Il comasco De Welz diede qualche aspetto di novità alla sistemazione del credito proponendo una banca per la Sicilia, poi nell’operetta della Magia del credito svelata (Napoli 1834). Aggiungiamo Carlo Bosellini di Modena (Nuovo esame delle sorgenti della privata e pubblica ricchezza, Modena 1816), il Fabroni, il Costanzo, lo Scuderi, il Longo, il Morreno, l’Intriglia, il Deluca, il De Augustini, il Rossi, il Meneghini, il Parisi, il Trinchera, il Poli (Studj d’economia politica); il Ferrara, che sovraintese a Torino a una raccolta d’economisti, tutti forestieri eccetto un volume; lo Scialoja, che più degli anzidetti inclina alla libertà, però legale e protetta. Di tali studj e delle loro applicazioni l’organo più longevo e perciò meglio opportuno alla storia furono gli Annali di statistica di Milano compilati da Giuseppe Sacchi, che sopravvissero alla crisi del 1848, a cui soccombettero quelli di Napoli. Lodovico Bianchini, nella Scienza del ben vivere sociale, allargò a teorie quel che avea raccolto negli studj particolari sopra il reame delle Due Sicilie; conosce le imperfezioni di questa scienza, pure s’affigge anch’esso allo Stato, qual albero maestro della macchina sociale, e alle leggi arbitrarie e alle sociali contingenze.
In generale fra noi furono discusse e svolte le dottrine economiche di Malthus, di Say, di Smith, anzichè surrogarne di originali. Ben vollero intitolare italiana una scuola, della quale Blanqui darebbe per contrassegno il riguardar le questioni in maniera larga e complessa, e la ricchezza non in modo stretto ed assoluto, ma in relazione col ben essere universale: e il napoletano De Luca il dedurre le verità economiche dai principj del diritto e della morale, richiamandole a sintesi giuridica e di pubblica moralità, non precipitarsi agli estremi, ma tenersi a un giusto mezzo, e mirare al miglioramento della classe più numerosa[281]. Non troviamo che questi caratteri siano nè comuni ai nostri, nè speciali ad essi; i quali in generale propendono ad una libertà di commercio moderata, si occupano molto della popolazione, poco del credito pubblico, delle grandi industrie, delle macchine, e spesso mancano del senso pratico di chi vide e provò.
Il Gianni avea già proposto[282] una moneta di carta che nessuno potesse ricusare, e di quantità equivalente all’imposizione; l’erario non pagherebbe e non riceverebbe che in questa specie; sicchè non estenderebbe nè il commercio nè la circolazione de’ metalli, dando fuori solo quanto ripiglia; e con ciò si cesserebbe d’avere e imposizioni e spese pubbliche. Quel pensiero sviluppò il siciliano barone Corvaja, stabilendo un banco-governo che stampasse tanta carta quanta ne domandano i cittadini a contanti; non sarà una banconota che rappresenti un atto di fede, sibbene un certificato di rendita; l’interesse del denaro frutterà per tutti i cittadini indistintamente, variando a norma del cumulo di tutti gli utili. Da principio il denaro affluirebbe verso gli Stati ove più alti i fondi pubblici; quando fosse livellato in tutti gli Stati, si conoscerebbe che trascende i bisogni giornalieri, e quest’eccedente diverrebbe oggetto di lusso. In questa banca universale, dove tutti i proventi diventerebbero accomandatizj, si raccoglierebbero tutti i fondi pubblici, tutto il metallo: laonde se mai fosse stata possibile, avrebbe recato un tale accentramento governativo, da assorbire ogni attività individuale, e spegnere la libertà a nome dell’eguaglianza come nel comunismo. Anche Rusconi (La rendita e il credito) si vale delle idee di Proudhon per suggerire un banco-governo, i cui frutti paghino il prestito. Vi arieggia la banca nazionale di Gabriele Rossi, poco diversa da quella di Law. Anche altri si piacquero ai concetti socialisti, che alla debolezza degli individui vorrebbero rimediare col ridurre la società ed una massa unica, nella quale l’individuo andrebbe affatto perduto. E massime in questi ultimi tempi, dopo cresciuta la libertà e pubblicità, molti studiarono i modi di crescere la rappresentazione de’ valori e la circolazione dei capitali mobili ed immobili[283].
Nel campo pratico è a ricordare il genovese Luigi Corvetto (1756-1822), che fu nel Consiglio di Stato di Napoleone, e contribuì a formare il codice di commercio e il penale, sotto Luigi XVIII fu ministro delle finanze, e uno dei fondatori della società per migliorare le prigioni. Anche il côrso Antonio Bertolacci, fuoruscito nel 1793, in Inghilterra s’applicò agli studj economici, fu adoprato al Seilan come amministratore; scrisse varj trattati, e specialmente il progetto d’un’assicurazione generale sulla vita, che dovrebbe amministrarsi dal Governo in modo di avvincere i popoli allo Stato e viceversa.
