Un papa politico avrebbe potuto simulare e dissimulare, cercar tempo al tempo, condiscendere in qualche parte per ottenere il tutto: ma Pio VII era un buon prete, altamente compreso della divina autorità del pontificato, fedelissimo a quella morale che non patteggia colla menzogna, e al dovere di tramandare intatta l’autorità datagli in deposito. Consultò il sacro Collegio; e i cardinali, già da un pezzo persuasi che, o piegasse o resistesse, Roma sarebbe travolta nel vortice, opinarono pel partito che almeno mostrava dignità; si negasse l’alleanza colla Francia, poichè questa condurrebbe a guerra con tutta cristianità, provocherebbe Inglesi e Russi a perseguitare i cattolici loro sudditi, repugnerebbe all’affezione che il pontefice deve a tutti i credenti.
Pio dunque rispose, si terrebbe colpevole di codarda debolezza presso il mondo e presso l’avvenire se non desse la risposta comandatagli dal sentimento della giustizia, della verità, dell’innocenza, ed esponendo quel che prima e poi fu tante volte ripetuto, dicea, «Come principe temporale non dover intraprendere cosa che si opponesse a’ suoi doveri di capo della Chiesa, doveri a cui non sono legati gli altri sovrani: obbligandosi a una federazione guerresca, si nimicherebbe le nazioni contro cui dovesse osteggiare, e quindi sarebbe impedito nel libero esercizio della sua supremazia sopra tutti i fedeli del mondo; adunque padre comune de’ fedeli e insieme sovrano indipendente, terrebbe nelle contese umane neutrali il cuore e gli Stati suoi, aperti al potente non men che al debole; ministro di pace, non cesserebbe d’invocare il termine delle guerre desolatrici, e il ritorno della comune tranquillità». Carlo Magno trovò Roma già in mano de’ Papi, ne ampliò il dominio, ma nè lo fondò, nè pretese superiorità in quello: anzi in testamento impose a’ suoi figli espressamente di difendere tali dominj della Chiesa anche coll’armi, nè riservò loro alcun diritto di revocare i doni fatti da lui o da suo padre. Il possesso pacifico di XI secoli era «un titolo, che nessun altro sovrano potea vantare (1806 20 marzo). — Voi (soggiungeva), siete imperatore de’ Francesi, non di Roma; e se vi fosse un imperatore de’ Romani, sarebbe quel di Germania, titolo di dignità, che nè in realtà nè di figura scema l’indipendenza della santa Sede; dignità del resto sempre elettiva. I rimproveri che ci fate di trascurar le anime, ambire a vantaggi mondani e a vane prerogative, li riceviamo come un’umiliazione dalla mano dell’Altissimo. Nè voi vorrete spogliarvi di quella saviezza e previdenza, per la quale conosceste che la prosperità de’ Governi e la tranquillità dei popoli sono irreparabilmente annesse al bene della religione».
Sapendo però quanto Napoleone fosse pertinace, insinuò ai ministri di Russia, Inghilterra e Sardegna di non esporlo a maggiori cimenti, ed essi ritiraronsi; fece sapere a Fesch che, malgrado i doveri della neutralità, non s’impedirebbe che i Francesi occupassero Civitavecchia, la quale in fatto fu subito invasa. A tanto rassegnavasi Pio, sperando l’imperatore non esigerebbe s’avvilisse a sanzionare atti incompatibili colla dignità della tiara. Ma era appunto nella parte morale che Napoleone volea colpirlo; quanto alle forze fisiche, non avea di già veduto chinarsegli quelle di tutti i re? e a Fontaines diceva: — Insolenza di cotesti preti! si riserbano l’azione sugli spiriti, e pretendono lasciare a noi soltanto il corpo».
La lettera del papa volle dunque tenere come il sommo degli affronti, e cessò di trattar direttamente con esso[118]. Richiamato il cardinale Fesch, gli surrogò quell’Alquier, che a Napoli avea saputo spionar tanto, da offrirgli motivo di cacciarne i re, e che nei suoi ragguagli non parlava che della testardaggine del papa, degl’intrighi de’ cardinali, della folle speranza da questi oltremontani nutrita, che, se l’imperatore gli abbattesse, il suo successore li ripristinerebbe: e le istruzioni erangli date dal ministro Talleyrand, al quale ormai Napoleone lasciava l’incarico d’insultare al pontefice.
Cresceano motivi di querele le nuove prepotenze usate a Napoli, dove avendo Napoleone messo per re Giuseppe, Pio accampò le antiche pretensioni della santa Sede, offrendosi però a riconoscerlo tostochè anche l’imperatore riconosca la sovranità temporale e l’indipendenza della sede pontifizia. Al nuovo principato di Lucca e Piombino essendosi esteso il concordato del regno d’Italia, e apposti i suggelli alle proprietà delle corporazioni religiose, Pio ne mosse lamento col principe; e Napoleone si chiamò offeso, perchè, il decreto essendo venuto da Parigi, all’imperatore bisognava dirigere i reclami. Così manifestamente proclamava il vassallaggio degli altri regnanti.
