Sul calorico sono pure ammirati gli studj del Belli (-1860) di Vallanzasca. Amedeo Avogadro piemontese (1776-1856) ne stabilì questa legge, che i calori specifici dei gas composti, ritenuti sotto volume costante, paragonati a quelli d’un egual volume d’aria o di un gas semplice sotto eguale temperatura e pressione, sono espressi dalla radice quadrata della somma dei numeri interi e frazionarj dei volumi dei gas semplici.
E d’altri fisici illustri ci gloriamo, quali Vincenzo Antinori fiorentino; monsignor Gilj, che armò la cupola di San Pietro a Roma, isolandola con un solo parafulmine, opera gigantesca, come la meridiana tracciata su quella piazza, cui serve di gnomone l’obelisco; Lorenzo Fazzini napoletano (1787-1837) che sviluppò molti fenomeni dell’elettricità e introdusse certe eliche molto acclamate; Zantedeschi, che al domani d’ogni grande scoperta si presenta a reclamarne la priorità, quasi genio che intraveda le verità, ma senza quella pienezza scientifica che le rende effettive.
Il botanico Giuseppe Raddi fiorentino, incaricato nel 1817 d’un viaggio al Brasile, poi in Egitto col Rosellini, stampò sopra alcune nuove crittogame; sulle quali il De Notaris studia in bella emulazione col Moris, cui è dovuta la Flora sarda, come la Flora dalmatica al Devisiani. Ciro Pollini la Flora veronese, la piemontese il Re, la comasca il Comolli, la bergomense il Bergamaschi, la valtellinese il Massara, la tirolese il Perini e l’Ambrosi che senza maestri si meritò la stima de’ più illustri, la Pisana il Savi, che poi nella Flora italiana (1818-24) raccolse le piante più belle che si coltivano nella penisola; al Bertoloni è dovuta la prima Flora italica, cominciata nel 1815. I veneti meneghini (Algologia euganica), Zanini, Massalungo; i lombardi Balsamo-Crivelli, Cornaglia, Cesati, Garovaglio faticano negli arcani di questa bella scienza, per la quale si segnalarono nel napoletano il Piccioli, il Tenore, il Gasperini, il Parlatore. Molti vegetali e insetti conservano il nome di Francesco Andrea Bonelli da Cuneo 1748-1830 buon naturalista. Giorgio Gallesio fece la Pomona italiana: il milanese Vittadini preparò in cera tutti i funghi. Mauro Rusconi da Pavia portò luce sulla generazione delle rane. De Filippi milanese sta fra’ megliori cultori del regno animale[291], di cui la parte ornitologica trovò un acclamato cultore in Carlo Buonaparte (-1857), e tutto un felice espositore in Giuseppe Gené. I molluschi dell’Adriatico furono studiati da Stefano Renier di Chioggia in opera che dopo trent’anni pubblicò nel 1816. Il bellunese Doglioni raccolse e pubblicò gli uccelli della sua provincia, come il Carraro da Lonigo. Il bergamasco Mangili (1767-1829) scoprì il sistema nerveo delle mignatte e delle conchiglie bivalvi, illustrò i mammiferi soggetti al letargo, la fecondazione artifiziale de’ girini, la circolazione del sangue nel mesenterio delle rane e nelle branche de’ pesci, e insegnò a rimediare coll’ammoniaca al veleno della vipera.
La zoologia, non contenta di svelare l’infinitamente piccolo, cercò in grembo alla terra i frammenti d’un mondo perito, e secondo quelli determinò l’età dei terreni. Il bassanese G. B. Brocchi (1772-1826) oltre lo stato fisico del suolo di Roma, descrisse alcune località d’Italia, e massime le colline conchigliacee subappennine; preparando a indurre l’identità di formazione dei terreni terziarj non dalla giacitura, ma da’ corpi organici che contengono. Morì al Sennaar nel 1826. Scipione Breislak diede un’introduzione alla geologia, e descrisse la provincia di Milano e la Campania, e mostrò che i sette colli di Roma sono crateri di vulcani estinti. Da Gaetano Rosina avemmo ricerche mineralogico-chimiche sulle valli dell’Ossola, e osservazioni sul moto intestino dei solidi.
