Lorenzo Mascheroni (1750-1800) (p. 576) morì profugo e povero in Francia, ove fu consultato intorno al nuovo sistema di pesi e misure, a cui collaborarono Lagrangia, Vassalli, Fabroni, Balbo e il lucchese Pietro Franchini (1768-1837), autore d’un corso d’analisi, della scienza del calcolo, di risoluzioni delle equazioni algebriche d’ogni grado; e che fu dell’Istituto di Francia e senatore dell’Impero. Come il veneto Collalto, così il Brunacci di Firenze sostennero fra noi il metodo lagrangiano, mentre i Francesi preferivano quello di Liebniz, o piuttosto li fuse. Il Mossotti suddetto, professore di fisica, matematica e meccanica celeste a Pisa, i lombardi Mainardi, Frisiani, Bordoni, Brioschi, Turazza, Cremona, Ruffini di Valentano... continuano profonde ricerche matematiche, come i veneti Conti e Minich, e il Bellavitis sul calcolo sublime e sul metodo delle equipollenze, il vicentino Fusinieri sulla trisezione di qualunque arco di circolo, il savojardo Luigi Menabrea sulle vibrazioni.
Quando Wronscki pubblicò la Filosofia della tecnica, posando pel primo il teorema generale e il problema finale delle matematiche, delle quali riponeva il carattere distintivo nella certezza d’un principio unico trascendente assoluto, volle confutarlo il Romagnosi: ma oltre mancare il rispetto dovuto a un grand’uomo, si mostrò incerto anche nel maneggio della geometria.
Pietro Cossali veronese (1748-1815) nella Storia dell’algebra rivendicò contro Montuela alcune glorie all’Italia, ma stanca col rozzo stile e colle divagazioni. La Storia delle matematiche in Italia, scritta in francese dal toscano Guglielmo Libri, erudito che per la bibliografia concepì una passione divenutagli funesta, lo mostra esperto matematico più che buono storico, accumulando e divagando, e fino alterando i fatti per secondare le passioni sue e del momento. Nessuna cosa è meno nazionale della scienza, e un paese può offrirne un episodio, non mai quella concatenazione, che unica costituisce le scienze. Troppo facilmente poi vi si mescolano la passione e la boria fino al paradosso, s’arrogano alla patria invenzioni certamente forestiere, ed anche senza volontaria infedeltà si vagheggia come vero ciò che non è se non faticosamente trovato.
Il reggiano Giambattista Venturi (1746-1822), in Francia prese pratica coi migliori fisici, dettò articoli e dissertazioni, lavorò sui manoscritti di quelle biblioteche, e scrisse intorno a Lionardo, a Galileo, al Castelvetro, ed all’origine e ai progressi dell’agricoltura; uomo semplice fino all’avarizia, nelle tasche foderate di latta portava la scarsa prebenda nei viaggi che, per confrontare manoscritti, faceva alle diverse città.
Il vanto de’ nostri nell’idraulica fu sostenuto piuttosto con la pratica che con teorie; ma vanno nominati con lode i toscani Fossombroni e Brunacci suddetto, autore dell’Ariete idraulico, e il bergamasco Tadini, la cui teorica delle onde è invano usurpata dagli stranieri. Pessuti semplificò e ridusse intelligibile anche ai novizj la formola complicata di Laplace per l’attrazione capillare.
L’asciugamento delle maremme toscane e venete, le dighe ai fiumi e al mare, i canali di navigazione ed irrigui diedero grand’esercizio agl’idraulici. Giuseppe Bruschetti preparò una buona storia de’ canali di Lombardia; e dotte ricerche e sperienze sui nostri fiumi e laghi il Parea, il Lombardini, il Paleocapa, il Colombani, il Brighenti, il Possenti. Pietro Ferrari da Spoleto 1753-1825, architetto della Camera apostolica, oltre i progetti per prosciugare il lago Trasimeno e il Fúcino[288], lasciò quello d’un canale navigabile che dall’Adriatico sboccherebbe in due luoghi del Mediterraneo. Nè di progetti fu od è scarsezza. Ma gli è tempo che l’idraulica, l’economia e l’agricoltura si associno seriamente per riparare ad uno de’ peggiori guai della nostra penisola, l’irruzione de’ torrenti, cagionata dal diveltare e tagliare a vendetta le selve, onde i monti scollegansi e franano, e le dirotte pioggie non più rattenute dalle foglie nè dalle radici, colmano le valli e rovinano i colti.
