioachino Murat nasceva alla Bastide sul pendio dei Pirenei; dal mestiere paterno di oste passò soldato nell’87; e la migrazione degli ufficiali nobili gli schiuse il passo ai primi gradi. Ben presto si segnalò in Italia, sostenne or il coraggio or le imprese di Buonaparte, di cui sposò la sorella Carolina; salì col salire di lui; fu intitolato granduca di Berg e di Cleves; mandato a conquistar la Spagna, avea creduto cogliervi un trono, del quale parvegli inadeguato compenso quello di Napoli e la dignità di grand’ammiraglio dell’impero. Eccellente in attacco e in una pompa più che nel governare, bello, entrante, manieroso, tutto sfarzo di pennacchi e decorazioni, piaceva più che non fosse amato. Giurò egli lo statuto di Bajona, ma non l’effettuò mai, almeno quanto il convocare il Parlamento: pure, entrato appena (6 7bre), rallenta molti rigori dello stato di guerra, cresce le rendite alla cappella di san Gennaro, visita l’ospedale e regala, scioglie i disertori ed i carcerati per piccoli delitti, e i sequestri sui migrati in Sicilia, sollecita la liquidazione del debito pubblico e le paghe ai soldati vecchi; fa attuare i codici francesi e le leggi abolenti la feudalità; sopprime i monasteri possidenti, non quei mendicanti; vietato ai vescovi di non stampar pastorali senza regia approvazione; società d’agricoltura in ogni provincia, con terreno per esperimenti, e a Napoli un giardino botanico; riservata la coltivazione del tabacco. Molte opere pubbliche si compiono, e principalmente la bella strada da Mergellina a Posilipo, il campo di Marte, la casa de’ pazzi in Aversa, l’osservatorio astronomico. Estinse 57 milioni del debito con possessi nazionali, ma moltissimi ricusarono riceverli come di illecita provenienza: molti altri ne distribuì a Napoletani e stranieri per farsene appoggio. Carezzava i militari, carezzava i baroni e chiunque portasse un titolo: ma il popolo ne restava sagrificato; e i soldati, sentendosi necessarj, divenivano licenziosi, insolenti, e col pretesto di trame e d’accordo coi briganti vessavano la quieta popolazione.
Tutto armi egli stesso, e conoscendo unico merito il guerresco, per secondare e imitar l’imperatore voleva avere molti soldati, e coscrivendo due uomini per mille, senza le antiche esenzioni della città di Napoli e d’alcune famiglie, ne ebbe 60,000 di regolari, 20,000 di guardia nazionale; moltiplicati i gradi, pomposissime le divise, e continue mostre, e scuole di genio e d’artiglieria; ma poi non sapeva esigere l’obbedienza, perchè egli stesso nè imperava risoluto, nè sottomettevasi alle leggi. Non si rassegnò come Giuseppe all’indecorosa vicinanza degl’Inglesi, e assalita Capri difesa da Hudson Lowe, futuro carceriere di Napoleone, venne a capo di prenderla.
Più gli doleva portare il titolo di re della Sicilia, mentre questa restava ai Borboni; e tra per dignità di re, tra per imitare lo sbarco meditato da Napoleone a Boulogne, divisò una spedizione contro la Sicilia. Grandi preparativi fece in Calabria; grandi gl’Inglesi sull’altra sponda; e guerra da briganti cominciò anche sul mare, con gran sangue, grande spesa e nessuna conclusione. Ne prendeano spirito in Calabria i briganti, e Gioachino pronunziò ordini ferocissimi; i beni dei loro capi fossero venduti per compenso ai danneggiati e premio agli zelanti; i soldati borbonici sarebbero trattati come ribelli; in ogni Comune si facesse una lista de’ briganti, e qualunque cittadino dovesse arrestarli, le commissioni condannarli compendiosamente: e le liste mostrarono esser tanti, che sciagura se avessero operato d’accordo! Responsali i Comuni dei danni arrecati nel loro territorio; si arrestavano i parenti dei briganti e i loro fautori, parola di spaventoso arbitrio; si esercitava contro di essi una caccia da selvaggi, spezzando ogni legame di natura. Guaj a chi li ajutasse o nascondesse! guai a chi non li rivelasse! D’un padre fu preso l’ultimo supplizio per aver dato pane al figlio brigante: la moglie d’un altro, dopo aver partorito, va affidare il neonato a una donna di Nicastro, e questa n’è denunziata e messa a morte. Il generale Manhés faceasi fiero esecutore dei fieri ordini, con supplizj spettacolosi e feroci, ch’essi incontravano con intrepidezza.
Infine gl’insorgenti furono parte sterminati, gli altri ridotti a tacere ed aspettare; allora si potè sistemare la giustizia, moderare la polizia, attuare le riforme decretate, e principalmente l’abolizione della feudalità col dividere e assegnare i beni a privati o a Comuni, senza troppo farsi coscienza d’ingiustizia e d’abusi.