Marzari Pencati vicentino (1769-1830) descrisse i terreni veneti e una corsa pel bacino del Rodano e per la Liguria occidentale; e s’accorse che i graniti erano emersi dopo la deposizione de’ calcari conchigliferi. Da poi la geologia trovò nel Napoletano passionati cultori Nicola Covelli, il Monticelli, il Sacchi, il Pilla; in Romagna lo Scarabelli, l’Orsini, lo Spada; in Toscana Cocchi, Meneghini, Savi; in Sardegna Lamarmora; nell’alta Italia Collegno, Pasini, Zigno, Pareto, Gastaldi, Curioni, Catullo, Stoppani, Sismonda; e cogli stranieri De Buch, Dolomieu, Beaumont, Agassiz, Lyell esaminarono i nostri terreni, ed agitarono quistioni animatissime. La emersione, predicata da Beaumont, e già enunciata da Lazzaro Moro (vol. XII, pag. 585), dovè cedere alla teoria del restringimento della crosta della terra, prodotto dal raffreddarsi di essa. Nella geologia, perchè troppo ancora conghietturale, difficilissimo è determinare il merito de’ suoi cultori, talun de’ quali è appellato sommo, mentre altri lo dichiara ciarlatano. Ecco in fatti il Gorini di Lodi uscire colla teoria del plutonismo, che sventerebbe tutte le precedenti, e che in conseguenza è da tutti i precedenti repudiata. E tanto sono squisite le diligenze, che oggi si esigono dagli osservatori, che nessuno può avventurarsi, non soltanto a diversi regni della natura, ma neppure a diverse provincie del regno stesso; nè la scienza si fa progredire che colla longanime perseveranza s’un punto solo, finchè verrà qualche poderoso sintetico che valga a tutto riunire.
Molti scrissero d’agraria; Filippo Re che compilava gli Annali d’agricoltura del regno d’Italia, il Ricci, il Malanotti, il Ridolfi, l’Onesti, il Lambruschini[292] in Toscana, a Pavia il Moretti che diè fuori una biblioteca agraria; come il bolognese Berti Pichat che riunisce una farragine di cognizioni onnigene. Già prima il Dandolo avea trattato della pastorizia, de’ bachi da seta, dei vini. Nicola Giampaolo napoletano (1751-1832) scrisse un catechismo d’agricoltura e sul rimediare all’immoralità derivata dalle ultime vicende politiche. Jacini, trattando della cognizione de’ villani in Lombardia, cercò suggerirvi miglioramenti. Agostino Bassi lodigiano (1773-1856) attese all’educazione dei merini, propagò migliori metodi della vinificazione e del caseificio; e le malattie contagiose volle dedurre da parassiti animali o vegetali. Il Gera da Conegliano, il Rizzi da Pordenone, il Freschi da San Vito, il piemontese Ragazzoni... adoprano lodevole zelo a queste applicazioni: molti cercano il rimboscamento, molti il miglioramento degli animali rurali: e gli studj di Giuseppe Gazzeri di Firenze sugl’ingrassi recherebbero gran vantaggio, se la popolazione nostra agricola gli applicasse. E società e giornali ampliano queste discipline, dove ha singolar nome l’Accademia dei Georgofili di Firenze.