In fronte alle scoperte moderne sta la pila del Volta (t. XII, p. 589), il quale però visse fino al 1826 senz’ajutare d’un passo i progressi che nella fisica e più nella chimica produsse quel suo trovato, divenuto ben presto non solo potentissimo stromento di decomposizione, ma fonte di luce, di forza, poi d’inesauribili meraviglie dopo combinatosi col magnetismo. Questi sono meriti degli stranieri; ma non vuolsi dimenticare il professore Brugnatelli che fino dal 1801 adoprò la pila a decomporre i sali, ottenne la doratura col precipitare il rame, l’oro, spiegò il fenomeno delle pile secondarie: splendidi veri, registrati negli Annali di chimica, che lo fanno predecessore di Davy, Nicholson, Jacobi, Kemp, sebbene non conosciuto[289]. Stefano Marianini piemontese sostenne con perspicaci osservazioni l’origine fisico-meccanica dell’elettricità, contro coloro che vi vedono un’azione chimica, come il genovese Botto, che studiò pure l’applicazione dell’elettromagnetismo alla meccanica. Matteucci forlivese (-1868) studiò il passaggio delle correnti traverso ai liquidi, e l’elettrofisiologia principalmente nella torpedine, e costruendo pile d’animali appena morti[290]; ma non pare intenda connettere que’ fenomeni alle funzioni dei nervi, se non indirettamente. Isolati i muscoli delle rane, scoprì che questi assorbono l’ossigeno ed emettono l’acido carbonico a guisa de’ polmoni, e da essi ottenne fenomeni chimici e correnti elettriche. Zamboni, repugnante alla teoria elettro-chimica, colle pile a secco fece un pendolo perpetuo.
Nel 1790 Romagnosi osservava che una bussola, posta sotto l’azione della corrente elettrica, deviava: annunziò il fatto sui giornali, ma nè altri vi pose mente, nè egli vi diede sviluppo o esattezza scientifica; sicchè al danese Oersted rimase intatta la gloria di questa scoperta, per la quale potemmo a fili metallici, colle correnti di induzione, comunicare tutte la proprietà d’un magnete, e a tal modo ottenere le calamite intermittenti, fondamento delle tante combinazioni elettro-magnetiche, per le quali si fecero e telegrafi e macchine locomotrici. Ottenere pile di sì lieve costo, che divenga economica la decomposizione dell’acqua, e così abbiasi a basso prezzo il gas illuminante e il calefaciente, è lo studio pertinace e la speranza del genovese Carosio.
La scienza del più bello e del più maraviglioso degli imponderabili, la luce, ch’è la più avanzata delle fisiche perchè la più indipendente, fu mutata di punto in bianco col tornare dalle emissioni di Neuton alle ondulazioni di Huygens, donde gli stupendi fenomeni dell’interferenza e della polarizzazione. Leopoldo Nobili reggiano (1823) studiò quest’ultima; e la metallocromia, la doppia calamita elettrica, la teoria delle induzioni prometteano in esso uno de’ maggiori fisici, se non moriva immaturo. La sua pila termoelettrica, ove il calore opera sul galvanometro, più di qualunque termoscopio è sensibile alle variazioni di calorico, potendosene dimostrare la velocità della trasmissione e la quantità d’irradiazione traverso ai corpi trasparenti, colla sensibilità fino di un terzo e di un quarto di grado.
Macedonio Melloni, costretto coll’Amici a fuggire da Parma dopo la rivoluzione del 1830, portò seco nell’esiglio un perfezionato telescopio, e, compiute le sperienze, le offrì all’Istituto di Francia. Biot ne stese una relazione in tutta lode. Le sue scoperte consisteano nel ravvisare nel calorico raggi di natura differente, alcuni essendo trasmessi, altri intercetti da certi corpi; oltre il calore ordinario che si propaga lentamente e per diverse vie, ve n’ha uno radiante, che si comunica non per contatto, ma istantaneamente, e va sempre retto a guisa della luce. Il calore radiante è un agente distinto dalla luce? Melloni risponde di sì; laonde la triplice proprietà di scaldare, illuminare, produrre impressioni fotografiche. Morendo a Napoli, lasciò un elettroscopio (1801-1856) assai migliore de’ precedenti.