Intanto Guglielmo Cullen di Edimburgo derivava la febbre e l’infiammazione da alteramenti dell’irritabilità; e questa teoria diffondendosi, escluse le malattie umorali, e tutto ridusse al solido vivo. Il toscano Vaccà Berlinghieri (1732-1812) lo affrontò, sostenendo che gli umori non possono soggiacere a corruzione se non fuori de’ vasi, ma che le alterazioni salubri o nocive del corpo provengono da riazione dei solidi sopra i fluidi, suscitata da fisica necessità; col che avviava al puro dinamismo e all’eccitabilità de’ moderni. Più lungo rumore levava lo scozzese Brown, che distinguendo la natura morta dalla vivente, pone la salute in una dose regolata di eccitabilità, stimolata dagli agenti esterni, sicchè le malattie si riducono a due diatesi, steniche dove cumulo, asteniche dove esaurimento del principio irritabile; e la cura nell’osservare quanta capacità abbia il malato a sopportare il rimedio opposto.
Quest’apparente semplicità allettò molti, che non istettero ad osservare se, come forse tutte le teorie patologiche, fosse dedotta da principj a priori; ma sì poco cercavansi le fatiche di forestieri, che sol dieci anni dopo pubblicata, Giovanni Rasori parmense (1766-1837) conobbe a Firenze quella teoria, e cominciò sua fama col tradurla e sostenerla con vivezza di parola, penna arguta, sprezzo del senso comune, irosa beffa di chi la credea pura moda. Eppure egli stesso la modificò, o piuttosto la invertì all’occasione della petecchiale di Genova nel 1800, dove, vedendo morire i malati che curava coll’oppio e cogli spiritosi, secondo il Brown che gli stimolanti adoprava in tutte le affezioni morbide e fin nell’apoplessia, tornò alla pratica del salasso e delle purghe. In allora al lemma di Brown che tutto stimola, oppose una fondamentale distinzione de’ medicamenti, appoggiandola sulla sua teoria, detta del controstimolo. Secondo la quale, fondamento della vita sono l’azione esterna e l’eccitabilità prodotta, modi della quale sono il senso, la contrazione muscolare, i fenomeni della mente e della passione; l’eccitamento ha un’unità, talchè non si deve curare questo o quell’organo ma l’insieme; i farmachi sono stimolanti o controstimolanti, e come tali si applicano alle malattie, che provengano da eccesso o difetto di stimolo. La flogosi deriva da sviluppo di vasi venosi ingorgati, nè distrugge nè genera parti organiche. Questo dinamismo trovò molti seguaci: e Rasori lo sostenne colla pratica degli ospedali; sebbene poi sul fine ammettesse l’azione specifica di qualche rimedio, come della china nelle intermittenti.
La teorica del controstimolo fu elevata e modificata da Giacomo Tommasini (1769-1846), che studiando la febbre di Livorno del 1804, la febbre gialla ed altre analoghe, diede chiare idee della diatesi, e formò una Nuova dottrina medica italiana, secondo la quale è negata la debolezza indiretta di Brown, proveniente da eccesso di stimolo; l’infiammazione è sempre stenica, cioè un processo vitale consistente in eccesso di stimolo; e a flogosi vanno attribuite molte malattie e febbrili e no, e acute e croniche, assegnate in prima a tutt’altre cagioni. Riduceva dunque le malattie a stimolo, controstimolo e irritazione; pure ne riconosceva alcune appartenenti ad entrambe le diatesi: e l’uso della digitale e del tartaro stibiato, e le prodighe cacciate di sangue resero famosa la scuola di quest’insigne.
La sua dinamica organica segna una transazione fra la dottrina dell’eccitabilità e quella del particolarismo o mistionismo, fondata da Maurizio Bufalini di Cesena, il quale, invece d’accontentarsi delle forze, come Rasori, ripudia tutto ciò che non sia materia e azione chimica, e deriva le malattie da profonda e molecolare alterazione dell’umano organismo; e così crea la patologia analitica. Più si generalizzò la dottrina del francese Broussais, derivata ancora dall’irritabilità halleriana, stimolata da agenti esterni, turbandosi le funzioni se lo stimolo sia o eccessivo o deficiente: donde la localizzazione primitiva delle malattie, il carattere stenico quasi generale, l’infiammazione degli organi digestivi, e in conseguenza la cura simile a quella delle infiammazioni esterne, cioè sanguigne, bibite, ghiaccio.
Anche altri contraddittori ebbe il Tommasini, quali Giuseppe Giannini da Parabiago (-1818), capo della clinica di Milano, che scrisse sulla natura delle febbri (1805), contro queste raccomandò l’immersione nell’acqua diaccia[293], gli acidi e il mercurio: lo Speranza di Cremona, repugnante agli abusi del salasso, non meno che al misto organico, all’omiopatia ed al mesmerismo, per attenersi all’osservazione pratica: il Geromini, che attribuisce gli errori della medicina all’ontologismo, e fonda la patologia sull’irritazione. Il bresciano Giacomini alle dottrine della diatesi unì scientificamente quella dell’elettività de’ medicamenti. Francesco Puccinotti urbinate, clinico nell’Università pisana, proclamò la Scuola ippocratica italiana o degli etiologi, unendo le dottrine positive dei vitalisti e dei mistionisti, conservando la validità clinica col decoro d’un’interpretazione scientifica, e accettando il progresso delle scienze ausiliari. Ai diatesisti, che fanno passivo il principio della vita, oppone gli atti spontanei naturali, e dalla natura medicatrice muove nella Patologia induttiva; studia assai le epidemie; divisa una filosofia medica, e traccia una Storia filosofica della medicina, versatissimo come è nella conoscenza degli antichi.
