Alla geografia poco ajutammo noi Italiani, giacchè non si può tener conto di libri compilati su libri, degli atlanti, delle tabelle; lavori di pazienza, di cui scorgesi l’inutilità quando occorra di valersene, non concordando tampoco nei dati positivi, quali sarebbero la popolazione o la qualità dei terreni. Il Compendio di geografia del Balbi, arrivando primo, fu adottato come manuale anche dai forestieri. Utili vennero alcuni dizionarj geografici di paesi speciali, come quello del Bergamasco pel Maironi, del Modenese pel Ricci, del Piemonte pel Casalis e lo Stefani, e principalmente del Repetti per la Toscana, dove, valendosi delle ricerche già fatte dal Targioni Tozzetti, non porse solo la corografia e la statistica, ma tenne conto de’ monumenti, delle carte, della storia civile come della naturale di ciascun paese. Ebbero passaggera lode l’Atlante statistico d’Italia del Serristori, la Geografia d’Italia del Marmocchi e dello Zuccagni Orlandini, l’Annuario cominciato dal Ranalli.
Quanto a viaggiatori, Giuseppe Acerbi mantovano giornalista pubblicò Viaggi al capo Nord, dove si asserì non essere egli mai arrivato. Antonio Montucci di Siena (1762-1829), ito con Macartney alla Cina, di quella lingua fece il dizionario più comodo per Europei: insegnò a Londra, a Berlino, a Dresda, infine a Roma, ove a Leone XII cedette i libri e manoscritti suoi, e i tipi da stampa cinesi. La storia naturale del Chilì, stampata in italiano a Bologna il 1810, è dell’americano Molina. Il milanese conte Fagnani dettava lettere sopra la Russia, troppo personali. Dal Belzoni e dal Brocchi avemmo notizie sull’Africa, oltre le aneddotiche del Pananti. A Venezuela e alla Nuova Granada portò sue ricerche il Codazzi di Lugo (1785-1830), colonnello del genio nell’esercito muratiano. Carlo Vidua di Casal Monferrato cercò notizie civili ed erudite per tutta Europa, in Crimea, in Egitto, nel Deserto, in Terrasanta, alle isole; nelle due Americhe raccolse moltissime curiosità; altre nella Cina e nell’India; ma a Lachendon accostatosi troppo a una solfatara, si scottò una gamba, e ne morì in vista di Amboina. Molti suoi scritti smarrironsi, altri furono pubblicati da Cesare Balbo, tra cui uno sullo stato delle cognizioni in Italia.
Giovan Raimondo Pacho di Nizza 1749-1829 corse l’Arabia, l’Egitto, la Cirenaica, raccogliendo fatti importantissimi, e reduce voleva compilarli; ma trovandosi sprovvisto di denari, si uccise. Costantino Beltrami bergamasco lungamente percorse l’America, e risalì alle fonti del Mississippi, investigando i monumenti che chiariscono le origini di que’ popoli. Omboni perlustrò rapidamente l’Africa e l’America; Moro, Beltrami, Codazzi crebbero le cognizioni sull’America; sull’Africa il Della Cella. Altri paesi videro e descrissero il marchese Carlotti, il duca di Vallombrosa, i lombardi De Vecchi, Dandolo, e più ardito l’Osculati. Vi si vogliono aggiungere le Lettere Edificanti, dettate dai Missionarj, e le Memorie sull’Australia, pubblicate a Roma il 1854 dal vescovo di Porto Vittoria. I Viaggi al Polo di Francesco Manescalchi veronese appartengono alla storia, lodati di esattezza[284].
Giuseppe Piazzi benedettino (1746-1826), natìo di Ponte in Valtellina, montato l’osservatorio di Palermo, ampliò il catalogo delle stelle fisse di Flamsteed e Wollaston, e le portò fino a seimila settecenquarantotto. Valendosi di un pensiero di Galileo, adottato dall’inglese Herschel, osserva il piccolo angolo formato tra una stella brillante e una minore che la accompagna, e dal variare dell’apertura ogni sei mesi argomenta la distanza degli astri. Nell’applicazione non riuscì così felice; e meglio studiò l’obliquità dell’eclittica, sebbene l’irregolare refrazione del sole in inverno gl’impedisse di precisare i due solstizj. Mentre in tutta l’antichità conosciuta non erasi scoperto alcun pianeta nuovo, primo nel 1789 Herschel trovò il pianeta urano: poi Piazzi al 1º giorno del 1801 la cerere ferdinandea; scoperta che destò rumore perchè prima, e perchè parea verificare l’ipotesi di Keplero che i pianeti fossero disposti intorno al sole nelle distanze di 4, 7, 10, 16, 23, 52, 100, dove mancava il quarto fra marte e giove, vuoto che restava empiuto da cerere. Ma dopochè l’Accademia di Berlino, diviso il cielo in XXIV ore, ne affidò una a ciascuno de’ più valenti osservatori, in modo da formare esattissime carte, divenne cura più ch’altro meccanica lo scontrare altri asteroidi fra marte e giove, che passano già il centinajo.