Non per questo rimase sicuro il regno, e sempre durò lo stato di guerra civile cogli orrori che lo accompagnano; e la maschera di partito toglieva vergogna ad infamie inarrivabili. Gli Inglesi mandavano in Sicilia denari e truppe, e di 400,000 lire annue sussidiavano la Corte: eppure riprovavano il brigantaggio che in Calabria si manteneva a nome di Ferdinando, levarono ogni protezione a chi si rendesse colpevole di delitti, poi si dolsero dell’aggravio dell’un per cento messo su tutti i contratti, e che sconcertava i negozianti inglesi; anzi essendosi, per una trama a Messina, arrestate molte persone di basso stato, e voluto estorcerne la confessione mediante le basse prigioni che ivi chiamano dammusi, e i ferri infocati ai piedi e le funicelle alle tempia, gl’Inglesi non vollero tollerare tali sevizie in un forte da loro presidiato, e non mancò chi nel Parlamento britannico chiamasse quello il peggior Governo e il più oppressivo. Frasi che ripeteronsi quando giovò, smentironsi quando giovò.
Rottasi la guerra del 1809, Steward e Carolina, sempre in occhio a ricuperare la terraferma od almeno turbarla, mandarono in Calabria sessanta legni da guerra e ducentosei da trasporto, quattordicimila uomini di sbarco, oltre i briganti buttati in varj punti sotto lo Scarola, il Bizzarro, il Francatrippe e altri nomi scherzosi o spaventevoli. Gioachino avventurò la sua debolissima flottiglia contro l’inglese (1809 25 luglio); Napoli vide fiera mischia nel suo golfo; ma memore di Nelson, respinse con estremo sforzo gl’irreconciliabili Borboni. Gl’Inglesi sbarcano a Procida; ad Ischia trovano resistenza, a Scilla sono rituffati in mare: ma essi tentano pigliar terra sulle coste Adriatiche, spingono masnade fino a Roma, dove Miollis stava in gran punto se Gioachino nol soccorreva. La vittoria di Wagram disperò gli assalitori; ma rimasero a migliaja i briganti in Puglia, nella Basilicata, nella Calabria, attizzati da Carolina, che per lusso e per corrompere vendeva fin le gioje della Corona e intaccava l’erario. Per opporsi ai preparativi di Gioachino si chiesero straordinarj sussidj al Parlamento siciliano (1810 15 febb.), il quale decretò 793,000 onze l’anno, oltre le 328,000 di contribuzioni indirette, e i beni sequestrati a stranieri che ne rendeano 200,000. Ma di quell’occasione si valse il Parlamento per domandare al re la riforma del codice criminale e di abolire le servitù prediali. Poi non bastando le percezioni, il re ne mise di nuove, senza il voto di esso Parlamento; donde gravi lamentanze, e arresto de’ più arditi reclamanti, e odio contro il cavalier Medici, succeduto al morto Acton nel favore della regina.
Bentinck, generale inglese e liberale, interpostosi invano, ne informò il suo Governo; dando sospetto che Carolina, divenuta zia di Napoleone per la moglie, pensasse avvicinarsi a questo, cacciar gl’Inglesi dall’isola, e aprirla ai Francesi; onde il Governo inglese ordinogli d’occupar militarmente l’isola per mettervi la tranquillità. Bentinck, che odiava Carolina, lo eseguì con durezza (1811); e Ferdinando non potendo resistere alle domande di lui, si ritirò, destinando vicario il figlio Francesco. Questi revocò i baroni sbanditi, mutò i ministri, convocò un Parlamento, da cui fu compilata una costituzione. Era foggiata sul modello inglese: non si potessero far leggi o mettere tasse che dal Parlamento, composto di 61 pari spirituali e 124 laici, e di 154 deputati de’ Comuni, eletti per quattro anni con certe condizioni di censo; indipendente il regno, quand’anche il re ricuperasse la terraferma; non censura; abolita la feudalità e le angherie[113]. Con ciò e coll’assumere il comando militare, Bentinck conservava la pace in Sicilia; e quel Governo libero, quantunque snobilitato dall’ingerenza forestiera, tolse l’onnipotenza delle spie, la baldanza dei sicarj. Gl’Inglesi spendevano profusamente; commercio faceasi vivissimo, come emporio al contrabbando di tutto il Mediterraneo; molti paesi in prima sottoposti alle bandite, fruttarono riccamente; cessavano infiniti legami della proprietà e servigi di persona.
Intanto che la Sicilia godeva questa superficiale prosperità, la terraferma era sommossa da sêtte, varie di ordinamento e di scopo, quali intente a rintegrare Ferdinando, quali a fargli cedere anche la Sicilia mediante un compenso, quali all’assoluta indipendenza d’Italia. Fra questi ultimi furono i Carbonari.
Derivavano essi dai Franchimuratori, e di questi adottarono alcuni riti e la gerarchia; non si limitarono però come loro alla beneficenza e a godimenti, ma tolsero per iscopo l’indipendenza nazionale e il Governo rappresentativo.
Il principe di Moliterno, antico repubblicano, suggeriva agl’Inglesi, che unico modo di prevalere a Francia era il dichiarare l’unità e l’indipendenza d’Italia. E non ascoltato appunto perchè repubblicante, si pose in Calabria a capo d’un’antica banda, diffondendo le stesse idee, secondato anche dalla regina e al tempo stesso ascoltato dai Carbonari; de’ quali alcuni s’acconciarono alle lusinghe della Corte che prometteva una costituzione; altri, fedeli a un simbolo più puro, stabilirono una repubblichetta a Catanzaro sotto un Capobianco. La polizia illusa favorì la setta; per quanto il conte Dandolo dal regno d’Italia la denunziasse a Murat come minacciosa ai troni: onde quella si propagò per la sua sistemazione mirabilmente diffusiva, e per la più mirabile arte de’ Napoletani a conservare il secreto; ed abbracciando anche il resto della penisola, divenne stromento di future mutazioni.