I patrioti studiarono usufruttare la mal dissimulata ambizione di Murat, il quale porse orecchio alle loro insinuazioni, ma le tenne in petto finchè Napoleone potente: pure lasciava intendere che potrebbe aver bisogno della loro cooperazione, che solo quel despoto impedivagli di rendere nazionale e indipendente il suo Governo.
CAPITOLO CLXXXI. Ostilità col papa.
Buonaparte aveva mostrato rispetto per l’islam in Egitto, e chiesto favore appo i Musulmani col vantarsi d’avere distrutto il papa; poi, quel desso che veniva intitolato la rivoluzione fatta uomo, a dispetto de’ pensatori, de’ forti, de’ consiglieri, ricostituì non solo il cattolicismo col concordato, ma la supremazia pontifizia col richiedere da essa la consacrazione. Ve lo induceva il desiderio di opporre una legittimità alle riscosse de’ Realisti, d’unire in sè i diritti della rivoluzione e quei del sacro crisma, e di disporre de’ fulmini della Chiesa contro i re che meditava osteggiare. Ma ciò ch’egli avea preso per semplice formalità, parve altrimenti al buon senso pubblico, il quale non si limita a tirare da una premessa le sole conseguenze che i potenti vorrebbero.
Col concordato egli pubblicò articoli organici che in parte lo derogavano intaccando la libertà della Chiesa[114]. Il papa in concistoro si dolse di questa intrusione di sorpresa, e dal nunzio Caprara fece presentare una protesta contro gli obblighi che in essi imponevansi al pontefice, fin di giurare nella sua consacrazione che non attenterebbe alle libertà gallicane. I partigiani e ministri dell’imperatore erano tutti alunni della enciclopedia e della rivoluzione; due de’ più creduti, Fouché e Talleyrand, erano preti apostati, perciò ostili alla Chiesa, onde si compiacquero di usare col papa un linguaggio burbanzoso. Suggerivasi a Napoleone di tenerlo per forza a Parigi, quivi accentrando l’unità religiosa, e riducendo secolare il patrimonio di San Pietro: e avutone sentore, Pio VII lasciò intendere d’avere già tutto disposto per abdicare, sicchè non si troverebbero in mano che il povero frate Barnaba.
Roma dunque esultò allorchè, dopo ritardi se non violenti però inospitali, Pio fu lasciato partire, e l’accolse con solennità cordiale. Dolente di non avere nulla ottenuto di quanto riprometteasi da quella sua gita, a’ compagni di viaggio il papa raccomandò discrezione; ma fin questo silenzio era un’accusa contro l’imperatore. Nuovo dolore cagionò al pontefice l’essersi nel Codice ammesso il divorzio, e fatte pari tutte le religioni, fin l’ebraica: delle novità ecclesiastiche introdotte nel regno d’Italia lagnossi con lettere confidenziali, dolci, ma insistenti: e Napoleone rispondeva vantando come donato tutto ciò che non toglieva alle chiese, ai capitoli, ai vescovi nostri; e — Non ho io forse posto fine ai disordini, e dato torto ai filosofi che credevano inutili le istituzioni religiose? Dappertutto ebbi ringraziamenti e lodi; molti trovavano anzi ch’io faceva troppo pel clero: or come invece Roma me ne disgrada? Avrei, è vero, negl’innovamenti dovuto concertarmi colla santa Sede; ma questa va troppo a rilento, nè la sua politica più s’affà col secolo; e mentr’essa avrebbe tardato due o tre anni a mettere sesto alle cose religiose d’Italia, io le racconciai detto fatto».
Poteasi non prendere ombra d’un’ambizione che non conoscea limiti? al primo istituire del regno d’Italia non v’aveva egli soppressi i conventi, scemate le parrocchie, prefinito il numero de’ seminaristi? non aveva egli in Germania sovvertito l’edifizio cattolico coll’abbattere i principati ecclesiastici, e spartire i popoli senza riguardo alla religione? non circondava d’esploratori il Vaticano e i cardinali?[115] Le preghiere dunque del sacerdote mal potevano alzarsi a favore del guerriero, se anche la prudenza ratteneva dal contrariarlo.