Pellegrino Rossi pretende l’economia politica abbia teoriche certe quanto le matematiche; e le assegna per oggetto la ricchezza, e per termine gl’interessi materiali; il che la discerne dalla politica. Teorie proprie egli non posa, ma prepondera pel metodo; ben sceglie fra i predecessori, concatena e deduce con un rigor logico che non irriti il buon senso. Attentamente distingue la scienza pura, indipendente nei canoni e nelle dimostrazioni, dall’applicata che deve lottare coi fatti esterni, ed egli attese piuttosto a questa; sempre ebbe in vista l’uomo, e più nell’ultima parte, pubblicata postuma, e che concerne la distribuzione delle ricchezze. Ma neppure qui elevandosi dall’eclettismo, produce una scienza troppo liberale per essere di Stato, troppo razionale per piacere ai socialisti. Scrisse sempre in francese, come pure Giovanni Arrivabene di Mantova, posto nel Belgio fra i migliori cultori di queste discipline.
De’ vecchi economisti italiani una raccolta stampò il barone Custodi a Milano, erudizione poco concludente alla scienza, per quanto esso li magnifichi colla passione d’un editore. Un succoso estratto ne fece Giuseppe Pecchio (Storia dell’economia politica in Italia), col solito andazzo di arrogare ai nostri ogni merito perchè abbiano enunciato qui e qua alcuni veri, che traggono vigoría unicamente dall’essere provati, e connessi in un sistema efficiente; eppure asserì che, ne’ primi trent’anni del secolo, l’Italia non avea nulla prodotto in tale scienza.
Con altro ingegno il Marescotti esaminò gli economisti italiani del secolo nostro, pretendendo cambiare il centro dell’economia politica, come Galileo e Newton fecero della planetaria, e coll’esposizione scientifica di tutte le scuole economiche non solo, ma delle morali, religiose, sociali, risolvere i problemi più dibattuti, mostrare che quel centro non è lo Stato, bensì l’uomo, e intorno a questo deve acconciarsi e moversi il Governo. Fedele pertanto alla tradizione religiosa degli alti intelletti italiani che attesero a dar vigore alle leggi naturali e divine, mira a ristabilire il diritto della creatura autonoma, oppressa dalla violenza artifiziale, al contrario de’ consueti nostri economisti che l’individuo avviluppano nella sovranità legale. L’uomo ha un’esistenza subjettiva e indipendente, e di lui bisogna fare la pietra angolare dell’economia e del diritto universale se vogliano ridursi a scienza. La libertà sia intera, come dritto non come concessione, per ottenerla abbiasi una tassa unica, semplice, proporzionata, in ragione aritmetica diretta sopra ogni unità che rappresenta un valore netto pel contribuente, vale a dire una tassa unica sopra la rendita netta. La giustizia artifiziale emanata dal Governo, cioè dalla forza, non deve preponderare alla naturale, dettata dalla ragione dell’uomo; chè al vertice della società non siede un Governo umano, bensì la coscienza e la ragione per dirigere le morali e le fisiche inclinazioni.
Insomma egli incolpa la scienza economica d’essersi fatta servile all’onnipotenza governativa, e di tendere ad annichilare le individualità, abolendo le corporazioni dei piccoli artieri, mentre si applicavano quelle de’ grandi capitalisti. Dopo di che non resta che un passo per arrivare ai teoremi de’ Socialisti, che, vedendo l’adulterio introdotto all’ombra del matrimonio, la corruzione all’ombra della politica, la mediocrità all’ombra dello intrigo, l’ozio e la miseria all’ombra della ricchezza ereditaria, scalzano e rimpastano l’ordine sociale odierno; premettendo rendere felice l’uomo, ma di felicità passiva, indipendente da’ proprj sforzi, quasi condannato alla beatitudine terrestre, e a virtù che sono fuori dei nostri istinti. E a deplorare che, mentre una volta l’economia sociale studiavasi per elevare le anime, ora non badi che a soddisfare gl’interessi materiali, e a farsi mezzo all’indipendenza dello Stato, favorendo la sete dell’oro e la febbre di speculazioni che arrestano lo slancio delle intelligenze e la moralità.
CAPITOLO CLXXXVII. Scienze matematiche e naturali.
Parve che il turbine politico scotesse le menti, sicchè repudiando la belante letteratura, l’abitudinaria industria e le barcollanti teorie, spinsero le scienze a tal volo, quale mai in verun tempo, munendole coll’osservazione e col calcolo preciso degli spazj e della quantità.