Oriani (1752-1832), povero fanciullo d’una terra suburbana di Milano, raccolto dai Certosini e divenuto frate Barnaba, poi messo alla specola di Milano, la amò passionatamente; quando Napoleone esibivagli onori, esso gli cercava qualche stromento, e morendo lasciolla erede. Risolse difficoltà dichiarate irresolubili da Eulero col trovare tutte le relazioni possibili fra i sei elementi di qualsiasi triangolo sferoidico; e precisò gli elementi di urano.
Giovanni Inghirami da Volterra 1779-1854 scolopio continuò la gloria dell’osservatorio Ximeniano di Firenze; con somma lode eseguì una delle ore per la gran carta uranografica; seguì le giornaliere occultazioni delle piccole stelle sotto la luna con metodo semplicissimo, sicchè con mere addizioni e sottrazioni possono effettuarsi difficilissimi computi astronomici: laonde l’Accademia di Londra lo dichiarò ingegno meraviglioso, e le principali nazioni marittime vollero che alle loro effemeridi astronomiche fosse aggiunta la planetaria dell’Inghirami. Illustrò difficili opere di calcolo sublime, pubblicò un corso di matematiche e i Principj idromeccanici, e nel 1817 misurò una base di cinque miglia sopra cui fu eretta la triangolazione della Toscana. A simile operazione la matematica celeste fu applicata in tutta la penisola per servire di norma alle operazioni del censo; nel che bella lode meritarono gli astronomi di Napoli[285].
Giovanni Plana da Voghera colla profonda analisi portò innanzi le idee di Laplace, trattando della costituzione atmosferica della terra, delle refrazioni astronomiche e delle perturbazioni planetarie, e del movimento della luna, dedusse le tre coordinate dall’unico principio dell’attrazione universale. Tracciò un meridiano attraverso il Piemonte insieme col milanese Carlini, il quale trovò un nuovo metodo per costruire le tavole astronomiche; e va posto fra i buoni osservatori col Colla di Parma, il Calandrelli e lo Scarpellini di Roma, il De Cuppis, il Cappocci, il Nasili di Napoli, lo Schiaparelli, il Respighi, il Bianchi di Modena, il Santini d’Arezzo, allievo del celebre Paoli, poi professore a Padova, diede una teoria degli stromenti ottici. Del novarese Mossotti sono vanto il lavoro analitico sulla determinazione delle orbite dei corpi celesti, e il metodo per dedurre gli elementi d’un pianeta o d’una cometa da quattro osservazioni con equazioni di primo grado; il Cavezzini anch’esso piemontese, inventò le tavole geocentrica ed eliocentrica. Il gesuita Francesco De Vico di Macerata, direttore dell’osservatorio romano, studiò le nebulose e principalmente quella d’orione e le comete, e pel primo vide in Italia quella d’Halley nel 1835, e ne calcolò il ritorno; esaminò venere, precisandone la rotazione, e l’anello e il sesto e settimo satellite di saturno. Benchè ungherese, dobbiamo nominare il barone di Zach, che diresse la costruzione degli osservatorj di Napoli e di Marlía presso Lucca, e dal 1816 al 26 pubblicò a Genova la sua importantissima Corrispondenza astronomica, geografica, idrostatica e statistica.
Il perfezionamento degli stromenti molto giovò all’astronomia, e se i migliori telescopj ci vengono di fuori, quelli del modenese Giambattista Amici non iscapitano da quelli d’Herschel[286]; fece camere lucide, microscopj a riflessione e catadiottrici; e osservazioni celesti moltiplicò dopo che, profugo, ricoverò a Firenze. Molto si esaltarono pure i telescopj e i cannocchiali del piemontese Porro, inventore del Cleps.
I varj osservatorj pubblicano annuarj e memorie, estendendo le osservazioni anche a’ fenomeni magnetici pei quali un osservatorio apposito venne piantato sul Vesuvio. Il gesuita Secchi vorrebbe aver riconosciuto la legge che regola i bizzarri movimenti di declinazione e inclinazione dell’ago magnetico, trovando che il sole opera su di esso come fosse una potente calamita, situata a somma distanza dalla terra, e avente i poli omonimi dei terrestri, dirizzati alla medesima parte del cielo. Egli stesso potè pel primo valersi a Roma delle comunicazioni elettriche per istabilire la contemporaneità delle osservazioni metereologiche, sperata fonte di molte utilità pratiche[287] e scrisse sull’unità delle forze.
Nel più potente stromento d’analisi, la matematica, quali nomi opporremo al nostro Lagrangia e agli stranieri?