Gl’impiegati che venivano a portare tali minaccie a cotesto ambizioso, sommovitore di popoli, istigatore del regicidio, non trovavano che un vecchietto, tutto pace, tutto rassegnazione, disposto a qualunque sacrifizio fuorchè a buttare la tiara nel fango imperiale; che ripetea quel sacrosanto Non possumus: non poter prescindere dai canoni; e del male che venisse piangerebbe di cuore, ma si sentirebbe scarco di colpa.

Pure, in procinto di rompere del tutto con quel prepotente, Pio si sgomentò dei danni che poteano derivarne alla cristianità, e si rassegnò a soscrivere alla federazione italiana, e mostrarsi ostile all’Inghilterra, purchè rimanessero intatte le quistioni religiose. Anche Bayane e Caprara credettero che, concedendo tutto, placherebbero Napoleone; e formularono un amplissimo trattato, ove Roma si sgiojellava delle sue migliori prerogative. Ma ecco notizia che l’imperatore (1807 29 7bre), per non avere interruzione fra il suo regno d’Italia e il suo regno di Napoli, manda a occupare le Marche; ordine che convincea come quelle intimazioni fossero fatte unicamente per ispingere agli estremi il papa, e coll’aspettato rifiuto giustificare la violenza.

L’occupazione delle provincie privava delle migliori entrate molti prelati e la santa Sede; e Pio VII, vilipeso come principe, come pontefice, come uomo, d’accordo col sacro Collegio repudiò il trattato di Parigi (1808), lesivo alla indipendenza, alla dignità, a’ diritti spirituali del papa, e ritirò ogni potere al Bayane. L’imperatore non desiderava che questo, e ordinò al generale Miollis occupasse Roma «per punire quella Corte insensata e cieca», e per «abituare il popolo romano a vivere colle truppe francesi e alla loro polizia, in modo che la Corte papale cessasse d’esistere insensibilmente»[123]. Vi si unì la frode, notificando a Pio dovere truppe passare al regno di Napoli, ma non toccherebbero Roma; e continuando le proteste insieme cogli scherni ai preti e al papa, vi entrarono. Pio si rassegnò, solo protestando contro l’occupazione, ed esortando i sudditi a imitarlo. Vicario in terra del Dio della pace, che col divino esempio insegna mansuetudine e pazienza, non dubita che i suoi amatissimi sudditi metteranno ogni studio a conservare la quiete e la tranquillità com’egli esorta e ordina espresso, e rispetteranno gl’individui d’una nazione da cui nel suo viaggio ricevè tanti segni d’affetto. Da quel momento si considerò come prigioniero nel Quirinale, più non uscendo alle passeggiate o alle devozioni consuete, e ricusò di più trattare finchè armi straniere durassero in Roma.

Noi conosciamo questo Miollis semiletterato, il quale avendo espresso voto contrario al consolato a vita, erasi nimicato Napoleone, e dappoi attese a riconciliarselo colla più cieca obbedienza. Si fa dunque stromento contro il papa, e sorpreso Castel Sant’Angelo col pretesto d’una sommossa de’ Transteverini, puntate le artiglierie contro il Quirinale, fa arrestare chi gli spiace; s’ingelosisce fino de’ pochi battaglioni romani che servivano a tenere la quiete, e gl’incorpora ne’ francesi, congratulandoli che non avrebbero più a ricevere comandi da preti e donne, bensì da altri soldati, capaci di condurli al fuoco: alcuni uffiziali che ricusarono, furono mandati in fortezza a Mantova.

Per iscomporre il sacro Collegio che Napoleone non avea potuto corrompere, ordinò che tutti i cardinali non oriondi di Roma tornassero alle patrie loro, benchè alcuni vi stessero da trent’anni, e come cardinali più non appartenessero ad alcun sovrano particolare, bensì al papa cui aveano professato sudditanza. Bisognarono soldati per portare via i cardinali napoletani, poi i genovesi, i milanesi, i veneti, i toscani, i parmigiani, indi i vescovi, persino il Casoni segretario di Stato. Così fu sfasciata l’amministrazione, e Pio VII si trovò isolato di consigli e come principe e come pontefice.