Intanto il concordato medesimo si attuava nel Veneto, nominando i vescovi senza sentire il papa[119], il quale protestò non darebbe loro l’istituzione canonica se non andassero a riceverla a Roma, e dopo conchiuso un concordato speciale per quel paese. Napoleone esclamò alla ribellione (aprile); trovò insultante che il papa, nel mettere nuove imposte ai sudditi, n’avesse accagionato le spese delle truppe francesi; e sorpassando ogni uso civile, volle gli fossero mostrati i conti delle entrate e spese dello Stato Pontifizio[120]; pretendeva inoltre se ne cacciassero il console di Sicilia, alcuni antichi capibanda che s’appiattavano a Roma, e Luciano fratello disgustato dell’imperatore; si sciogliesse il matrimonio di Girolamo, altro suo fratello, che dovea cangiare la moglie plebea in qualche principessa. Pio VII si rinchiuse in una resistenza passiva; prevedeva le persecuzioni, ma sperava gioverebbero ad assodare le vacillanti credenze, e si dispose a soffrire con dignità, allestendo il tutto pel caso che i cardinali dovessero essere rapiti o violentati; mentre fra il popolo circolava preghiere onde placar la collera del Signore, e sviare i flagelli della nuova persecuzione.
Altre guerre sopirono il litigio: ma vincitore a Friedland, dettata la pace a Tilsitt, avuta la Toscana, Napoleone stabilisce dare un calcio anche a questo vecchiardo, che teneasi in piedi quando si prosternavano tanti re, e ad Eugenio da Dresda scrive (1807 22 luglio) inveendo contro l’orgoglio del papa; solo da profonda ignoranza del secolo poter nascere il ridicolo pensiero di denunziarlo alla cristianità come nemico: — E che? pensa costui colla scomunica far cascare l’arma di pugno ai soldati? mettere lo stiletto in mano de’ popoli? Lo faccia, ed io separerò i miei popoli da Roma; la mia polizia impedirà il circolare di que’ misteriosi scritti. Intanto non voglio che i miei vescovi d’Italia vadano a Roma a succhiare massime di rivolta contro il loro sovrano. Certo il papa si pentirà di non aver aderito alle mie proposizioni. E forse non è lontano il giorno ch’io nol riconoscerò più se non come vescovo di Roma, e adunerò un concilio per fare senza di esso. Quai sono i diritti della tiara? umiliarsi e pregare».
Ancora negoziavasi, e già Napoleone facea versare nelle sue casse le entrate riscosse nelle provincie romane; destinava un governatore francese in quelle di Ancona, Macerata, Fermo, Urbino; incorporava le truppe pontifizie nelle francesi; puniva come felloni i governatori e comandanti di piazza che tardassero obbedirgli; traeva al museo imperiale la galleria del principe Borghese, compensandolo lautamente ma con grave scontentezza del popolo e del Governo[121]. Supponendo la resistenza del pontefice derivasse dai cardinali, fece intimargli ne nominasse ventiquattro nuovi sudditi dell’imperatore: il che (se anche non è vero che volesse portare alla tiara suo zio) violava non solo la costituzione ecclesiastica, ma quella libertà che ha ogni principe ed ogni privato di scegliersi i proprj consiglieri.
Chiese inoltre conferisse pieni poteri ad alcuno per definire tutti i punti in contestazione; e Pio s’indusse a darli a Lorenzo Litta milanese, uno de’ più illustri e pratici cardinali, che ad alti natali e squisita cortesia univa irremovibile fede e costumi austeri[122]. Stando nunzio in Polonia al tempo della rivoluzione del 1794, aveva egli sottratto qualche vescovo al patibolo; assistette alla coronazione di Paolo czar, e attese a migliorare la condizione de’ cattolici sudditi; più tardi e dopo lunghi patimenti fu vicario generale a Roma. Di lui Napoleone ebbe paura, e ricusò riceverlo; così fece col Pacca; e pretese monsignor di Bayane, francese già vecchio e sordo: ma neppure questo poteva accedere a così esorbitanti pretensioni, le quali convalidavansi col minacciare che ogni ritardo si avrebbe per un disprezzo della forza, e a misura de’ minuti crescerebbero le domande.
In fatto l’imperatore, mettendovi una stizza puntigliosa, professava non volere più frati perchè non ce n’era al tempo degli apostoli, bensì soldati per difendersi dagl’infedeli e dagli eretici; il papa s’assoggetti alla federazione italiana; se no, appellerà ad un concilio, e occuperà lo Stato della Chiesa, necessario per assicurare alla Francia quell’Italia, che egli (dimenticandosi de’ sovrani che v’avea collocati) considerava come parte integrante dell’impero.