La chimica, magistero d’analisi per eccellenza, che persegue la materia sin nell’infima attenuazione, venne tra l’ultime scienze, e di tutte approfitta per far ogni giorno passi tanto giganteschi, da antiquare prontissimamente ciò che era fresco pur jeri. Le teoriche del flogisto di Lavoisier furono schiarite e in parte combattute dal savojardo Berthollet (1748-1822), sperimentatore diligente; il quale credette le sostanze animali si distinguessero dalle vegetali per l’azoto, conchiusione affrettata: studiò i clorati, e ottenne l’argento fulminante, che dovea poi mutar il modo d’inescazione delle armi da fuoco. Luigi Valentino Brugnatelli suddetto (pag. 541) credette la teoria di Lavoisier non rendere ragione del calorico e della luce che si sviluppano in certe emergenze, e ne trasse una teorica sua propria, denominata termossigene. Trovati suoi son pure l’acido suberico e l’eritrico; diede Elementi di chimica, i primi in Italia nel senso delle teoriche francesi, e una Farmacopea, lodata anche da forestieri. Porati migliorò la chimica applicata alla farmacia, e dappertutto s’introdussero per applicarla alle arti.
Impadronitasi della pila, e collocato Davy al posto di Lavoisier, la chimica potè elidere le maggiori affinità, nè trovò corpo che non le cedesse il suo principio efficace, la sua essenza; donde le mirabili teorie degli equivalenti e del dimorfismo, che abbattono quella delle forme primitive, posta da Haüy. Gioacchino Taddei di Sanminiato (1792-1860) cercò principalmente le relazioni della chimica colla medicina e colle industrie, diede un prezioso trattato di farmacologia (1819), coprì in Firenze la prima cattedra di chimica organica (1840), migliorò i sistemi della metallurgia e della zecca, e molto occupossi dei concimi. I begli studj di Giovanni Polli milanese e del Beltrami sul sangue, le larghe applicazioni del milanese Kramer, del toscano Gazzeri, di Lorenzo Cantò da Carmagnola, del Grimelli da Modena, del Sobrero da Torino... non lasciano troppo invidiare gli stranieri, sotto de’ quali eccellenti riuscirono l’Usiglio, il Canizzari, il De Luca, il Malaguti, il veneziano Bixio, il napoletano Piria, il modenese Selmi. I romani Viale e Latini nell’atmosfera scopersero l’ammoniaca come sottocarbonaio ammoniacale, la credono dovuta alla respirazione, e che sciolta dall’acqua, ricada colla pioggia sulla superficie della terra; in opposizione a Boussingault, che crede l’ammoniaca dell’aria prodotta dai temporali. Questa scienza aspira a divenire scienza prima, e spiegherà arcani patologici e fisiologici mediante lo studio de’ fermenti.
La medicina si fece migliore col distinguersi dalle affini in modo, che ciascuna si migliorasse a parte, ed essa raccogliesse il frutto di tutte per divenir sempre più vantaggiosa all’umanità. La fisiologia era in fasce, nè i fenomeni della vita si investigavano che sulle orme di Haller, e se ne curavano le alterazioni secondo gli istituti di Boerhaave e di Van Swieten: alla scuola dell’irritabilità halleriana alcuni opponevano la sensibilità; altri variavano nell’attribuirla a questo o a quell’organo; e la combattuta insensibilità dei tendini fu sostenuta dal trentino Borsieri e dal milanese Moscati (1739-1824). Questi ben meritò quando, essendo preposto alla sanità nel regno d’Italia, si raccolse intorno i giovani d’ogni capacità, ajutandoli a far prova de’ loro talenti: ma egli distrattosi in variissime discipline, non potè in alcuna primeggiare; il Borsieri applicò con maggior esattezza l’irritabilità halleriana alla teorica dell’infiammazione, sbandendo le antiche ipotesi dell’ostruzione, e squisite osservazioni esponendo con semplicità.
Il cuore è l’organo più irritabile, eppure non ha nervi; prova che l’irritabilità non risiede in questi. Così dicevano gli Halleriani: ma Antonio Scarpa (tom. XII, pag. 596) ve li rinvenne, e mostrò non esistere divario di struttura fra essi nervi e quelli de’ muscoli soggetti alla volontà; non poter dunque conchiudersi che il cuore abbia un’irritabilità indipendente dai nervi cardiaci; e questi tutt’al più esser inefficaci ai moti di quello.