Miollis ebbe l’ordine di assumere anche il governo civile; ma Pio proibì d’obbedire ad altri decreti che ai suoi, nè di festeggiare in chiesa le nuove inaugurazioni; il popolo serbò contegno e, malgrado le suggestioni, s’astenne da’ tripudj carnevaleschi, e solennizzò l’anniversario della coronazione del pontefice.

Da tutto ciò contrasti, bandi, deportazioni; e annicchiati i ribaldi negli impieghi che i migliori faceansi coscienza di accettare. Man mano che uno fosse dal papa nominato governatore di Roma, era côlto e mandato in lontane fortezze: un’attivissima polizia vigilava tutti gli atti, gli scritti, le manifestazioni: e tale e tanta era la servitù (come se ne dolse Pio nella sua allocuzione), che tutto quello che potrebbe ricusarsi di fare spontaneamente era estorto dalla violenza e dalle armi. Intanto Napoleone sopprime i conventi, staggisce i beni ecclesiastici che ascendeano a 250 milioni, cento dei quali assegna al debito romano e alle spese del culto, il resto incamera. Temendo resistenza, manda un diecimila uomini di rinforzo a Miollis, e dice: — Grazie alla pace, ho tempo e truppe disponibili, e bisogna profittarne per terminare gli affari in pendente. Fra due mesi tratterò col papa, e poichè il resistere è impossibile, bisognerà che s’accomodi; e accettare i cambiamenti da me recati allo Stato e alla Chiesa».

L’eccesso della persecuzione diede al pontefice una fermezza che non era del suo carattere; vedendo il mondo prostrarsi al violento, rivolgea l’anima al cielo e gli occhi alla posterità, e — Se bisognerà rinunziare alla tiara, vedano almeno gli avvenire che non n’eramo indegni». E soggiungeva: — Il mio predecessore nei giorni prosperi avea l’impeto d’un leone, e morì come un agnello; io vissi come un agnello, ma saprò difendermi e morire da leone». E all’imperatore scriveva cambiasse consigli, tornasse ai sentimenti primitivi: — Sovvengavi che Dio è re sopra i re; che non eccettuerà nessuno, che non risparmierà qual si sia grandezza; si mostrerà e presto in forma terribile, e i forti saranno giudicati con rigore».

Qual fu la risposta? Miollis chiude in Castel Sant’Angelo le guardie nobili; e tra per frode e per forza penetra nel palazzo del papa per arrestarne il segretario Pacca. Pio se ne querela con Napoleone, e Napoleone per risposta da Vienna, ove risedeva come vincitore, proferisce l’unione degli Stati papali all’impero francese (1809 17 maggio), donati, diceva egli, da Carlo Magno «nostro augusto predecessore» come feudo, senza che Roma cessasse di far parte del suo impero; adesso ripigliarsi quel dono, e separare di nuovo la croce dalla spada[124]: i papi alla loro esaltazione giurino non intraprendere nulla contro le quattro proposizioni gallicane, che sono dichiarate comuni a tutte le chiese cattoliche dell’impero; godranno due milioni di rendita in beni immuni; imperiali sieno le spese del sacro Collegio e della propaganda: ma questi e la dateria e gli archivj delle missioni e tutto passino a Parigi, dove con milioni si prepara un nuovo Vaticano.

Al paro dei re di Prussia, di Russia, d’Inghilterra, voleva essere capo della religione e farla servire alla sua politica; sentiva che un papa collocato a Parigi gli darebbe efficacia sulla Spagna, sull’Italia, sulla Confederazione Renana e la Polonia; missioni in America e in Asia diffonderebbero la gloria e il potere della Francia; i concilj di Parigi rappresenterebbero la cristianità.