Questo variare di sistemi fa ridere i lepidi, e fremere gli austeri; ma in realtà la pratica riesce per lo più alle medesime conchiusioni, e chi esaminò gli ospedali avverò che generalmente il numero de’ morti sta a quel de’ malati nelle medesime proporzioni, sia quando si svena, sia quando si lascia morire di pletora. Il ripetere che la scuola italiana s’attiene all’osservazione più che alle teorie, crede molto ai fatti, pochissimo alle opinioni, studia i fenomeni naturali, va cauta ne’ giudizj, indaga semplicemente il vero, e sfida abbastanza nelle forze medicatrici della natura, esprime un desiderio più che non formoli una teoria. I savj s’attengono all’osservazione, ajutata dai progressi della chimica e dell’anatomia patologica, dall’uso dello stetoscopio, modificando il trattamento a norma de’ sintomi e dell’individuo: che se alla diatesi generale prevale la localizzazione, questa si fissa men tosto sopra un organo che sopra qualche sistema. Certo è che nei medici si fa sempre più indisputata la dignità[294] ed estesa la coltura, molti occupandosi oltre la pratica, in ricerche proprie e in conoscere le altrui; la diagnosi e il trattamento sono d’assai migliorati; donde una quantità di medici buoni, mentre si deplora manchino que’ famosi, che un tempo capitanavano od anche tiranneggiavano la scienza salutare.
Fra i quali Siro Borda da Pavia gran fautore del controstimolo, moltiplicò sperienze sull’acido idrocianico, sull’acqua coobata di lauroceraso, sulla digitale e altre sostanze; Locatelli da Canneto, ricusando le teorie per la pratica, combattè i Browniani; Antonio Testa (1746-1814) da Ferrara, insigne per l’opera sulle malattie del cuore, studiate pure dal piemontese Giacinto Sachero (1787-1855) che professò la dottrina de’ polsi organici, introdotta in Italia dal Gandini. Giambattista Monteggia di Laveno (1762-1815), autore delle Istituzioni chirurgiche, il Paletta da Montecretese, che nelle Exercitationes patologicæ moltissimi fatti e vedute nuove bellamente espresse, onorarono lungamente la clinica di Milano, dove poi il Verga approfondò le malattie mentali; nelle quali, dopo Chiarugi, Baccinelli, Calvetti, Ferrarese, si esercitarono Gualandi, Bonacossa, Monti, Bini. Lodasi il trattato di Brofferio sulla emormesi. Brera migliorò la medicina jatroleptica, fondata sulla facoltà assorbente della pelle. Fossati, Pirondi e principalmente Rognetta sostengono in Francia l’onore della medicina italiana, come in Egitto Ranzi, Raggi, Grassi, Gaetani, Morandi, in Turchia, Mongeri, in Barberia Castelnuovo e Mugnaini. Eusebio Valli lucchese (-1886) studiò in Oriente il vajuolo e la peste bubonica, innestandosela; e al fine soccombette alla febbre gialla, che si procurò apposta all’Avana.
Rasori pel primo esperì una statistica medica dopo il 1712 nell’ospedale di Milano, per dimostrare la superiorità del proprio metodo; e subito crebbero annali clinici, rendiconti, prospetti; viepiù da che Tommasini, nella prolusione del 1821, parlò della necessità di sottoporre a una statistica i fatti della medicina pratica, divisando anche le classificazioni. Idea lodevole, ma nell’applicazione riducendosi spesso a provare soltanto una teorica prestabilita, diviene qui, come in altre materie, un giuoco di numeri.
La medicina legale ebbe ottime applicazioni; e vi attesero Speranza, Gianelli, Puccinotti, Barzelotti (1768-1739), di cui si lodarono il Parroco istruito nella medicina e le Relazioni della medicina coll’economia politica; Omodei, autore del Sistema di polizia medico-militare; Buffini che ragiona sui trovatelli, piaga del secolo.
Nuovi farmachi sono esibiti dalla progredente chimica, e tutti semplificati, sbandendo le ricerche polifarmache; si voltano a sanità i veleni più tremendi. Dell’innesto del vajuolo vaccino (t. XII, p. 598), esteso per quanto contrastato, il ridestarsi delle epidemie vajolose mise in dubbio la potenza preservatrice. Lunghi e pur troppo inefficaci studj occasionarono il cholera e le migliari; e la pellagra, di cui scrissero Cerri, Strambio, Marzari, Frapolli, Ballardini, Carlo Gallo, Caldarini, Rizzi, Fanzago ed altri lombardi.