Il papa, mansueto, e sollecito soprattutto di conservare la religione, blandiva all’imperatore; il Consalvi ministro di Stato ricusava di prendere parte nelle coalizioni ostili alla Francia, sebbene spintovi dal sacro Collegio: ma allo scoppiare delle ostilità con Napoli tutta Romagna fu sossopra; Vanni, Navarro, l’ex-frate Benigetti a capo di bande ricomparvero nelle montagne limitrofe al reame, eccitando la popolazione alle armi; in Roma si formarono due comitati che corrispondevano coi nemici di Francia ed occhieggiavasi ogni occasione di palesare odio a questa.
Ancona era sulla via di comunicazione fra il regno d’Italia e il napoletano, rimpetto a Corfù dove s’annidavano i nemici; avea fortificazioni cascanti, e custodita appena da 676 uomini e 58 cannoni. L’imperatore ordinò al papa di metterla in buona difesa, ma il sacro Collegio rispondea ciò repugnare alla sua neutralità; ond’egli comandò a Gouvion Saint-Cyr (1805 6 9bre) di occuparla per sorpresa. Il papa ne protesta coll’imperatore; questo, ebro della vittoria d’Austerlitz, gli risponde come a vecchio inetto: — Egli è buono a svolgere tesi teologiche, non gl’intrighi che lo circondano; ho occupato Ancona qual protettore della santa Sede; la spada mia, come quella de’ miei predecessori della seconda e della terza razza, è la vera salvaguardia della Chiesa; rimandi pure il mio ambasciadore, e riceva invece quel dell’Inghilterra o il califfo di Costantinopoli; giudice sarà Iddio»[116].
Il papa sommessamente allegava il candore del suo carattere, la mitezza de’ suoi consigli, le prove d’affetto mostrategli; lo felicitava delle sue vittorie; ma poichè queste gli aveano dato il Veneto, compisse le speranze lasciate di restituire le Legazioni; intanto rendesse Ancona al primitivo stato pacifico; conchiudeva, «se gli toccasse, dopo tante altre, anche la sventura di perdere la benevolenza di lui, il sacerdote di Cristo che ha la verità nel cuore e sulle labbra, sopporterebbe con rassegnazione e senza paura, della tribolazione stessa confortandosi colla costanza».
Ma nei concetti del conquistatore più non restava luogo a prudenza o moderazione, e risoluto d’involgere anche le credenze e il culto nel suo despotismo amministrativo, più non poteva arrestarsi sulla curva che parea sollevarlo al vertice e il portava all’abisso. Facea mantenere dallo Stato Pontifizio le sue truppe che lo attraversavano (1806), e che in quattro mesi valsero 1,300,000 scudi; occupò i principati di Benevento e Pontecorvo attribuendoli in feudo a Bernadotte e a Talleyrand, senza pur informarne il papa, che n’era il padrone; occupò le città del litorale per attuarvi il blocco; dal cardinale Fesch, violento e irascibile che più volte aveva oltraggiato il pontefice[117], faceva esigere che fossero cacciati i Russi, gl’Inglesi, gli Svedesi, i Sardi, e chiusi i porti ai nemici di Francia; sbraveggiava il nunzio e il Consalvi che si dimise dal ministero; minacciava fare del papa come Carlo V di Clemente VII. E come? un vecchio inerme sarebbe d’ostacolo al giovane balioso? che monta la gratitudine? che il rispetto alla vecchiaja ed alla virtù? che la santità del carattere o le affezioni del popolo? Lo sbalzare di seggio un regnante, da cui testè egli avea chiesta la consacrazione, farebbe impressione sinistra; la Chiesa potrebbe ferire ancora di maledizioni la fronte che testè avea consacrato; per ciuffare un piccolo territorio, per sottomettere il più debole e inoffensivo de’ principi, Napoleone rischia di vedere scandolezzate le coscienze cattoliche, impugnato il dogma dell’autorità, ch’egli avea tanto faticato a ripristinare: che importa? a tutto prevalga l’implacabile intolleranza d’ogni volontà reluttante alla sua. Pio continui ad essere papa, ma non impacci i disegni del guerriero; nè Roma neghi all’imperatore quell’obbedienza che gli rendono Milano, Venezia, Firenze, Napoli. — Tutta Italia sarà sottoposta a’ miei ordini (scrissegli soldatescamente). Di Roma voi siete il sovrano, ma l’imperatore ne sono io; i miei nemici devon essere nemici vostri. Le lentezze di Roma a dare le dispense e ad approvare i miei vescovi, sono insopportabili: io non posso trascinare per un anno ciò che dee farsi in quindici giorni».